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  <title type="html"><![CDATA[C'era una volta il cinema: recensioni, articoli e considerazioni sul mondo del cinema di tutti i generi, dall'horror al dramamtico, allo splatter, alla commedia, al cinema indipendente, ecc...]]></title>
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  <updated>2008-05-11T17:51:45+02:00</updated>
  <subtitle type="html"><![CDATA[Uno sguardo sul cinema in tutte le sue manifestazioni e un occhio particolare per alcuni dei più grandi registi del panorama cinematorafico: da Lynch a Kubrick, da Kurosawa ad Allen, da Carpenter a Cronenberg, da Hitchcock a de Palma, da Scorsese a Coppola, da Van Sant a Truffaut, da Renoir a Godard, da Tarkovskij a Bergman e via dicendo...]]></subtitle>
  <rights>Copyright (c) 2001-2006, Tipic Inc.</rights>
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    <title type="html"><![CDATA[La ragazza del lago]]></title>
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    <published>2008-05-11T17:51:45+02:00</published>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Andrea Molaioli
CAST: Toni Servillo, Nello Mascia, Marco Baliani, Giulia Michelini, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuto
ANNO: 2006
TRAMA:
Il commissario Sanzio, da poco trasferitosi al nord a causa di una malattia della moglie, si ritrova ad indagare su un caso d&rsquo;omicidio che vede coinvolta una giovane ragazza, Anna, trovata morta sulle rive del lago. Numerosi i sospetti: il fidanzato, il padre morboso, la sorella gelosa, lo scemo del villaggio,&nbsp; il padre di questo e via dicendo. Con una sottile analisi dei rapporti tra gli abitanti di questa piccola citt&agrave; e degli indizi sulla vita della ragazza, il commissario riuscir&agrave; a risolvere il caso, ma non i suoi problemi personali. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
&ldquo;Di Sorrentino ce n&rsquo;&egrave; uno, tutti gli altri son nessuno?&rdquo;. Forse &egrave; cos&igrave;, ma non per questo il film di Molaioli pu&ograve; essere considerato del tutto non riuscito. Certo l&rsquo;ispirazione al regista de Le conseguenze dell&rsquo;amore &egrave; lampante, anche se non si raggiunge l&rsquo;apice di quella pellicola, per&ograve; Molaioli riesce a dare un tocco tutto suo alla pellicola, incentrandosi pi&ugrave; che sul giallo in s&eacute; per s&eacute;, sulle dinamiche che contrassegnano la realt&agrave; della provincia italiana e dei suoi abitanti che nascondono sempre qualche segreto, nonostante si dica che tutti conoscono tutto di tutti. E poi, come si suol dire, dove c&rsquo;&egrave; Servillo c&rsquo;&egrave; qualit&agrave;. Poco importa se in alcuni momenti ci sembra di stare seguendo una fiction televisiva alla Montalbano, poco importa se qualche passaggio risulta non all&rsquo;altezza di un buonissimo film, poco importa se met&agrave; del cast &egrave; preso in prestito dalla televisione, poco importa se la risoluzione del giallo e soprattutto il movente ci sembrano deludenti. Grazie all&rsquo;intensa e straordinaria interpretazione di quel grandissimo attore che &egrave; Toni Servillo (tra l&rsquo;altro utilizzato da Sorrentino per ben due delle sue tre pellicole), riusciamo ad immergerci nell&rsquo;atmosfera di una pellicola che ha come principale scopo quello di farci entrare in un piccolo micromondo, come tanti di quelli che fanno parte del nostro paese, e di giocare con le psicologie che stanno dietro a delle scelte e degli atteggiamenti apparentemente inspiegabili (vengono subito alla mente i gialli che imperversano ignobilmente nelle nostre tv, da Cogne a Garlasco e via dicendo). Come un nostrano Simenon, il commissario Sanzio indaga sulle interiorit&agrave; dei suoi sospettati e delle persone coinvolte, arrivando a scoprire dei legami con un&rsquo;altra morte che lo poteranno alla risoluzione del caso. Ad essere messo sotto la lente d&rsquo;ingrandimento &egrave; anche il rapporto padre-figlio o per meglio dire il ruolo del genitore che il pi&ugrave; delle volte non riesce a sapere cosa passa per la mente dei propri figli, come dice il padre della vittima al commissario. 

Ci sono ben quattro padri ne La ragazza del lago: il commissario che non sa come comportarsi con sua figlia che pretende di sapere la verit&agrave; sulla terribile malattia della madre; il padre della vittima che nasconde forse un&rsquo;esagerata morbosit&agrave; nei confronti della figlia defunta; il padre dello scemo del villaggio che &egrave; &ldquo;costretto&rdquo; a convivere con un figlio che ha sempre odiato; e il padre di Angelo un bambino di tre anni morto in seguito ad un tragico incidente.
Il paesino in questione &egrave; in Friuli Venezia Giulia, ma avrebbe potuto benissimo trovarsi anche in Campania o in Sardegna o in qualsiasi altra regione italiana. La cosa che sorprende &egrave; che lo sceneggiatore&nbsp; Sandro Petraglia ha saputo adattare le vicende di un romanzo ambientato tra i fiordi norvegesi (Lo sguardo di uno sconosciuto &ndash; Karin Fossum), alla nostra realt&agrave;, quelle delle piccole province quasi sperdute e dimenticate, ma brulicanti di vita. Tutti si conoscono, al punto da permettere ad una bambina di sei anni di poter tornare da sola a casa e di accettare un passaggio da Mario, lo scemo del villaggio. Un inizio davvero molto interessante, che fuorvia lo spettatore e gli fa temere che sia proprio lei la vittima, sul cui assassino si indagher&agrave; nel corso della pellicola. In realt&agrave; non &egrave; cos&igrave;, perch&eacute; La ragazza del lago gioca con lo stravolgimento degli stereotipi: lo scemo del villaggio che incute un certo timore non &egrave; poi cos&igrave; cattivo e infatti non fa alcun male alla bambina, anzi non potrebbe farlo a nessuno come viene ripetuto pi&ugrave; volte in seguito, mentre il male o perlomeno l&rsquo;oscuro e l&rsquo;ignoto si nascondono proprio dove meno ce lo aspettiamo, nelle famiglie benestanti e meno sospettabili. Un ruolo strategico &egrave; svolto dalla suggestiva ambientazione, soprattutto dal bellissimo lago del titolo, immerso in un verde apparentemente rassicurante che in realt&agrave; nasconde una serie di mali che non si conoscono o che semplicemente si ignorano. Particolarmente interessante anche la colonna sonora elettro-minimal che scandaglia le varie fasi dell&rsquo;indagine ma soprattutto le varie interiorit&agrave; dei protagonisti. La ragazza del lago, seppur non riuscitissimo, &egrave; un buon esempio di film di genere che per essere un&rsquo;opera prima assolve discretamente al suo compito e fa sperare in un futuro pi&ugrave; roseo per il cinema italiano. 
VOTO: 7
&nbsp;





CITAZIONE DEL GIORNO
Lo        so, non t&rsquo;importa di quello che faccio, ma se lo faccio ti arrabbi. (Lauren        Bacall a Humphrey Bogart da &quot;Acque del Sud&quot;)



LOCANDINA

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    <title type="html"><![CDATA[Il cattivo tenente]]></title>
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    <published>2008-05-10T18:00:02+02:00</published>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Abel Ferrara
CAST: Harvey Keitel
ANNO: 1992
TRAMA:
Un tenente corrotto fino al midollo, dedito all&rsquo;uso di qualsiasi sostanza stupefacente, affamato di sesso e alcool e incallito scommettitore, si ritrova ad indagare sullo stupro ai danni di una suora. Quando questa decide di perdonare i due uomini che l&rsquo;hanno aggredita sull&rsquo;altare della chiesa, il tenente rimane al contempo incredulo e turbato. Questo avvenimento lo far&agrave; riflettere sulla sua vita di peccatore e sul significato del perdono. 






