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  <title type="html"><![CDATA[C'era una volta il cinema: recensioni, articoli e considerazioni sul mondo del cinema di tutti i generi, dall'horror al dramamtico, allo splatter, alla commedia, al cinema indipendente, ecc...]]></title>
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  <updated>2009-11-08T16:16:59+01:00</updated>
  <subtitle type="html"><![CDATA[Uno sguardo sul cinema in tutte le sue manifestazioni e un occhio particolare per alcuni dei più grandi registi del panorama cinematorafico: da Lynch a Kubrick, da Kurosawa ad Allen, da Carpenter a Cronenberg, da Hitchcock a de Palma, da Scorsese a Coppola, da Van Sant a Truffaut, da Renoir a Godard, da Tarkovskij a Bergman e via dicendo...]]></subtitle>
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    <title type="html"><![CDATA[Nemico pubblico - Public enemies]]></title>
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    <published>2009-11-08T16:16:59+01:00</published>
    <updated>2009-11-08T16:16:59+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>








REGIA: Michael Mann
CAST: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Channing Tatum,Billy Crudup, Leele Sobieski, Giovanni Ribisi, Lili Taylor, Emilie de Ravin, Rory Cochrane
ANNO: 2009
&nbsp;
L&rsquo;agente dell&rsquo;FBI Melvin Purvis viene incaricato di arrestare il nemico pubblico numero uno, il rapinatore di banche John Dillinger, attorniato da altri famosi criminali come Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd. Una caccia al ladro negli anni della Depressione, conclusasi con la sconfitta di uno dei due che per&ograve; si far&agrave; mito. 
&nbsp;
<img height="480" width="332" align="left" src="http://www.mymovies.it/cinemanews/2009/4882/public_enemies.jpg" alt="" />Un cinema estremamente vitale quello di Michael Mann, come dimostra questo bellissimo &ldquo;Nemico pubblico&rdquo; (titolo originale al plurale &ldquo;Public enemies&rdquo;), che grazie all&rsquo;abilissima e pulsante regia del padre di perle come &ldquo;Heat&rdquo; o &ldquo;Collateral&rdquo;, ci restituisce frammenti di vita talmente intensi e significativi, da risultare di rimando veramente emozionanti e coinvolgenti. E&rsquo; grazie alla camera di Mann, e al suo magistrale utilizzo, che possiamo cogliere nei primi piani dei protagonisti, o in alcune straordinarie sequenze in digitale, o in funzionali inquadrature di spalle o in soggettiva, tutto il tumultuoso mondo interiore di ciascun personaggio della pellicola, e in particolar modo ovviamente dei tre protagonisti. Mondo interiore che specularmente si confronta con quello esteriore, portando alla luce sentimenti, emozioni, sensazioni, impercettibili moti dell&rsquo;anima che costituiscono la linfa vitale della pellicola stessa, donandole il pregio, tra i tanti, di andare al di l&agrave; dell&rsquo;uso estetico o narrativo del mezzo cinema (qui comunque portato ai massimi livelli), e di penetrare completamente il cuore dello spettatore disposto a farsi trascinare dagli sguardi profondi e pieni di interiorit&agrave; dei protagonisti e dai loro tumulti pubblici e privati. Ecco che allora la storia di John Dillinger e Melvin Purvis, oltre ad essere la leggendaria storia di uno dei criminali pi&ugrave; noti della storia americana e dell&rsquo;agente dell&rsquo;FBI che riusc&igrave; alla fine a braccarlo, diviene emblematicamente la storia di due uomini completamente immersi e persi ognuno nella propria ossessione, che crescendo proprio in seguito all&rsquo;esistenza dell&rsquo;altro, diviene vera e propria ragione di vita, l&rsquo;unica perlomeno che la rende valevole di essere vissuta. Per John Dillinger si tratta di un feticistico attaccamento alla libert&agrave; e alla vita (&ldquo;Tu cosa vuoi?&rdquo; &ldquo;Tutto&rdquo;), oltre che di una sorta di missione alla Robin Hood, come dimostra il suo vizio di cancellare i debiti dei pi&ugrave; poveri ad ogni rapina in banca, uno dei motivi per il quale divenne anche molto amato e quasi idolatrato dall&rsquo;opinione pubblica al di l&agrave; dello charme e del savoir-faire che lo contraddistinguevano; per Melvin Purvis si tratta di mostrare efficienza e competenza anche a rischio di sporcarsi le mani con scelte poco rispondenti all&rsquo;ideale di giustizia che in realt&agrave; dovrebbe e vorrebbe rappresentare, motivo per il quale si cominciano a notare sul suo volto quasi sempre impassibile, impercettibili segni di disagio. 
Il tutto descritto con un&rsquo;enorme sensibilit&agrave; alle caratteristiche pi&ugrave; umane dei protagonisti, rispetto a quelle criminali in un caso e professionali nell&rsquo;altro, grazie anche, non solo ai gi&agrave; citati espedienti regisitci di Mann, ma alle perfette e coinvolgenti interpretazioni degli attori protagonisti. Johnny Depp nel ruolo del solito criminale gentiluomo, cos&igrave; come una certa tradizione gangster professa (&egrave; sempre molto ben vestito, regala i suoi cappotti alle fanciulle infreddolite, si innamora perdutamente di una donna per la quale rischia pi&ugrave; volte la sua vita e la sua libert&agrave;), investe tutto s&eacute; stesso, trasmettendo non solo con sguardi e gesti sfuggenti, ma anche con la movenza corporea, tutta una gamma di stati d&rsquo;animo, fino a giungere al culmine nel finale, quando si ritrova in un cinema di fronte al suo alter-ego Clark Gable che gli suscita emozione ed ammirazione. Christian Bale nel ruolo dell&rsquo;impettito e determinato agente dell&rsquo;FBI mostra una carica interiore decisamente notevole, riuscendo a mantenersi equilibrato pur trasmettendo tutti i rivolgimenti emotivi del suo personaggio. Entrambi si fanno al centro di sequenze che rimarranno indimenticabili come quelle che aprono la pellicola (l&rsquo;evasione dal carcere, l&rsquo;inseguimento e l&rsquo;uccisione nel bosco di Pretty Boy Floyd e la rapina in una banca), quelle centrali (la prima notte d&rsquo;amore tra John e Billie Frechette, interpretata da una bravissima Marion Cotillard, e la lunga sparatoria notturna nei boschi), e quella finale dove i primi piani dei due protagonisti dicono pi&ugrave; di mille parole e dove il sangue alla fine arriva a solcare il volto di Dillinger fino a perdersi nelle sue ultime e toccanti parole prima di morire a causa del suo ideale di vita oltre che della sua estrema fiducia nei valori come l&rsquo;amicizia e la fiducia. 
Tralasciando le seppur apprezzabilissime qualit&agrave; formali, a partire da una precisione scenica non indifferente (costumi, scenografie, ambienti sia interni che esterni), fino ad arrivare ad una straordinaria colonna sonora che si fonde perfettamente con le immagini e i movimenti; &ldquo;Nemico Pubblico&rdquo; risulta eccezionale ed imprescindibile per chi nel cinema riesce a perdersi e al tempo stesso a ritrovarsi, cos&igrave; come succede a John Dillinger che in un cinema ha passato gli ultimi attimi della sua vita. 

&nbsp;
VOTO: <img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_4m.jpg" alt="" />

&nbsp;
<img height="300" width="456" align="cssCenter" src="http://lodim.files.wordpress.com/2009/03/public_enemies_movie_image_christian_bale__1_1.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" />
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    <title type="html"><![CDATA[Il nastro bianco]]></title>
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    <published>2009-11-07T14:23:51+01:00</published>
    <updated>2009-11-07T14:23:51+01:00</updated>
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REGIA: Michael Haneke
CAST: Susanne Lothar, Christian Friedel, Leonie Benesch,Ulrich Tukur, Ursina Lardi 
ANNO: 2009
&nbsp;
In un villaggio rurale del nord della Germania, nel biennio precedente la Prima Guerra Mondiale, avranno luogo degli strani avvenimenti che getteranno dubbiosit&agrave; e scompiglio tra i vari abitanti. 
&nbsp;
<img height="503" width="344" align="left" src="http://images.movieplayer.it/2009/10/09/la-locandina-italiana-de-il-nastro-bianco-133728.jpg" alt="" />Un film letteralmente raggelante, il vincitore della Palma D&rsquo;oro all&rsquo;ultimo Festival di Cannes. E non solo per l&rsquo;algido bianco e nero che contrassegna la straordinaria fotografia (che a tratti ci regala degli squarci paesaggistici, ma non solo, veramente magnifici), ma anche per lo strisciante e sottinteso suggerimento di interpretazione alle vicende narrate. Impossibile non cogliere la volont&agrave; del regista di fotografare in maniera quasi inedita la genesi e i pi&ugrave; profondi meccanismi della nascita dei principi nazisti che una generazione successiva rispetto alle vicende raccontate, sarebbero dilagati nella triste e indimenticabile pagina storica che noi tutti conosciamo. Ecco che allora, facendoci riflettere ampiamente (trattasi infatti, cos&igrave; come il cinema in generale di Haneke, di un film sostanzialmente cerebrale e partecipativo) sulla responsabilit&agrave; dei &ldquo;padri&rdquo;, ci presenta dei &ldquo;figli&rdquo; al tempo stesso vittime e carnefici, in un interscambio che trova la sua ragione di esistere proprio nella messa in atto dei rigidissimi e intransingenti insegnamenti ricevuti. Ecco che allora il nastro bianco