ANALISI PERSONALE
Un film per stomaci forti questo di Abel Ferrara che trova la sua forza nella visionariet&agrave; e nell&rsquo;interpretazione magistrale di quel grande attore che &egrave; Harvey Keitel. Qui d&agrave; vita ad un personaggio sicuramente disturbante e a tratti spregevole, che non si preoccupa minimamente di sniffare cocaina davanti ai suoi famigliari, o di rubare un chilo di droga da un auto in cui &egrave; avvenuto un delitto (salvo poi perderli perch&eacute; scivolatigli dalla giacca), o di fare affari con criminali e spacciatori. Una vita sregolata la sua, piena di numerose ossessioni, a partire da quella per le scommesse sul baseball. Nonostante sia pieno di debiti fino al collo, continua a puntare ingenti somme di denaro sulla vittoria della sua squadra preferita, sperando di poter risolvere i suoi problemi economici, non rendendosi conto del pericolo a cui si sottopone con i suoi creditori di malaffare. Una vita sessuale non proprio sana (fa sesso con pi&ugrave; donne alla volta sempre sotto l&rsquo;effetto di stupefacenti e in balia dell&rsquo;alcool e del fumo), contribuisce a caratterizzare in maniera del tutto negativa questo incallito peccatore, ma cattolico nell&rsquo;anima. Sar&agrave; necessario lo stupro, effettuato sull&rsquo;altare di una chiesa, ai danni di una suora che poi perdoner&agrave; i due teppisti, a fargli prendere una strada diversa. Sar&agrave; questo atto di estrema fede nell&rsquo;umanit&agrave; e di bont&agrave; cristiana a fargli perdere quasi la ragione. Il tenente non riuscir&agrave; a comprendere il perdono della donnax seviziata brutalmente, non capir&agrave; la sua totale mancanza di odio verso coloro che le hanno fatto del male, e anzi criticher&agrave; questa sua eccessiva generosit&agrave; per poi arrivare a capire di essere lui stesso un grandissimo peccatore bisognoso di perdono. Nonostante la pellicola sia mascherata da noir, quello che conta &egrave; proprio il messaggio che la parabola discendente del tenente porta con s&eacute;.
Infatti, i colpevoli dello stupro si conoscono da subito e non saranno le indagini ad essere in primo piano, ma la spirale di degradazione del tenente che arriver&agrave; persino a sfogarsi contro Cristo per non averlo saputo guidare in maniera migliore e a perdonare egli stesso i due teppisti, nonostante il loro atto sia parso insostenibile e inaccettabile, persino ad un depravato come lui. Una corruzione la sua, che non lascia spazio alla comprensione dello spettatore, sempre pi&ugrave; impressionato e inorridito dal livello di scempiaggini da lui compiute, come nella famosissima e prolungatissima sequenza nella quale costringe due ragazzine, fermate perch&eacute; con una luce rotta e scoperte senza patente, a simulare la fellatio e ad assistere alla sua masturbazione. Ma questa non &egrave; l&rsquo;unica sequenza volutamente eccessiva, ed estremamente indigeribile. A shockare e quasi inorridire ci pensano anche la sequenza dello stupro che colpisce persino l&rsquo;ateo pi&ugrave; incallito e quella dello sfogo del tenente in chiesa, che vede come interlocutore un Cristo silenzioso che poi si dimostra essere un&rsquo;anziana signora con calice in mano. Comincia ad avere le allucinazioni il nostro estremo protagonista, e forse anche noi dato che senza volerlo ci ritroviamo a porci gli stessi quesiti che egli stesso si pone, pur non essendo al suo livello di degenerazione.
Con una fotografia incentrata particolarmente sul rosso, il colore del peccato, e sui chiaroscuri Il cattivo tenente &egrave; un grandissimo film, che pur essendo sgradevole ed impressionante, riesce a catturare lo spettatore e a coinvolgerlo anche grazie ad un&rsquo;ambientazione notturna newyorchese che ben si conf&agrave; al tipo di narrazione e al messaggio insita in essa (interessantissima ed indicativa la sequenza in discoteca, luogo di completo annullamento di s&eacute; stessi).
Cosa ci lascia alla fine Il cattivo tenente? In sostanza un unico grande insegnamento: in un mondo crudele, pieno di abiezione ed immoralit&agrave;, &egrave; sempre e comunque possibile trovare la propria via per la redenzione. 
VOTO: 9 
&nbsp;




CITAZIONE DEL GIORNO
&quot;In        realt&agrave;, agente, il mio nome &egrave; Bond. James Bond.&quot; &quot;Gi&agrave;, e io        sono Superman. E lei &egrave; sempre in arresto&quot;. (Roger Moore, nel film        &quot;007: Bersaglio mobile&quot;)



LOCANDINA

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    <title type="html"><![CDATA[The hunting party]]></title>
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    <published>2008-05-09T14:49:03+02:00</published>
    <updated>2008-05-09T14:49:03+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Richard Shepard
CAST: Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekes
ANNO: 2007
TRAMA:
Il reporter di guerra Simon Hunt, perde la testa durante una diretta a causa del fatto di aver visto morire la sua donna incinta durante uno degli attacchi del terribile criminale di guerra bosniaco denominato La Volpe. Lui perde il lavoro e finisce ad ubriacarsi e a gironzolare per varie tv locali o via cavo, mentre il suo fidato amico cameraman fa carriera e viene assunto da un&rsquo;importantissima rete televisiva. Dopo cinque anni dalla conclusione della guerra i due si rincontrano in Bosnia e decidono di allearsi per catturare la Volpe. A fargli da spalla un novello laureato di Harvard, figlio di un noto produttore, che vuole dimostrare di non essere solo un figlio di pap&agrave;. Dopo numerose peripezie e avventure, i tre riusciranno nel loro intento. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
&ldquo;Solo le parti pi&ugrave; ridicole di questa storia sono vere&rdquo;, recita cos&igrave; la didascalia che da inizio a questa tremenda pellicola. Il problema &egrave; che nel film di cose ridicole ce ne sono veramente troppe e ovviamente si stenta a credere che siano tutte vere. In realt&agrave; lo spunto per questo film &egrave; nato da una storia vera di cinque giornalisti che a cinque anni dalla fine della guerra in Bosnia decisero, dopo una sonora sbornia, di scommettere sulla cattura del terribile criminale di guerra Karadzic. Karadzic prende il nome di Volpe, i cinque giornalisti diventano tre e una decisione al confine tra la scommessa&nbsp; e lo scherzo, diventa invece una missione vendicativa. The hunting party &egrave; un film che ci fa rimanere con l&rsquo;espressione perplessa per tutta la sua durata, dato che mescola in maniera davvero poco abile e confusionaria una serie di registri narrativi che vanno dalla commedia all&rsquo;action-movie, dal war-movie al melodramma, passando per il cinema di denuncia. Il problema pi&ugrave; grosso (ma &egrave; davvero difficile stabilire una gerarchia dei difetti di questo film) &egrave; che il regista fa di tutta un&rsquo;erba un fascio, accusando sottilmente e pi&ugrave; o meno velatamente una serie di organizzazioni, dalla NATO all&rsquo;ONU, dalla CIA&nbsp; alle Nazioni Unite, senza approfondire adeguatamente la serie di insinuazioni che pendono (a ragione o a torto) sui loro capi e incentrando l&rsquo;attenzione e lo sguardo sulle azioni di un uomo che agisce egli stesso per primo spinto da motivazioni personali, come la vendetta.
Tono ironico e tono altamente serioso si danno il cambio ripetutamente in un traballante equilibrio che dona alla pellicola una pesante patina di scarsa credibilit&agrave; e soprattutto di alto livello di irritamento. Irritamento che viene trasmesso allo spettatore anche tramite banalissimi e odiosissimi luoghi comuni che vedono il giornalista fallito darsi all&rsquo;alcool, il ragazzino inesperto &ldquo;pisciarsi nei pantaloni&rdquo; e il navigato cameraman tornare a rischiare la vita, dopo aver assunto una posizione agiata e lucrativa, per puro spirito d&rsquo;amicizia. Anche se bisogna dire che l&rsquo;unico personaggio leggermente credibile e se vogliamo costruito in maniera meno stereotipata &egrave; quello del giovane raccomandato che decide di imbarcarsi in questa pericolosa avventura per spirito di rivalsa e di affermazione e che si ritrova con due uomini completamente sprovveduti. In realt&agrave; neanche lui &egrave; esente da incongruenze, dato che all&rsquo;improvviso, in uno dei tanti scambi di vedute con i personaggi del luogo, si dimostra brillantemente capace di raggiungere un compromesso, nonch&eacute; estremamente furbo e intelligente.