del titolo, quello che viene fatto indossare a due ragazzini colpevoli di aver disatteso una norma educativa del severissimo padre, assume un rilievo emblematico. L&rsquo;innocenza che contrassegna il colore e che quindi deve ricordare ai portatori del nastro la loro purezza di giovani creature, si trasforma, anche se questo viene lasciato alla nostra libera interpretazione pur essendo quasi palese nonostante l&rsquo;alone dubbioso che circonda i sospetti sui vari colpevoli, in una sorta di cieco e spaventoso apprendimento dei valori ricevuti. Cos&igrave; come ad un ragazzo vengono legate le mani di notte per evitare di indulgere in atteggiamenti tipici della sua giovane et&agrave;, o un altro viene picchiato crudamente per aver rubato uno zufolo ad un bambino, o una bambina viene umiliata davanti a tutti per un po&rsquo; di baldoria in classe; allo stesso modo, per una sorta di allarmante coerenza, anche gli adulti che decantano un rigore cos&igrave; estremo, vanno puniti per la loro condotta non perfettamente rispondente all&rsquo;educazione cattolica e puritana, oltre che estremamente intransigente, che impartiscono ai propri figli, a quelli che sempre pi&ugrave; chiaramente ci appaiono come i componenti della futura generazione nazista. Ecco che allora non &egrave; difficile immaginare i componenti delle SS, che abbiamo visto solitamente adulti sugli schermi, come dei bambini o ragazzini che decapitano uccellini, picchiano a sangue degli innocenti bambini per punire i genitori colpevoli di aver disatteso le norme morali e civili che vigono nel villaggio, incendiare granai e via di questo passo. Tutto per una sorta di vocazione alla punizione (la stessa che i genitori hanno nei loro confronti) per atteggiamenti che si allontanano dall&rsquo;educazione che viene loro impartita: genitori che hanno interessi fin troppo morbosi per i figli, relazioni clandestine, sfruttamento dei pi&ugrave; deboli, tradimenti. 
Dunque, al di sotto della rigidit&agrave; e del perbenismo che contrassegnano fortemente, ma solo apparentemente, questo villaggio, si nasconde una realt&agrave; ben diversa, che conduce agli avvenimenti di agghiacciante portata a cui noi spettatori, e anche il maestro del villaggio narratore onniscente della vicenda, &nbsp;siamo chiamati ad assistere. 
Lo stile registico di Haneke non si discosta poi tanto dal suo solito modo di girare, con una precisione quasi geometrica delle singole inquadrature e con l&rsquo;utilizzo funzionale del fuori campo per le violenze pi&ugrave; inaudite che vengono lasciate alla nostra immaginazione, riuscendo nell&rsquo;intento di turbarci e inquietarci maggiormente. Il grande utilizzo della profondit&agrave; di campo, delle inquadrature fisse, dei primi piani, oltre che l&rsquo;attenzione minuziosa agli ambienti e ad ogni singolo oggetto, fanno il resto, regalandoci un film tecnicamente quasi perfetto, che si avvale anche di espedienti estetici e narrativi di non poco conto. Al di l&agrave; della succitata fotografia, a colpire &egrave; anche la totale mancanza di colonna sonora (al di l&agrave; di alcuni momenti in cui la musica &egrave; utilizzata in maniera diegetica) che in questo caso contribuisce a farci respirare ampiamente l&rsquo;aria malsana che contraddisingue il villaggio e quasi tutti i suoi abitanti. 
Fermo restando che ci viene mostrato il generale e indistino orrore che precede e d&agrave; il via al successivo sconvolgimento storico-sociale della Germania, e poi di rimando del resto del mondo, rimane difficile asserire cosa sia pi&ugrave; terrificante e angosciante: l&rsquo;ipocrisia e l&rsquo;estrema rigidezza degli educandi e dei loro insegnamenti o la mostruosa e cieca obbedienza degli educati ad essi?
&nbsp;
VOTO: <img alt="" src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_4m.jpg" />


<img height="321" width="443" align="cssCenter" alt="" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://www.roseinthewind.com/wp-content/uploads/2009/05/il-nastro-bianco.jpg" />
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    <published>2009-11-02T21:34:32+01:00</published>
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REGIA: Carol Reed
CAST: Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles, Trevor Howard, Bernard Lee
ANNO: 1949
&nbsp;
Quando Holly Martins, americano che si reca a Vienna richiamato dal suo amico Harry, scopre che quest&rsquo;ultimo &egrave; morto in uno strano incidente, comincia a ficcare il naso in faccende pericolose, come la scoperta di un fantomatico terzo uomo presente durante la morte di Harry. I suoi unici contatti saranno con Anna, la fidanzata di Herry, e il maggior Calloway che tenta di tenerlo al di fuori delle sue indagini sul conto dell&rsquo; amico. 
&nbsp;
<img align="right" alt="" src="http://www.celestialmonochord.org/log/images/thrid_man_ferris_wheel.jpg" />Grandissimo noir inglese, &ldquo;Il terzo uomo&rdquo;, diretto da Carol Reed, riesce a condensare abilmente e perfettamente suspance, mistero, tensione e persino ironia, grazie ad una perfetta convergenza di aspetti, estetici e non, che lo rendono il film indimenticabile che &egrave;. A partire dallo straordinario motivetto che costituisce la colonna sonora, composto e suonato da Anton Karas, fino ad arrivare ad un cast in grande spolvero che ci offre l&rsquo;opportunit&agrave; di assistere all&rsquo;ottima performance del grande Joseph Cotten nel ruolo del protagonista, scrittore di romanzi western, che si lascia ingabbiare in pi&ugrave; di una situazione pericolosa senza rendersene effettivamente conto. Indimenticabile anche l&rsquo;antagonista Orson Welles, come sempre, oltre che leggendario regista, attore dal grande fascino e carisma. Non possiamo non citare anche la fotografia, in un bianco e nero in puro stile espressionista, che incornicia alla perfezione tutte le situazioni, pericolose o meno, che compongono il mosaico di questa rocambolesca, ma anche molto oscura, vicenda. I maliziosi hanno sempre pensato che anche per quanto riguarda la regia, ci fosse lo zampino del mastodontico Welles, che avrebbe dato pi&ugrave; di un suggerimento a Reed. Ma entrambi hanno sempre smentito, ammettendo &ldquo;l&rsquo;ingerenza&rdquo; del regista di &ldquo;Quarto potere&rdquo;, solo per quanto atteneva a molte delle battute che compongono la sceneggiatura (&egrave; rimasta giustamente nella storia quella molto ironica e sarcastica che il personaggio da lui interpretato pronuncia ai piedi di una ruota panoramica: &ldquo;Sai che diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto assassini, guerre, terrore e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e di democrazia e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cuc&ugrave;&rdquo;). 
Nel mezzo si pone la bellissima Alida Valli, che si fa emblema di un dilemma etico di non poco conto, lo stesso che mette in crisi il protagonista e forse anche lo spettatore: se venissimo a scoprire che una persona da noi molto amata, che magari conosciamo da moltissimi anni e con la quale abbiamo passato i momenti migliori <img height="574" width="345" align="left" alt="" src="http://meerchant.files.wordpress.com/2008/03/third_man.jpg" />della nostra vita, in realt&agrave; &egrave; un criminale, cosa faremmo? Lo denunceremmo alla polizia o continueremmo ad andare per la nostra strada facendo andare la persona in questione per la sua? Una volta avute le prove dei crimini commessi dall&rsquo;amico, il protagonista non sembra pensarci molto, mentre la sua amante continua imperterrita a mantenere la posizione opposta. Pur non essendoci dubbi sulla giustezza del comportamento di uno, non si riesce a condannare totalmente quello dell&rsquo;altra. Ed &egrave; cos&igrave; che il dubbio su un argomento che non dovrebbe suscitarne affatto, si insinua anche nelle nostre menti, rendendo il racconto di questo giallo ancora pi&ugrave; interessante e sfaccettato. 
Grazie alla bellissima sceneggiatura scritta niente poco di meno che da Grahm Greene (che dopo decise anche di trasformarla in un romanzo), possiamo interessarci non solo al dilemma etico succitato, ma anche allo svolgimento delle indagini parallele della polizia e del protagonista sulle reali dinamiche dell&rsquo;incidente, sull&rsquo;esistenza o meno di questo fantomatico terzo uomo e sulla sua identit&agrave;, sulle caratteristiche caratteriali di un simpatico e affascinante protagonista (non riesce difficile immaginare che molto probabilmente lo scrittore-sceneggiatore l&rsquo;abbia voluto rendere metafora del suo modo di vedere la scrittura, come dimostra il divertente intermezzo in cui Cotten viene letteralmente &ldquo;rapito&rdquo; da un organizzatore di eventi culturali interessato ai suoi romanzi e alla sua poetica, per poi scoprire che il suo ospite d&rsquo;onore non sa nulla del flusso di coscienza di James Joyce o quant&rsquo;altro, ma sa bene come inventarsi delle storie e come riuscire a renderle intriganti per i lettori). 