La guerra con tutti i crudeli e intricati meccanismi che ci sono alle sue spalle, viene ridotta ai minimi termini e, soprattutto, non viene nemmeno approfondito il ruolo dei giornalisti e dei corrispondenti, ridotti qui a uomini che vivono per l&rsquo;adrenalina e per l&rsquo;azione e che agiscono spinti solo da motivi puramente e strettamente egoistici: i soldi, la vendetta, l&rsquo;affermazione personale. E la voglia di informare il mondo sulle atrocit&agrave; di ogni conflitto bellico? La voglia di compiere al meglio il proprio mestiere e il proprio ruolo di occhio &ldquo;buttato&rdquo; in una realt&agrave; sconosciuta e difficile, da studiare e diffondere? &ldquo;La verit&agrave; viene sempre fuori&rdquo;, dice ad un certo punto la Volpe rivolgendosi ai tre giornalisti. E la verit&agrave;, in questo caso, &egrave; che The hunting party si maschera, molto meschinamente, da film impegnato e attento a determinate tematiche sociali, scottanti e attuali, ma in realt&agrave; &egrave; solo un filmetto d&rsquo;azione, peraltro scarsamente funzionante. Non funziona la sceneggiatura che mette troppa carne al fuoco e delinea in maniera scontata e superficiale i vari personaggi. Non funziona la colonna sonora, grossolanamente costruita per strappare la lacrima facile o il sussulto dello spettatore. Ma soprattutto non funzionano i dialoghi estremamente irritanti e pieni zeppi di clich&eacute;, nonch&eacute; poco consoni alle situazioni che di volta in volta ci vengono mostrate e persino esagerati e fuori luogo
Insomma, The hunting party, sostanzialmente risulta essere un vero e proprio disastro e il fondo del barile viene toccato quando la malefica guardia del corpo della Volpe (con tanto di tatuaggi sulla fronte) sta per ammazzare il protagonista, ma viene interrotta dal suo cellulare che squilla a suon di &ldquo;You make me feel brand new&rdquo; dei Simply red. Cosa possiamo salvare di questo malriuscito tentativo di volersi ingraziare le simpatie del pubblico affidando la parte del protagonista a quel gigione che &egrave; Richard Gere e accusando a destra e a manca varie potenze internazionali, se non l&rsquo;ambientazione davvero molto interessante e i titoli di coda che ci mostrano i veri giornalisti e ci informano sulle reali vicende? E&rsquo; un vero peccato che un&rsquo;idea cos&igrave; particolare ed originale sia stata rovinata in questa maniera. The hunting party avrebbe potuto essere un gran bel film di profonda analisi della nostra societ&agrave; e attualit&agrave; (mischiata perch&eacute; no ad un po&rsquo; di sana e ben costruita azione), e, invece, si riduce ad essere una posticcia e banalissima storia incredibile che ci lascia anche con un happy-ending che sa tanto di contentino e che si discosta da quella che &egrave; la realt&agrave; dei fatti. 
VOTO: 3





CITAZIONE DEL GIORNO
Mi scusi, avvocato Thurmond, bieco,        lercio, schifoso pezzetto di merda: adesso io vorrei dire 2 parole alla        mia signora. Se questa &egrave; una gara di caduta rapida verso il basso, hai        vinto: mostrandogli la mia lettera sei piombata di botto nel pi&ugrave;        profondo strato di merda fossile uscita dal buco di culo del pi&ugrave; stronzo        degli ominidi. (Michael Douglas a Kathleen Turner, in &quot;La guerra        dei Roses&quot;)



LOCANDINA

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    <published>2008-05-08T10:25:49+02:00</published>
    <updated>2008-05-08T10:25:49+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: John Cassavetes
CAST: Burt Lancaster, Judy Garland, Gena Rowlands, Steven Hill
ANNO: 1963
TRAMA:
In un ospedale per bambini subnormali, arriva una nuova infermiera che vorrebbe curarli con tutto l&rsquo;amore e la protezione possibile, ma che si scontra con il dottore che, invece, &egrave; convinto di dover utilizzare il pugno duro e di dover trattare questi bambini alla stregua di tutti gli altri, in modo tale da non farli sentire diversi e da farli crescere e diventare delle persone forti e capaci di stare nel mondo. Un bambino in particolare, Robin, cattura le attenzioni e l&rsquo;affetto dell&rsquo;infermiera, dato che i suoi genitori dopo averlo lasciato in ospedale e dopo essersi separati, non sono pi&ugrave; andati a fargli visita, nonostante il piccolo li aspetti speranzoso ogni settimana. Dietro questa scelta dei genitori, ci sono dei seri e precisi motivi, che l&rsquo;infermiera con tenacia e risoluzione riuscir&agrave; a scoprire, imparando anche a convivere&nbsp; con questi bambini e ad istruirli nel migliore dei modi. 


ANALISI PERSONALE
Siamo lontani dalle prime pellicole fortemente indipendenti e molto particolari del regista, che con questo film ha tentato la strada hollywoodiana, non solo per quanto concerne la scelta del cast, fatto di attori stellari, ma anche per quanto riguarda il tema trattato e soprattutto il modo con cui &egrave; stato trattato. Di certo non siamo di fronte ad un prodotto di scarsa qualit&agrave;, perch&eacute; pur sempre di Cassavetes si tratta, ma Gli esclusi &egrave; un film in cui si fatica a riconoscere la mano del regista che si era, con le sue prime pellicole, discostato dalla convenzionalit&agrave; e dalla grandiosit&agrave; hollywoodiane o comunque tipiche del cinema non indipendente. Con un tema gi&agrave; di per s&eacute; molto commovente, un sacco di bambini subnormali con problemi fisici e psicologici che convivono in un istituto aspettando con ansia il giorno delle visite dei propri familiari, il film cerca di ingraziarsi lo spettatore anche attraverso una colonna sonora pi&ugrave; ruffiana che mai e numerosissimi primi, anzi primissimi piani, di questi bambini relegati dal resto del mondo, perch&eacute; pi&ugrave; deboli e ancora incapaci di affrontarlo. Due i personaggi principali che portano con s&eacute; poi due diversi punti di vista con i quali &egrave; difficile essere concordi o discorsi al 100%. Insomma, a volte si parteggia per l&rsquo;infermiera (una ispirata Judy Garland) amorevole e affettuosa che pone i suoi bambini (soprattutto Robin) sotto una campana di vetro, cercando di proteggerli dalle ingiustizie e dai dolori della vita; e altre volte si parteggia per il dottore (un coriaceo Burt Lancaster) apparentemente duro di cuore, ma in realt&agrave; molto interessato al bene dei bambini posti sotto le sue cure e al modo migliore (o perlomeno quello che lui ritiene essere il modo migliore) di aiutarli e di non farli diventare degli esclusi e degli alienati (come alcuni uomini adulti che ci vengono mostrati in un reparto di una specie di manicomio).
Molto interessante anche la contrapposizione di atteggiamenti e di modi di reagire delle famiglie, contrapposizione che porta con s&egrave; anche una sorta di critica alla societ&agrave; nella quale viviamo in cui si &egrave; propensi a pensare che famiglie benestanti e colte siano pi&ugrave; amorevoli e accettino maggiormente la condizione dei figli subnormali, mentre famiglie pi&ugrave; numerose e soprattutto pi&ugrave; povere e ignoranti, diano per scontato di aver partorito dei mostri abbandonandoli al loro destino. Cassavetes, ribalta questo luogo comune (e qui possiamo riconoscere la sua estrema non convenzionalit&agrave;) mostrandoci la famiglia di un bambino di colore, costituita da una mamma e dai suoi numerosi figli che si reca regolarmente a trovare il suo bambino e che lo tratta esattamente come tutti gli altri suoi figli, se non meglio e con pi&ugrave; affetto e trasporto. 


A contrapporsi a questa gioviale famigliola di certo povera nei mezzi, ma ricchissima nei sentimenti, c&rsquo;&egrave; quella del piccolo Robin, la cui mamma (la sempre bellissima e intensa Gena Rowlands) non &egrave; pi&ugrave; andato a trovarlo nei due anni di permanenza nell&rsquo;istituto e il cui padre (il sofferto Steven Hill) pare essere completamente disinteressato della sua sorte, soprattutto dopo il divorzio da sua moglie, che ha anche ottenuto la custodia dell&rsquo;altra figlia pi&ugrave; piccola. L&rsquo;infermiera, chiacchierando col dottore, si meraviglia di come due persone di cotale levatura intellettuale (entrambi sono laureati, entrambi hanno un buon lavoro, entrambi sono affermati nella vita privata e in quella pubblica, entrambi godono quindi di un&rsquo;ottima posizione nella societ&agrave;), possano dimenticarsi di un figlio abbandonato al suo destino. Il dottore (che in questo dialogo rappresenta sicuramente le idee del regista) le risponde che si meraviglierebbe di scoprire un sacco di persone colte ma povere d&rsquo;animo e, viceversa, un sacco di persone molto povere ma con un cuore e una mentalit&agrave; estremamente ricchissime (ed &egrave; questo il caso della signora di colore con prole al seguito). Certo, andando avanti con la pellicola, ci si rende conto che i due genitori di Robin, non sono poi cos&igrave; crudeli e privi di sentimenti, ma che ci sono dei motivi dietro la loro scelta, ma il paragone mantiene la sua valenza e il suo significato.
Come suddetto, a fine pellicola, oltre ad esserci commossi in alcuni momenti (come quello della recita finale dei bambini che mettono in scena la storia americana, impersonando a turno sia i coloni che gli indiani, o come quando Robin chiede insistentemente all&rsquo;infermiera se questa gli vuole bene o meno, o quando vede di sfuggita sua madre andare via dall&rsquo;istituto senza nemmeno andare a salutarlo), rimaniamo spaesati e incerti se parteggiare per un metodo educativo o l&rsquo;altro, oppure per una via di mezzo tra le due soluzioni (come forse il finale, che ci mostra l&rsquo;arrivo di un nuovo bambino, vuole dare ad intendere). Tutto sommato per&ograve;, nonostante la facilit&agrave; e forse la superficialit&agrave; con cui &egrave; stato trattato un tema che meritava forse un migliore approfondimento, piuttosto che incentrarsi sulla figura di un bambino abbandonato dai genitori che si attacca fortemente all&rsquo;unica persona che sembra dargli l&rsquo;affetto di cui ha bisogno; il film riesce ad interessare lo spettatore soprattutto per quanto concerne la figura dei due genitori&nbsp; e quella del dottore che rimane una figura ambigua almeno fino a quando non lo vediamo difendere con le unghie e con i denti il posto in cui lavora e i bambini per cui lavora, con alcuni supervisori che vorrebbero ridurre le spese e le infrastrutture adatte per la crescita e l&rsquo;inserimento nel mondo e nella societ&agrave; di questi bambini, forse un po&rsquo; troppo ingiustamente, ritenuti subnormali. 
VOTO: 6,5/7