Grande forza della pellicola &egrave; anche una costruzione scenica di alto impatto visivo e comunicativo, con una Vienna del dopoguerra ancora occupata dagli stranieri decisamente perfetta&nbsp; per la storia narrata, capace di dare maggior forza e potenza a sequenze straordinarie come il lunghissimo inseguimento finale all&rsquo;interno delle fognature girato con una maestria incredibile o quella all&rsquo;interno della ruota panoramica con i due grandi attori che si fronteggiano: il &ldquo;malefico&rdquo; ma affascinante personaggio interpretato da Welles per un attimo ci fa tornare alla mente un altro suo personaggio, il professore de &ldquo;Lo straniero&rdquo;, da lui girato e interpretato, un terribile nazista ricco di fascino che mostrava la sua vera natura disegnando una svastica su un foglietto di carta, cos&igrave; come in questo film lo vediamo scrivere col dito sul vetro appannato, il nome della donna amata con un cuoricino accanto, gesto apparentemente innocente, ma profondamente inquietante.&nbsp; Cos&igrave; come inquietante &egrave; il discorso incentrato sul valore della vita umana messo a confronto con quello del denaro e della ricchezza personale.&nbsp;
Per tutti questi motivi, quindi, si pu&ograve; facilmente asserire che &ldquo;Il terzo uomo&rdquo; &egrave; uno dei film fondamentali della storia del cinema, reso grande sicuramente dal regista e dallo scrittore della sceneggiatura, ma anche e forse soprattutto dalla monume<img height="263" width="362" align="right" alt="" src="http://www.drittemanntour.at/images/index_bild_rechts.jpg" />ntale presenza, seppur effimera in confronto con quella degli altri protagonisti, del mitico Orson Welles che persino con un cameo come questo (bisognava pur trovare i soldi per produrre i propri capolavori) &egrave; riuscito ad avere una ricchezza interpretativa, comunicativa, emozionale e concettuale non indifferente, trasmettendola poi di rimando all&rsquo;intera pellicola. 

&nbsp;

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    <published>2009-10-31T17:34:06+01:00</published>
    <updated>2009-10-31T17:34:06+01:00</updated>
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REGIA: George A. Romero
CAST: Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Ciupak Lalonde, Joe Dinicol, Scott Wentworth, Philip Riccio, Chris Violette, Tatiana Maslany
ANNO: 2009
&nbsp;
Un gruppo di studenti universitari sta girando un film horror, quando vengono sorpresi dall&rsquo;imminente caos causato dalla rinascita dei morti che stanno seminando il panico. Jason, il regista, decide di filmare tutto il loro viaggio a bordo del camper per sfuggire ai pericoli e per documentare tutto ci&ograve; che sta sconvolgendo il mondo. 
&nbsp;
<img align="left" src="http://chud.com/nextraimages/DiaryoftheDeadMoviePoster.jpg" alt="" />Il quinto, e non ultimo, capitolo della saga romeriana dedicata agli zombie e alle critiche sociali che essi nascondono, non &egrave; sicuramente all&rsquo;altezza dei primi episodi, trattandosi in quel caso di veri e propri gioiellini della cinematografia horror, divenuti giustamente dei cult imperdibili ed indimenticabili. Ci&ograve; non toglie che si tratti comunque di un validissimo film che continua la tradizione di Romero in maniera apprezzabile, seppur condito da qualche difetto che, anche se in maniera labile, ne mina il totale e incondizianato godimento. Posando come sempre sulle spalle dei suoi zombie il fardello di condannare e metaforizzare quelle che sono le tematiche politiche e sociali della nostra societ&agrave;, questa volta il regista, cogliendo a piene mani dallo stile di &ldquo;The Blair Witch Project&rdquo; e, rielaborandolo deliziosamente a modo suo, anticipa quelli che sono divenuti poi gli esemplari del genere e cio&egrave; &ldquo;Cloverfield&rdquo; e &ldquo;Rec&rdquo;, che, seppur distribiuiti prima di &ldquo;Diary of the dead&rdquo;, sono stati girati successivamente. Ecco che allora l&rsquo;idea originale spetta a Romero che ha saputo ancora una volta creare un horror che non si limita a mostrare frattaglie, spargimenti di sangue, lotte corpo a corpo tra zombie e umani ed effetti speciali, stavolta tutt&rsquo;altro che artigianali, ma li accompagna con una serie di sottotesti&nbsp; che al di l&agrave; del consueto riferimento ai problemi razziali che attanagliano la nostra societ&agrave; (cosa altro simboleggiano questi zombie se non i diversi, i &ldquo;clandestini&rdquo; che terrorizzano all&rsquo;estremo tutti gli altri?), si spinge fino ad analizzare in profondit&agrave; la moderna societ&agrave; dell&rsquo;informazione. La pellicola, che si basa sui filmati colti dal protagonista durante la sua fuga dagli zombie, e poi rielaborata e rimontata dalla sua fidanzata per restituirla ai posteri, &egrave; infatti attraversata (cos&igrave; come accade nelle pellicole succitate, ma anche nel capolavoro depalmiano &ldquo;Redacted&rdquo;), da una serie di filmati colti da numerosi e modernissimi mezzi di cominicazione, partendo dall&rsquo;ormai obsleta tv, fino ad arrivare a tutti&nbsp; i canali di condivisione presenti in internet. Video di youtube, testimonianze di blogger, riprese di telecamere a circuito chiuso e via dicendo mostrano l&rsquo;impossibilit&agrave; odierna di avere un&rsquo;unica e veritiera versione di un fatto, quasi sempre sporcata dall&rsquo;enfasi, dalla voglia di emergere di chi diffonde le notizie, dalla spasmodica volont&agrave; di documentare ogni singolo avvenimento, che sia per il gusto del poter affermare &ldquo;io c&rsquo;ero&rdquo;, o per fini pi&ugrave; nobili nel tentare di avvertire le generazioni future sul pericolo. 
Ecco che quindi, l&rsquo;espediente di trasmettere a noi spettatori il video originale del ragazzo, musicato e sistemato dalla fidanzata, che inizialmente perplime proprio perch&eacute; in un certo senso disattende quanto il regista va comunicando, alla fine ci risulta in qualche modo funzionale ai suoi intenti: non &egrave; possibile in nessun modo riuscire ad ottenere una realistica trasposizione di qualsiasi avvenimento. Anche se Romero sembra parteggiare per la libert&agrave; espressiva ed espositiva del singolo (cio&egrave; tutti coloro che sviando dalla comune informazione televisiva, giornalistica o radiofonica, si fanno divulgatori delle proprie esperienze vissute), neanche questa riesce alla fine a risultare completamente genuina, cos&igrave; come didascalicamente i protaginisti ci fanno notare, ricordandoci che ad ogni video visualizzato tutto sembra differente e confuso. 
Il didascalismo &egrave; forse uno dei pochi difetti di questa pellicola, visto che questa volta il valore simbolico e metaforico della stessa &egrave; affidato alle parole dei protagonisti, ma soprattutto alla voce fuori campo della ragazza che ha rimontato il film del fidanzato, laddove Romero era solito comunicare le sue idee e i suoi sottotesti affidandosi esclusivamente all&rsquo;immagine e alle situazioni. Tralasciando, inoltre, il non proprio eccellente livello recitativo del cast di sconosciuti (sicuramente scelto per meglio coinvolgere lo spettatore nelle loro vicende) e i non eccessivi stereotipi che accompagnano la descrizione di ciascun personaggio, si pu&ograve; sempre e comunque godere di un&rsquo;ironia irresistibile (come nella sequenza del fattore sordomuto che di zombie ne fa fuori parecchi) e dell&rsquo;abile mano registica di Romero che quando si tratta di zombie rimane sempre il numero uno. Fanno sorridere, infatti, le considerazioni negative circa la caratterizzazione poco moderna dei suoi zombie (che non sono veloci e temibili come quelli di Boyle, con cui ovviamente Romero polemizza come nella sequenza iniziale in cui il regista dice al suo attore che interpreta la mummia di camminare molto lentamente perch&eacute; &egrave; cos&igrave; che si muovono queste creature), criticati perch&eacute; poco paurosi. Ma essi non sono mai stati pensati per essere paurosi al cospetto di noi spettatori, bens&igrave;, simboleggiando quanto succitato, per spaventare a morte i protagonisti dei film che a loro volta sono metafora di una serie di negativit&agrave; della nostra societ&agrave;. Forse, quindi, dovrebbero essere questi ultimi a suscitare terrore, come del resto suggerisce la retorica domanda finale: &ldquo;Meritiamo di essere salvati?&rdquo;. 

&nbsp;
VOTO: <img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_4.jpg" alt="" />

&nbsp;
<img height="292" width="431" align="cssCenter" src="http://blogs.pioneerlocal.com/entertainment/george-romero_diary_of_the_dead.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" />
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    <published>2009-10-30T23:54:04+01:00</published>
    <updated>2009-10-30T23:54:04+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>




REGIA: Larry Charles
CAST: Sacha Baron Cohen, Anthony Hines
ANNO: 2009
&nbsp;
Br&uuml;no, un dicianovenne austriaco con la fissa per il mondo dello spettacolo, si trasferisce in America accompagnato da un fedele aiutante e tenta in tutte le maniere di scalare la vetta del successo.
&nbsp;
<img align="left" alt="" src="http://static.tuttogratis.it/fotogallery/318X450/6185/locandina-bruno-versione-gratta-e-vinci.jpg" />Irriverente come non mai, voglare fino all&rsquo;estremo, politicamente scorretto in ogni gesto o battuta, decisamente triviale per le continue e a volte esagerate gag a stampo sessuale, provocatorio oltre ogni limite, esagerato nella sua comicit&agrave; estrema ma ben studiata, spassosamente parodistico. 
Tutto questo &egrave; &ldquo;Br&uuml;no&rdquo;, l&rsquo;ultimo goliardico evento cinematografico di Larry Charles e Sacha Baron Cohen, perch&eacute;, nel bene o nel male, si tratta comunque di un evento, suscitante in un modo o nell&rsquo;altro un&rsquo;elevata dose di curiosit&agrave;. Fin dove si spingeranno questa volta quei due strampalati agitatori della morale pubblica e dei terribili luogocomunismi della societ&agrave; americana ed occidentale in generale? Questa &egrave; la principale domanda che spinge alla visione, ammesso che si accetti questo tipo di cinema, sfacciatamente e spudoratamente sopra le righe, in ogni modo pensabile, e anche impensabile. 