CITAZIONE DEL GIORNO
Avevo un buon rapporto, direi, con i      miei genitori. Di rado mi picchiavano. Anzi, credo che mi picchiarono, in      effetti, una unica volta, durante l'infanzia. Cominciarono a picchiarmi di      santa ragione il 23 dicembre del 1942 e smisero nel '44, a primavera      inoltrata. (Woody Allen in &quot;Il dittatore dello stato libero di Bananas&quot;)



LOCANDINA

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    <title type="html"><![CDATA[Iron man]]></title>
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    <published>2008-05-06T19:34:54+02:00</published>
    <updated>2008-05-06T19:34:54+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Jon Favreau
CAST: Robert Downey Jr, Jeff Bridges, Gwyneth Paltrow, Terrence Howard, Samuel L. Jakcson
ANNO: 2008
TRAMA:
Tony Stark, ricco e viziato produttore e costruttore d&rsquo;armi, rimane vittima di un incidente in medio-oriente dove si &egrave; recato per testare alcuni suoi missili. Qui viene rapito da alcuni estremisti che lo obbligano a costruire una potentissima arma, ma grazie anche all&rsquo;aiuto di un esperto di cibernetica, che gli ha salvato la vita applicandogli un organo artificiale, costruisce un&rsquo;armatura per scappare dai suoi rapitori. Tornato a casa, decide di utilizzare il suo ingegno e il suo denaro per scopi pi&ugrave; benefici, incontrando l&rsquo;ostilit&agrave; del suo vecchio socio e dovendosi difendere con una nuova armatura che lo trasformer&agrave; in un supereroe. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
Utilizzando un linguaggio giovanile e molto moderno, si potrebbe riassumere e descrivere questa pellicola con un solo appellativo: figata. Eh si, perch&eacute; Iron man &egrave; proprio una figata fatta e finita. Ci sono tutte le caratteristiche fondamentali per entrare di diritto nelle preferenze degli appassionati del genere, ma non solo: scontri aerei, armature scintillanti, tecnologie avanzatissime, lotta tra bene e male dove per&ograve; il bene non &egrave; poi cos&igrave; definito e viceversa. Il punto di forza del film &egrave; proprio lui, il sornione e simpaticissimo, nonch&eacute; estremamente sensuale, Robert Downey Jr che col suo sorriso strafottente e la sua espressione di sfida interpreta un personaggio affascinante che conquista da subito i consensi del pubblico anche perch&eacute; si discosta dallo stereotipo del supereroe che nella vita &egrave; uno sfigato e una volta assunti i panni del suo alter-ego diventa un uomo fantastico, coraggioso e impavido. No, Tony Stark &egrave; un uomo vanitoso, pieno di s&eacute;, graffiante ed orgoglioso del suo ruolo di supereroe tanto da gridarlo ai quattro venti in un finale strepitoso che apre la pista ad un sicuro sequel certamente pi&ugrave; incentrato sull&rsquo;azione, pi&ugrave; che sulla storia come in questo caso. In Iron man, infatti, non &egrave; l&rsquo;azione ad avere il ruolo di protagonista, come si sarebbe indotti a pensare dato il genere cinematografico di cui fa parte, piuttosto a farla da padrone &egrave; la narrazione dei fatti, il racconto che ha portato alla nascita di questo personaggio a tratti controverso ma sicuramente interessante. Racconto che non tralascia una certa dose di moralit&agrave; nel voler affrontare la questione politica alquanto spinosa della guerra e della corsa agli armamenti, di cui Tony Spark stesso faceva parte, prima di vivere la sua sfortunata ma illuminante esperienza in medio-oriente. Ma per fortuna il regista e gli sceneggiatori non si sono lasciati intrappolare dalle maglie della retorica e hanno lasciato la questione in secondo piano, incentrandosi principalmente sulle vicende avventurose di Tony 

che vedr&agrave; contrapporsi un cattivone davvero spietato (un Jeff Bridges irriconoscibile che d&agrave; vita ad un personaggio pi&ugrave; fumettistico che mai), del tutto deciso a porgli i bastoni tra le ruote e a continuare per la sua strada procedendo nella costruzione di armi di distruzione di massa, utilizzate per uccidere anche dei poveri civili innocenti. Non poteva mancare la romantica storia d&rsquo;amore, che in questo caso per&ograve; non viene affatto banalizzata, soprattutto grazie all&rsquo;interpretazione raffinata ed elegante di una bellissima Gwyneth Paltrow dai capelli rossi, fedele segretaria di Tony, segretamente innamorata di lui e, solo alla fine, ricambiata in maniera del tutto originale. Ad aiutare il nostro eroe a sconfiggere il suo temibile e insospettabile nemico, oltre alla donna che si rivela essenziale, anche l&rsquo;amico di sempre, Rhodey (Terrence Howard) che riesce a salvargli la pelle in una delle scene pi&ugrave; adrenaliniche della pellicola che vede il nostro uomo di metallo inseguito da una serie di aerei che lo puntano per farlo esplodere in aria.
Un supereroe pi&ugrave; glamour e modaiolo che mai, questo Iron man che per certi versi ricalca (anche se alla lontana) il percorso cronenberghiano di fusione tra corpo e macchina e, soprattutto, ci regala numerosi sorrisi grazie ad una serie di dialoghi davvero scoppiettanti ed esilaranti, frutto sicuramente dell&rsquo;esperienza del regista e dell&rsquo;attore protagonista come attori di commedie brillanti o meno brillanti.
Iron man, &egrave; insomma, un bellissimo e spassosissimo&nbsp; film d&rsquo;intrattenimento che si distingue da tutti gli altri comic-movie, proprio per qualit&agrave; narrativa, espositiva e anche tecnica. Una speranza per il genere, troppo sesso contaminato da stereotipi insopportabili e patriottismi davvero evitabili, che ci consente di passare due ore in totale spensieratezza anche grazie ad un sottile humour molto intelligente e ricco d&rsquo;acume. 
VOTO: 7,5
&nbsp;




CITAZIONE DEL GIORNO
L'umanit&agrave; teme sempre quello che non        riesce a capire. (da &quot;X-Men&quot;)