Non c&rsquo;&egrave; niente di sorprendente allora, se gi&agrave; preparati in seguito alla conoscenza del cinema di Cohen e Charles, in un pene inquadrato in primissimo piano che volteggia e addirittura &ldquo;parla&rdquo; sullo schermo, cos&igrave; come non ci si dovrebbe scandalizzare per tutta una serie di espedienti comici come gli strambi incontri sessuali del protagonista orgogliosamente e fieramente omosessuale o lo svelamento (neanche tanto eclatante, trattandosi di cose ormai arcinote) di molte delle meschinit&agrave; della nostra societ&agrave;. 
Si parte da una sorta di demolizione del mondo della moda, sino ad arrivare pi&ugrave; in generale allo star system, osservato sia dal punto di vista di chi ne &egrave; gi&agrave; protagonista (con i riferimenti satirici alle adozioni africane, alla beneficenza per pubblicit&agrave;, ai video a sfondo sessuale con personaggi politici), sia da quello di chi vuole diventarlo a tutti i costi (gli sconcertanti e al tempo stesso assurdi provini di bambini con genitori disposti a scendere a qualsiasi compromesso pur di farli entare nel mondo dello spettacolo). Tutto questo senza dimenticare un&rsquo;ampia visuale sul bigottismo e l&rsquo;imperante omofobia della nostra societ&agrave;, come dimostrano numerose situazioni in cui gli atteggiamenti oltremodo estremi di Br&uuml;no nell&rsquo;esprimere la sua dilagante omosessualit&agrave; (esasperati proprio per enfatizzare il concetto), incontrano lo sdegno e in certi casi anche la rabbia di alcuni personaggi emblematici in questo senso, come il responsabile dell&rsquo;hotel che si rifiuta di sbrogliarlo dalle catene con cui si &egrave; legato al suo assistente, o un cacciatore che ne rifiuta quasi violentemente le avances, per raggiungere l&rsquo;apoteosi del pubblico invasato di un combattimento di wrestling che si scaglia contro il protagonista ormai del tutto abbandonato alla sua passione per l&rsquo;uomo di cui si &egrave; innamorato. Ecco che allora, la scelta di far seguire a Br&uuml;no un corso di eterosessualit&agrave; si carica del peso di sradicare e mettere alla berlina una serie di stereotipi che accompagnano il pensiero dominante circa le scelte sessuali di ognuno e le maniere in cui esse si esplicano. Per essere un buono eterosessuale, insomma, il nostro aspirante gay di successo dovr&agrave; arruolarsi nell&rsquo;esercito, andare a caccia, seguire dei corsi di arti marziali, andare ad una festa di scambisti, e soprattutto, cosa per lui veramente impensabile, fare sesso con una donna. 
Si ride spesso con &ldquo;Br&uuml;no&rdquo;, ammesso che si sopportino determinate esagerazioni ed eccessi di linguaggio e di sostanza, ma non spesso come si dovrebbe molto probabilmente, visto che pur sempre di un film comico-demenziale si tratta, seppur venato da aspirazioni polemiche e da intenti quasi paradossalmente etici insiti nell&rsquo;obiettivo di mostrare, distruggendoli, molti dei cattivi costumi che attanagliano e peggiorano la societ&agrave; moderna. Il paradosso consiste, ovviamente, nel fatto di utilizzare dei mezzi completamente amorali (anche se il giudizio sulla moralit&agrave; o meno degli stessi dipende molto anche dalla moralit&agrave; soggettiva di ciascun spettatore), per raggiungere una sorta di morale. Del resto, il dilemma, &egrave; secolare: &ldquo;Il fine giustifica i mezzi?&rdquo;. Trovata la risposta a questa domanda, avrete trovato anche la chiave di lettura di questa pellicola. In caso contrario, comunque, ferma restando la disponibilit&agrave; ad accettare la monumentale provocazione e l&rsquo;attitudine a non scandalizzarsi per una volgarit&agrave; senza limiti (sopportabile proprio perch&eacute; volutamente spiattellata), trattasi pur sempre di una decente (o se vogliamo anche indecente visti i contenuti), commedia spassosa e nascostamente intelligente. 

&nbsp;
VOTO: <img alt="" src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_3.jpg" />

&nbsp;
<img align="cssCenter" alt="" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://i.thisislondon.co.uk/i/pix/2009/06/bruno-baby2-415x441.jpg" />
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    <published>2009-10-29T13:07:02+01:00</published>
    <updated>2009-10-29T13:07:02+01:00</updated>
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REGIA: John Woo
CAST: Tony Leung, Takeshi Kaneshiro
ANNO: 2009
&nbsp;
III secoldo d. C., in Cina il primo ministro Cao Cao ambisce alla conquista dell&rsquo;intero paese. Il Vicer&egrave; della terra di Wu a Sud, Zhou Yu, alleatosi con il dominatore della terra di Xu a Ovest, Liu Bei, decide di affrontare la battaglia partendo dalla base di Red Cliff. 