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    <updated>2008-05-05T19:50:03+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Wes Anderson
CAST: Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Shwartzman, Bill Murray, Anjelica Huston, Camilla Rutherford, Amara Karan, Natalie Portman
ANNO: 2007
TRAMA:
Tre fratelli che si erano persi di vista dopo il funerale del padre, decidono di intraprendere un viaggio spirituale in India per ritrovare se stessi e per ricostruire un&rsquo;unione familiare, con l&rsquo;ausilio della madre ritiratasi in un convento. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
Dalla Belafonte di Steve Zissou al Darjeeling limited di quest&rsquo;ultimo film di Anderson, che non abbandona il suo stile glamour e patinato per raccontarci un&rsquo;altra delle sue strampalate e bellissime avventure familiari che non mancano di originalit&agrave; e di spunti di riflessione. Il treno per il Darjeeling si appropria di tutti gli stereotipi e dei luoghi comuni dei road-movie, dei viaggi riconciliatori, della famiglia e via dicendo, ribaltandoli con humour e intelligenza e rendendoli speciali ed inimitabili. Il solito gusto per il particolare in questo caso &egrave; reso ancora pi&ugrave; forte dalla ristrettezza degli ambienti soprattutto nella parte iniziale del film, completamente girata all&rsquo;interno dei vagoni del coloratissimo e fatiscente treno nel quale i tre ragazzi ne combineranno di tutti i colori, mostrando le loro manie, le loro nevrosi e i loro difetti. Loro sono Francis (un Owen Wilson col volto perennemente fasciato), Peter (uno stralunato Adrien Brody) e Jack (un caratteristico Jason Swhartzman con tanto di baffetti, che ha contribuito alla stesura della sceneggiatura). Ognuno di loro &egrave; contraddistinto da caratteristiche particolari: il primo tende ad assumere il comando dei fratelli minori, ordinando la colazione per loro o decidendo passo per passo l&rsquo;itinerario del viaggio spirituale; il secondo molto silenzioso e riservato &egrave; fissato con gli oggetti appartenuti al defunto padre, credendo di esserne l&rsquo;unico possessore; e l&rsquo;ultimo, il pi&ugrave; piccolo di statura e di et&agrave;, &egrave; un aspirante scrittore in crisi con la sua fidanzata (la Natalie Portman che compare nel corto che d&agrave; inizio a questa pellicola, Hotel Chevalier) che tenta di sfondare come scrittore e che non vuole essere messo in mezzo alle liti degli altri due. Accomunati da una fissazione per le medicine indiane, che continuano a scambiarsi durante il corso della pellicola, i tre fratelli faticano a ritrovare il feeling di un tempo, quello che lega anche dei semplici amici (infatti uno di loro ad un certo punto si chiede se avrebbero potuto essere mai amici, se non fossero stati fratelli). E se all&rsquo;inizio non li vedremo quasi mai parlare tutti insieme (infatti li vedremo a due a due parlare dell&rsquo;assente di turno, promettendosi di non riferirgli niente, segno questo dell&rsquo;incapacit&agrave; di fidarsi dell&rsquo;altro), alla fine del viaggio, dopo essersi liberati dal pesante fardello del passato (emblematica ed estremamente simbolica la scena nella quale si liberano delle griffatissime valigie appartenute al padre), li vedremo finalmente tutti insieme nella stessa inquadratura. Le valigie (disegnate appositamente dalla casa di moda Louis Vuitton) sono parte fondamentale della messa in scena, cos&igrave; come lo erano le tute de I Tenenbaum o i cappelli rossi de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, proprio perch&eacute; facenti parte dell&rsquo;inconfondibile (e ovviamente opinabile) stile di Anderson che anche in questo caso (avvalendosi dell&rsquo;aiuto della nostra bravissima Canonero) d&agrave; molta importanza all&rsquo;abbigliamento e ai particolari: una cintura che passa da un fratello all&rsquo;altro, un paio di occhiali, un paio di scarpe spaiate, una serie di bende e di cerotti. 

Bende e cerotti che ci conducono verso un&rsquo;altra metafora, quella di Owen Wilson che si scopre il volto mostrando le ferite e le cicatrici, nonch&eacute; il coraggio di sopportarle e di superarle. E se Francis rappresenta il desiderio di andare avanti e la testardaggine di portare a termine un obiettivo prefissato, Peter rappresenta la paura di affrontare l&rsquo;ignoto (sta per diventare padre, ma ha lasciato sua moglie da sola al settimo mese di gravidanza, perch&eacute; pur amandola &egrave; sempre stato convinto che prima o poi avrebbero divorziato), e Jack incarna la figura dello scrittore che,&nbsp; pur negandolo o semplicemente non ammettendolo, trasporta su carta le sue esperienze di vita vissuta e racconta delle persone che lo circondano (nonostante Jack continui a ripetere ai suoi fratelli che i personaggi dei suoi racconti sono inventati).
Se tutto questo non bastasse ad incuriosire anche i palati pi&ugrave; esigenti, basterebbe citare il meraviglioso incipit con un Bill Murray pi&ugrave; in forma che mai che dopo una velocissima corsa in taxi perde il treno sul quale per il rotto della cuffia riesce a salire un Adrien Brody che lo guarda dispiaciuto o la folgorante &ldquo;apparizione&rdquo; della sempre elegantissima Anjelica Huston nel ruolo di una madre assente e forse irresponsabile (che parla praticamente come il suo figlio maggiore, quello che poi ha insistito per andare a cercarla). Una sequenza rimane particolarmente impressa ed &egrave; quella nella quale madre e figli decidono di comunicare senza parlare e nel frattempo vediamo scorrere il Darjeeling e i suoi vagoni, abitati da tutti i personaggi che abbiamo visto nel corso della pellicola, segno questo che siamo tutti volenti o nolenti dei passeggeri del treno che ci porta a confrontarci con noi stessi, con i nostri dolori e il nostro passato per poter vivere serenamente il presente ed il futuro.
Con straordinari movimenti della macchina da presa (alcuni piani-sequenza davvero prelibati, ma anche una serie di zoomate e di carrellate molto interessanti), Il treno per il Darjeeling si arricchisce anche di una fenomenale e deliziosissima colonna sonora (che vanta pezzi di gruppi come i Rolling Stones o i Kinks, trasmessi dall&rsquo;Ipod di Jack munito di casse) e di una bellissima fotografia satura di colori e caratterizzante alla perfezione gli ambienti nei quali i tre fratelli si muovono.
Il treno per il Darjeeling &egrave; insomma una sorta di avventura tragicomica, da guardare con il sorriso perennemente stampato sul volto, con il cuore aperto alle emozioni e la mente libera da qualsiasi tipo di restrizione. 
&nbsp;
VOTO: 8,5
&nbsp;




CITAZIONE DEL GIORNO
Il denaro non si crea, si trasferisce        da una intuizione ad un'altra, magicamente. (da &quot;Wall Street&quot;)



LOCANDINA

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    <title type="html"><![CDATA[Mister Hula Hoop]]></title>
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    <published>2008-05-02T12:49:05+02:00</published>
    <updated>2008-05-02T12:49:05+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Joel Coen, Ethan Coen
CAST: Tim Robbins, Jennifer Jason Leigh, Paul Newman
ANNO: 1994
TRAMA:
Norville Barnes, neolaureato di una piccola cittadina dell&rsquo;Indiana, arriva a New York in cerca di lavoro e viene assunto come addetto alle poste della grandissima industria Hudsucker, il cui direttore si &egrave; appena suicidato lanciandosi dal quarantaquattresimo piano del grattacielo. Il suo vice tenta di recuperare tutte le azioni dell&rsquo;azienda facendo diventare direttore un perfetto idiota che faccia crollare il loro valore, in modo tale da poterle acquistare lui stesso insieme al suo consiglio di amministrazione. Il prescelto &egrave; proprio Norville, di cui si interessa anche la giornalista in incognito Amy Archer, che risulta essere un po&rsquo; ingenuo e sbadato che inizialmente fa bene il suo lavoro di idiota, ma che poi risulta essere pi&ugrave; che proficuo per il valore delle azioni, dato che mette sul mercato una sua invenzione: l&rsquo;hula hoop. 
&nbsp;



ANALISI PERSONALE

I Coen sono forse gli unici registi contemporanei che riescono a giocare egregiamente o meno con diversi generi: dal noir alla commedia, dal mafia-movie al giallo e via dicendo. Con questa loro quinta pellicola deliziano i palati dei cinefili e degli spettatori pi&ugrave; attenti con una marea di rimandi pi&ugrave; o meno velati alle commedie sociali degli anni &rsquo;30 e &rsquo;40 (nonostante la pellicola si ambientata verso la fine degli anni &rsquo;50 in una New York sede di veri e propri mondi sotterranei che ricordano la Metropolis langhiana) nonch&egrave; a singoli personaggi della cinematografia di Frank Capra o di Howard Hawks. Non mancano i riferimenti al capolavoro Quarto potere, dato che c&rsquo;&egrave; un&rsquo;analisi (seppur parodistica e superficiale rispetto al film di Welles), del giornalismo come mezzo di informazione. Appaiono lampanti le somiglianze con lo stralunato Brazil di Terry Gilliam nel quale veniva scandagliato il mondo &ldquo;sommerso&rdquo; degli operai e il loro rapporto coi piani alti. Mr. Hula Hoop ricalca tutti i topoi di ogni favola che si rispetti con tanto di voce narrante che ci accompagna verso l&rsquo;antefatto che ha portato Norville ad affacciarsi al quarantaquattresimo piano del palazzo Hudsucker (cos&igrave; come aveva fatto il suo fondatore) e con una serie di personaggi surreali come il vecchio custode che ferma letteralmente il tempo per salvare la vita del protagonista disperato, l&rsquo;operaio sinistro e malvagio che cambia ogni volta il nome del direttore alla porta dell&rsquo;ufficio principale, e l&rsquo;angelo con tanto di aureola e chitarrina che arriva a cantare la sua canzone preferita (la stessa cantata dai protagonisti del loro secondo film Arizona junior, quindi non solo citazioni ma anche autocitazioni) e a ricordare al distratto protagonista di adempiere ad un compito importante che, se portato a termine in precedenza, gli avrebbe evitato i numerosi guai che l&rsquo;hanno condotto fino a quel punto. Come ogni favola che si rispetti i Coen ci lasciano con un romanticissimo happy ending che vede la bella e spietata giornalista cedere alle lusinghe dell&rsquo;amore e il rinato protagonista risalire la china con una nuova strabiliante invenzione: dopo l&rsquo;hula hoop, il freesbe passando per la cannuccia pieghevole (questa per&ograve; rubata dall&rsquo;ascensorista con la passione per le rime).

Spiccano per vivacit&agrave; e presenza scenica i tre attori principali, soprattutto l&rsquo;ammaliante Jennifer Jason Leigh che ricorda per finezza e grinta le vecchie attrici di una volta e non solo grazie ai bellissimi costumi e alla raffinata pettinatura, ma soprattutto per il guizzo, il fascino e la parlantina facile. Non &egrave; da meno il brillante Tim Robbins, che si discosta dal suo repertorio drammatico per dare vita ad un personaggio sostanzialmente comico e buffo. Fa la sua parte anche il grande Paul Newman, relegato al ruolo di comprimario ma ottimo nell&rsquo;incarnare l&rsquo;arrivismo e il cinismo di un uomo pronto a tutto pur di arrivare in alto.
La sceneggiatura (tipico marchio di fabbrica dei Coen questa volta aiutati da Sam Raimi) &egrave; una macchina perfettamente oleata, cos&igrave; come l&rsquo;orologio del grattacielo che scandisce gli avvenimenti sempre pi&ugrave; disastrosi del povero Norville, e racconta simpaticamente ma intelligentemente il percorso di un uomo apparentemente idiota (cos&igrave; come recitano i titoli dei giornali che si sono occupati di questa figura diventata improvvisamente importantissima), ma in realt&agrave; solo molto semplice, ingenuo e idealista. Si ride di gusto e, cosa pi&ugrave; importante, si ride di testa. Una comicit&agrave; non priva di acume quella dei fratelli Coen che si contraddistinguono grazie a particolari e a scelte registiche davvero peculiari, come una dentiera che si incastra tra gli ingranaggi di un enorme orologio, o un bambino che comincia a giocare con un hula hoop facendolo girare attorno alla sua testa creando il visibilio tra gli altri bambini, o un membro del consiglio di amministrazione fissato col conteggio del mezzanino per indicare il numero dei piani del grattacielo dal quale si &egrave; lanciato il suo capo e un altro dalle foltissime sopracciglia che pare essere l&rsquo;unico a disperarsi per la dipartita del direttore per poi tranquillizzarsi immediatamente una volta messa al sicuro la sua posizione.
Il tipico humor nero alla Coen fa qui capolino anche se sotto altre vesti, sfiorando tematiche interessanti (e non soffermandosi ad analizzarle adeguatamente, forse questo l&rsquo;unico neo della spassosissima pellicola che come molti hanno gi&agrave; detto manca di &ldquo;cuore&rdquo;) e relegando il protagonista cattivo ad un finale da lui malvagiamente ideato per il pi&ugrave; ingenuo, salvato dal fato, baciato dalla fortuna, aiutato dalla donna amata, ma soprattutto da un&rsquo;importantissima lettera blu maldestramente dimenticata. 
VOTO: 7,5


&nbsp;


CITAZIONE DEL GIORNO
&quot;Siete Norma Desmon, la famosa        attrice del muto. Eravate grande&quot;. &quot;Io sono sempre grande. E&rsquo;        il cinema che &egrave; diventato piccolo&quot;. (William Holden&nbsp; e Gloria Swanson        in &quot;Viale del tramonto&quot; di Billy Wilder)



LOCANDINA
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    <![CDATA[<p>REGIA: Spike Lee
CAST: Spike Lee, Samuel L. Jackson, Danny Aiello, John Turturro, Ossie Davis, Richard Edson, Ruby Dee, Bill Nunn, Rosie Perez, Robin Harris, Giancarlo Esposito
ANNO: 1989
TRAMA:
Brooklyn, una caldissima giornata d&rsquo;estate. Il pizzaiolo Sal, insieme ai figli Vito e Pino, si avvale dell&rsquo;aiuto del nero Mookie che consegna le pizze a domicilio. A popolare il quartiere, a parte loro e una famiglia di cinesi che gestisce un emporio, ci sono solo neri e portoricani. All&rsquo;apparente convivenza pacifica, si sovrappongono man mano battibecchi e discussioni che portano, verso la fine della giornata, ad una sorta di regolazione di conti. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
&ldquo;Gente mia, gente mia. Cosa posso dirvi? Cosa posso dirvi? Ho visto, ma non ho creduto. Non ho creduto a quello che ho visto. Riusciremo mai a vivere insieme? Insieme riusciremo mai a vivere?&rdquo;, recita cos&igrave; Mister Love Daddy (Samuel L. Jackson) alla We Love Radio, dopo aver accennato all&rsquo;eccessiva temperatura di inizio giornata. Sar&agrave; lui una sorta di osservatore e commentatore di tutto ci&ograve; che avverr&agrave; in questa afosissima e assolata giornata di un quartiere di Brooklyn. Numerose le personalit&agrave; che raccontano storie diverse, a partire da Mookie (lo stesso Spike Lee), non molto ligio al dovere che si destreggia tra il suo lavoro in pizzeria e le continue pressioni di Tina (Rosie Perez), la madre di suo figlio che pretende una maggiore presenza nelle loro vite. A completare questo quadro che dipinge una vera e propria umanit&agrave; a s&eacute; stante arrivano numerosi personaggi emblematici e significativi: il &ldquo;sindaco&rdquo; (Ossie Davis) rappresentante della memoria collettiva, un uomo dedito all&rsquo;uso smodato di alcool ma sicuramente colui che si riveler&agrave; il pi&ugrave; lucido; Buggin out (Giancarlo Esposito) fissato col fatto che nella pizzeria di Sal ci sono solo foto di italo-americani, fino ad arrivare a voler boicottare il locale perch&eacute; il gestore si &egrave; rifiutato di appendere anche foto di afro-americani; Radio Raheem (Bill Numm) con la sua inseparabile radio che suona sempre e solo i Public Enemy e in particolare la loro Fight the power (una canzone di sicuro scelta non a caso, dato che nel testo inneggia ad una sorta di presa di coscienza contro l&rsquo;asservimento alle logiche del potere); Smiley, un ragazzo balbuziente che tenta di vendere immaginette di Martin Luther King e Malcom X (&egrave; lui molto probabilmente il personaggio fondamentale di questa pellicola, dato che ci riporta alla contrapposizione tra i due modi di vedere dei due grandi personaggi, l&rsquo;uno tendente al pacifismo e alla negazione totale della violenza, l&rsquo;altro sostenitore dell&rsquo;utilizzo di essa solo come autodifesa e quindi come mezzo di intelligenza per non farsi sopraffare dai prepotenti); e moltissimi altri personaggi come i cinesi dell&rsquo;emporio o i tre uomini che non fanno altro se non stare seduti all&rsquo;ombra a raccontarsi aneddoti e storielle. Una comunit&agrave;, quella nera, raccontata da Spike Lee, che di sicuro non ne esce pulitissima, dato che vengono sottolineati i non pochi difetti da cui &egrave; contrassegnata (almeno secondo la visione del regista, egli stesso appartenente alla suddetta comunit&agrave;): la scarsa voglia di lavorare, la litigiosit&agrave;, l&rsquo;eccessiva permalosit&agrave;, il rinchiudersi nel loro mondo nel quale impossibile entrare e via dicendo. A contrapporsi ci sono solo Sal (un bravissimo Danny Aiello, nominato anche agli Oscar) e i suoi stupidi figli, Pino (John Turturro, divenuto poi amico e attore feticcio del regista) il pi&ugrave; razzista e violento e Vito (Richard Edson) il pi&ugrave; timido e impacciato. Mookie sembra andare d&rsquo;accordo con loro, soprattutto con Sal che segretamente &egrave; innamorato di sua sorella e che per questo chiude un occhio sui continui ritardi del suo fattorino e sulle sue continue assenze durante l&rsquo;orario di lavoro. 

Lo stesso Mookie, sembra difendere i suoi datori di lavoro quando Buggin out cerca in tutti i modi di boicottarli. La sua richiesta di appendere foto di afro-americani nella pizzeria &egrave; solo la miccia che far&agrave; esplodere la violenza repressa e controllata fino ad allora. Sal si rifiuter&agrave; di accondiscendere agli stupidi capricci del ragazzo e questi trover&agrave; come unico alleato Radio Raheem, ragazzo solitario e amante della musica. Quando entrer&agrave; nel locale e Sal gli intimer&agrave; di abbassare il volume della radio, egli si rifiuter&agrave; di farlo causando la rabbia del gestore (al quale &egrave; difficile dare tutti i torti) che gli romper&agrave; lo stereo a suon di mazzate da baseball. Ne scaturir&agrave; una rissa dove i neri si contrapporranno ai bianchi, senza pensare alla ragionevolezza dei propri gesti, ma agendo solo in base alla propria appartenenza razziale e alla fine ci scapper&agrave; il morto. Mookie dovr&agrave; allora decidere come comportarsi, &ldquo;fare la cosa giusta&rdquo;, insomma e, piuttosto che rimanere inerme di fronte ad un avvenimento di cotale portata, dar&agrave; inizio all&rsquo;assalto della pizzeria di Sal portato in salvo, insieme ai suoi figli, dal &ldquo;sindaco&rdquo;.
A fine giornata non ci saranno n&eacute; vinti n&eacute; vincitori, ma ciascuno avr&agrave; fatto valere la propria posizione. Ed &egrave; questo il messaggio che vuole lanciare Spike Lee (ingiustamente accusato di inneggiamento alla violenza), che da seguace di Luther King e Malcom X, in questo caso propende per il secondo e per l&rsquo;affermazione della propria individualit&agrave; e comunit&agrave; a discapito dei pi&ugrave; forti e prepotenti. Un messaggio condivisibile o meno, che viene esplicato con una pellicola dai sapori molto forti, mascherata da commedia umoristica che regala sicuramente sorrisi, ma propone maggiormente riflessione e approfondimento di tematiche sempre attuali.
F&agrave; la cosa giusta &egrave; un apologo sul razzismo e la violenza che da esso scaturisce, cadenzato non solo dalle note della radio di Raheem, ma anche dalle belle note del compositore Bill Lee (padre di Spike) e fotografato in una maniera da rendere perfettamente l&rsquo;idea dell&rsquo;eccessiva afosit&agrave; della giornata, altro elemento di disturbo che ha portato all&rsquo;esplosione finale. Fa impressione vedere alla fine i cinesi gridare &ldquo;Siamo neri anche noi!&rdquo;, per tentare di salvarsi dalla rivolta dei neri ed &egrave; forse questo l&rsquo;atteggiamento che Spike Lee tenta di esorcizzare, facendo terminare la pellicola con due importanti citazioni dei due personaggi simbolo, la cui foto viene alla fine posta finalmente sul muro di Sal da uno Smiley pi&ugrave; sorridente che mai : 
&ldquo;La violenza come mezzo per raggiungere la giustizia razziale &egrave; insieme un sistema impraticabile e immorale&rdquo; (Martin Luther King) 
&ldquo;Io non invoco la violenza, ma allo stesso tempo non sono contro il fatto di usare la violenza per difendere se stessi. Io non la chiamo violenza. Se si tratta di autodifesa la chiamo intelligenza&rdquo; (Malcon X)
&nbsp;
VOTO: 9
&nbsp;




CITAZIONE DEL GIORNO
La luna di miele e' finita: e' ora di        sposarci. (Carol Burnett a Walther Matthau in &quot;Un marito per Tillie&quot;,        1972)



LOCANDINA
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    <title type="html"><![CDATA[Baciala per me]]></title>
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    <published>2008-04-28T15:49:09+02:00</published>
    <updated>2008-04-28T15:49:09+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Stanley Donen
CAST: Cary Grant, Jayne Mansfield, Ray Waltson, Suzy Parker, Leif Erickson, Harry Carey Jr
ANNO: 1958
TRAMA: 
Tre aviatori della marina americana ottengono quattro giorni di permesso a San Francisco, durante i quali si divertono pi&ugrave; che possono e cercano di prolungare al massimo la loro permanenza sulla terraferma. Un terribile avvenimento, per&ograve;, li far&agrave; ritornare ad assumersi le loro responsabilit&agrave;. 
&nbsp;




ANALISI PERSONALE
Una carinissima commedia d&rsquo;altri tempi, Baciala per me &egrave; un film scorrevole e godibile che analizza in maniera sicuramente superficiale e divertente i vari modi di reagire e di rapportarsi alla guerra di tutti colori che bene o male, volenti o nolenti dovettero farci i conti. I protagonisti sono tre, dei ragazzi scapestrati che non vedono l&rsquo;ora di tornare sulla terraferma per fare baldoria, partecipare alle feste, conoscere donne, gozzovigliare, bere e passare il tempo in spensieratezza. Loro sono Mac, Mississipi e Cruson (il simpaticissimo e gigionesco Cary Grant). Il primo vorrebbe entrare in politica e magari diventare senatore, anche se non ha dalla sua parte nessuna ferita di guerra, elemento che aiuta ad essere eletti; il secondo &egrave; in completa fase di adorazione per il suo collega Cruson e si comporta esattamente come fa lui; e il terzo &egrave; stanco di sopportare gli orrori di una guerra che sicuramente non sente sua e desidera pi&ugrave; di ogni altra cosa porre fine alla sua partecipazione ad essa. Attraverso queste tre personalit&agrave; molto particolari e spassose e tramite altri personaggi che man mano fanno la loro comparsa sullo schermo, come una biondissima e svampitissima ragazza o un guerrafondaio o il tenente che tiene d&rsquo;occhio i tre ragazzacci; possiamo osservare quelle che sono le differenti maniere di vivere la guerra (in questo caso si parla della Seconda Guerra Mondiale): c&rsquo;&egrave; chi sogna una medaglia, chi non vede l&rsquo;ora di uscirne, chi rimpiange le esperienze con i compagni, chi vuole guadagnarci qualcosa, chi ha paura di perdere una persona amata, chi cerca di trarne il maggior beneficio possibile e via dicendo.
La maggior parte del tempo siamo osservatori di party sfrenati organizzati nella stanza d&rsquo;albergo dei tre aviatori che non perdono tempo e decidono di sfruttare al massimo le quattro giornate di completa libert&agrave; che gli sono state offerte. Ma ben presto questa libert&agrave; si palesa per quello che &egrave; in realt&agrave;: un&rsquo;occasione in pi&ugrave; per fomentare lo spirito patriottistico degli americani attraverso dei discorsi che Mac, Mississipi e Cruson sono chiamati a fare in favore della loro guerra e per decantare l&rsquo;eroismo e il coraggio di tutti colori che vi partecipano. Per Cruson, il pi&ugrave; testardo e capriccioso dei tre, sar&agrave; davvero difficile sottomettersi a queste richieste, anche perch&eacute; non tarder&agrave; ad innamorarsi della bellissima fidanzata del guerrafondaio che richiede di tenere i suddetti discorsi nelle sue fabbriche.

In ogni commedia brillante che si rispetti, infatti, non pu&ograve; mancare la storia d&rsquo;amore. Meglio ancora se lei &egrave; una donna forte e molto particolare e lui un inguaribile sciupafemmine. Non mancano le cadute, ma il ritmo rimane sempre scorrevole e godibile e trova il suo punto di forza nei dialoghi tra Grant e la bellissima fidanzata del guerrafondaio, oltre che nelle spassosissime gag degli altri due aviatori che si ritrovano in guai pi&ugrave; o meno seri: Mac sposato e innamoratissimo di sua moglie riceve le attenzioni insistenti della biondina tutto pepe, mentre Mississipi si ritrova con una donna che non lascia mai la presa sulle sue mani, impedendogli di fare qualsiasi movimento.
In realt&agrave; i tre ragazzi lotteranno per ottenere un prolungamento della licenza, magari grazie agli agganci del tenente che gli tiene d&rsquo;occhio con varie personalit&agrave; influenti. Quando riceveranno l&rsquo;ordine di recarsi in ospedale per una serie di visite, vedranno sfumare l&rsquo;opportunit&agrave; di divertirsi per i soli quattro giorni di libert&agrave; ottenuti, ma lotteranno con una serie di strategie per riuscire a trarre il maggior beneficio possibile dal loro fuggevole scampolo di libert&agrave; dagli orrori della guerra.&nbsp; Dopo una serie di rocambolesche avventure e divertenti scazzottate (&ldquo;Un bacio azzeccato ed un pugno sbagliato&rdquo;, dir&agrave; Grant alla sua amata), i tre riusciranno a vedere avverati i loro desideri: Mac verr&agrave; eletto, e Mississipi e Cruson riusciranno ad ottenere un congedo definitivo. Ma un triste avvenimento li convincer&agrave; a continuare a lottare per il proprio paese e per il sacrificio dei caduti in guerra. &ldquo;Questi sono gesti da filmaccio di propaganda&rdquo;, urla Mac ai suoi due compagni che decidono di non usufruire del congedo ricevuto, e in effetti non ha tutti i torti. Se durante il corso della pellicola, tramite le avventure degli aviatori, potevamo notare una sottile e velatissima critica e analisi delle logiche spietate della guerra, verso il finale si plana invece nella retorica del patriottismo. Tutto sommato, per&ograve;,&nbsp; non ci si pu&ograve; lamentare, considerando che si tratta di una commedia leggera e spassosa che non ha nessuna intenzione di sfociare nel sociale. Baciala per me &egrave; un ottimo prodotto di intrattenimento, che assolve a quelle che sono le sue intenzioni: tramite uno humour brillante ed esilarante, far passare del tempo in allegria e spensieratezza, regalando non poche risate e un pizzico di riflessione che per&ograve; non ha assolutamente il ruolo da protagonista. 
VOTO: 7,5
&nbsp;



CITAZIONE DEL GIORNO
La tua vita &egrave; un prodotto di un        residuo non compensato di bilanciamento delle equazioni inerenti alla        programmazione di Matrix, tu sei il risultato finale di un'anomalia che        nonostante i miei sforzi sono stato incapace di eliminare da quella che        altrimenti &egrave; un armonia di precisione matematica. (L'Architetto a Neo in        &quot;The Matrix Reloaded&quot;)



LOCANDINA

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    <title type="html"><![CDATA[Prova a prendermi]]></title>
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    <published>2008-04-27T15:40:35+02:00</published>
    <updated>2008-04-27T15:40:35+02:00</updated>
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    </author>
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    <![CDATA[<p>REGIA: Steven Spielberg
CAST: Leonardo di Caprio, Tom Hanks, Christipher Walken, Martin Sheen, Nathalie Baye, Amy Adams, James Brolin
ANNO: 2002
TRAMA:
E&rsquo; la storia vera di Frank Abignale che all&rsquo;et&agrave; di 16 anni comincia ad assumere diverse identit&agrave;. Prima della maggiore et&agrave; &egrave; stato pilota d&rsquo;aerei, professore, dottore, avvocato, nonch&eacute; abilissimo truffatore e falsario. Sulle sue tracce il detective Carl Hanratty per cui riuscire a catturare il furfantello diventer&agrave; quasi una ragione di vita. Tra i due nascer&agrave; un rapporto di rispetto e affetto reciproco e anche dopo la conclusione della corsa, continueranno a mantenere i contatti. 
&nbsp;



ANALISI PERSONALE
Solo Spielberg poteva trasformare una storia vera in una sorta di favola che ci fa sognare, ci fa sorridere, ci fa commuovere e a tratti riflettere. Solo Spielberg poteva far recitare la parte di un sedicenne, all&rsquo;allora ventottenne Leonardo di Caprio, riuscendo a rimanere del tutto credibile. Solo Spielberg poteva farci parteggiare per il furfante, costruendo attorno a lui una situazione tale da indurlo a comportarsi in quel modo e tale da farci giustificare i suoi torti e le sue malefatte. La forza di questa pellicola, al di l&agrave; del suo regista sognatore che ci rende dei sognatori, sta proprio nei due protagonisti principali, interpretati egregiamente da un Leonardo di Caprio pi&ugrave; bravo che mai e da un Tom Hanks che conferma la sua grandezza di attore. Due personaggi molto diversi, ma sicuramente complementari. L&rsquo;uno non esiste se non esiste l&rsquo;altro, l&rsquo;uno non scapperebbe se non ci fosse l&rsquo;altro a rincorrerlo e l&rsquo;altro non lo rincorrerebbe se lui non scappasse. Insomma, due personaggi che in realt&agrave; sono le due facce di una stessa medaglia.
Nonostante i numerosi &ldquo;dispetti&rdquo; che il giovane furfante fa al suo inseguitore pi&ugrave; vecchio, i due non possono fare a meno di fronteggiarsi con cortesia e soprattutto con rispetto. Carl &egrave; quasi sempre sul punto di acciuffare il falsario, ma questi con la sua grande furbizia ed abilit&agrave; riesce a sfuggirgli con numerosi stratagemmi. La storia &egrave; ambientata negli anni &rsquo;60 e ci catapulta in quell&rsquo;epoca grazie ad una perfetta ricostruzione di ambienti, costumi, trucci e pettinature. Di particolare interesse anche la bellissima colonna sonora che ci restituisce favolosi pezzi d&rsquo;epoca, come Come fly with me di Frank Sinatra ma non solo e che sottolinea alla perfezione le varie fasi della fuga di Frank (che si ritrover&agrave; a falsificare assegni in quasi tutto gli stati d&rsquo;America, ma anche in Europa e in altre parti del mondo) e i suoi vari&nbsp; e altalenanti stati d&rsquo;animo. Molte le sequenze che si ricordano e che rimangono impresse per l&rsquo;abilit&agrave; con cui sono girate o per l&rsquo;emozione e il sorriso che regalano: ad esempio quella in cui Frank &egrave; a cena dai genitori della sua fidanzata e subito dopo si ritrova con loro su un divano a canticchiare impacciato una canzone da karaoke passata in tv (scena che mostra in tutta la sua tenerezza, il ragazzo desideroso di affetto e di un focolare familiare); ma anche quella molto divertente in cui il ragazzo &egrave; alle prese con una bellissima donna (Jennifer Garner) che gli chiede dei soldi per passare la notte con lui e quando si accordano per mille dollari, lui le porge un assegno (ovviamente falso) di 1400 dollari, facendosi restituire addirittura il resto; o, infine, quella molto commovente nella quale il ragazzo si reca disperato alla casa di sua madre per scoprire, guardandola dal di fuori della finestra, di avere una sorellina. 
Comincer&agrave; in piccolo il ragazzo, fingendo di essere l&rsquo;insegnante di francese della sua classe al liceo, ma poi continuer&agrave; in grande divenendo un esperto falsario di assegni, carte di credito e tessere di ogni tipo. Con la sua faccia tosta e il suo fascino riuscir&agrave; a spillare soldi su soldi e a farsi passare quasi sempre per un uomo adulto, nonostante la tenerissima et&agrave;. Ma dietro la spensieratezza e leggerezza con le quali effettuer&agrave; le sue truffe, si nasconde un sentimento ben pi&ugrave; profondo di vendetta e di rivalsa per i torti subiti dal padre, ridotto in miseria dal fisco che si ritrover&agrave; senza il becco di un quattrino e costretto a lavorare duramente per continuare a pagare i suoi debiti. Un padre oltremodo adorato dal ragazzo che desidererebbe vederlo tornare con quella madre francese che da tempo si &egrave; risposata e che farebbe di tutto per rivedere la sua famiglia unita, dopo quella frattura che caus&ograve; il suo vagabondare solitario per il mondo. &ldquo;Due topolini cadono in un secchio pieno di latte. Uno annega e l&rsquo;altro riesce a trasformare il latte in burro e a saltare cos&igrave; fuori dal secchio. Io sono il secondo topolino&rdquo;, questa era la parabola e l&rsquo;insegnamento che suo padre (uno straordinario Christopher Walken) gli raccontava da ragazzino e questa sar&agrave; la massima che applicher&agrave; durante gli anni della sua corsa in giro per il mondo. Tenter&agrave; di uscire fuori dal secchio con le sue sole forze e di restituire a suo padre tutto ci&ograve; che gli hanno tolto, compresa la dignit&agrave;. Pi&ugrave; volte sar&agrave; sul punto di mollare (quando scopre che sua madre si &egrave; risposata o quando si innamora di una giovane e svampita infermiera con la quale si fidanza e che gli permette di lavorare insieme a suo padre avvocato, interpretato da un incisivo Martin Sheen), ma alla fine, a causa del destino e della sua stessa natura, sar&agrave; costretto a proseguire la corsa con il detective sempre alle sue calcagna. Non ha tutti i torti il ragazzino che truffa la gente, anche se riesce ad accumulare, rubandoli, quasi quattro milioni di dollari e, ovviamente, non ha tutti i torti il poliziotto che si ostina come non mai a volerlo acciuffare, anche se sembra quasi comprenderne le motivazioni. L&rsquo;altro elemento che li accomuna e li avvicina &egrave; la solitudine che pesa come un macigno sulle vite di entrambi. Due solitudini molto diverse, ma entrambe molto forti e determinanti. Due solitudini che riescono ad unirli e a renderli vicini, anche se lontani, sia fisicamente che idealmente. Costruire un rapporto di fiducia sar&agrave; un&rsquo;impresa assolutamente ardua, ma i due ci riusciranno anche perch&eacute;, come ci insegna la morale principale di questa bellissima favola, &egrave; inutile continuare a scappare se non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; nessuno che ti insegue. 
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VOTO: 8,5
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CITAZIONE DEL GIORNO

I domestici sono nemici pagati. Io il        mio non lo pago per non offenderlo. (Toto' in &quot;Signori si        nasce&quot;)



LOCANDINA

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