&nbsp;
<img align="left" src="http://images.tuttogratis.it/110761/poster.jpg" alt="" />Un ritorno in patria di quelli col botto, questo di John Woo che, abbandonando il genere action a lui caro che ci ha donato perle come &ldquo;Face-off&rdquo;, ma anche parecchi passi falsi, si dedica ad un war-movie in odore di kolossal dalle venature epiche e poetiche. Un maestoso affresco di una notevole fetta di storia della Cina, giostrato in maniera molto abile dal regista che ne ha creato una pellicola di notevole interesse, soprattutto visivo ed emotivo. 
Rifacendosi spudoratamente e quasi simpaticamente ad una sorta di stile citazionistico della migliore tradizione di spaghtti-western (Leone &egrave; sempre dietro l&rsquo;angolo, fino ad uscirne completamente nella scena della goccia dell&rsquo;acqua che rappresenta il cambiamento della direzione del vento), Woo costruisce un&rsquo;impalcatura solidissima in cui allo spettatore &egrave; dato modo di assistere ad un susseguirsi di sequenze che mozzano il fiato, alternandosi tra l&rsquo;intimit&agrave; di alcune straordinarie scene d&rsquo;interni con i rispettivi regnanti che affrontano in maniera opposta &ldquo;l&rsquo;arte della guerra&rdquo;, e l&rsquo;ampiezza di vedute e di paesaggi delle sequenze in esterno, in cui la mdp di Woo avvolge sapientemente le centinaia di soldati in guerra, per poi restringersi sulla singolarit&agrave; di alcuni di essi, arrivando persino a commuovere, onestamente il pi&ugrave; delle volte, lo spettatore che ne ha conosciuto in precedenza le personalit&agrave; e le caratteristiche pi&ugrave; intime. 
Un film, questo &ldquo;La battaglia dei tre regni&rdquo; (titolo originale molto pi&ugrave; evocativo &ldquo;Red Cliff&rdquo;), che ci restituisce anche l&rsquo;importanza e la grandezza dell&rsquo;ingegno umano a dispetto della mera forza e supremazia, cos&igrave; come dimostrano gli esiti della roboante battaglia finale (in cui l&rsquo;amore del regista per l&rsquo;azione ha completamente modo di esprimersi), in cui la parte apparentemente debole della contesa, governata da un Vicer&egrave; onesto e leale, riesce ad avere la meglio sull&rsquo;esercito pi&ugrave; numeroso, preparato e fornito dell&rsquo;ambizioso primo ministro. Ma non &egrave; in questa netta e manicheistica separazione tra buono e cattivo, seppur decisamente estremizzata dalla sceneggiatura e dal montaggio, che sta l&rsquo;interesse di questo trionfo del bene, perch&eacute; ci&ograve; che pi&ugrave; coinvolge e conquista lo spettatore sono le modalit&agrave; e le azioni che portano a questa vittoria. Un inno alla strategia, all&rsquo;intelligenza e alla furbizia, dunque, questa pellicola che per quasi tutta la sua durata su questi elementi si regge e questi aspetti ci mostra, rendendoci partecipi delle mosse, meschine o meno a seconda di chi le intraprende (tornando a quella netta separazione succitata), di ciascun regnante, dimostrando la completa fatuit&agrave; ed inettitudine di chi, adagiandosi sugli allori per la completa sicurezza e convizione della propria supremazia, si affida unicamente alla propria superiorit&agrave; di armi e soldati, e chi, invece, non si arrende nonostante le avversit&agrave; facendo della scaltrezza e dello studio preciso e approfondito di quanto l&rsquo;ambiente circostante ha da offrire, una potentissima arma vincente. 
Ecco che allora gli elementi naturali assumono importanza capitale nella narrazione di questa strategia di guerra, a partire dal vento, fino ad arrivare al fuoco, senza tralasciare comunque sia l&rsquo;acqua che la terra. Impossibile, dunque, non rimanere affascinati dall&rsquo;eleganza dello stile narrativo ed estetico di questa pellicola (fotografia e colonna sonora sono davvero molto raffinate, cos&igrave; come l&rsquo;utilizzo quasi estremo del ralenti a sottolineare i momenti di pi&ugrave; alto pathos, quasi sempre corrispondenti con l&rsquo;imminenza della morte), seppur attraversata da venature quasi goliardiche in alcuni primissimi piani e zoomate dei vari protagonisti, poi ripresi faccia a faccia di profilo, proprio da tipica tradizione western, come premesso. 
Nonostante la lunga durata (due ore e mezza di per s&eacute; gi&agrave; dimezzate rispetto alle quattro ore e passa della versione originale), lo spettatore non trova un attimo di noia nella visione del film, che nonostante l&rsquo;introspezione approfondita di molti personaggi emblematici (oltre ai due contendenti, anche le due figure femminili hanno un certo spessore), riesce a tenere desta l&rsquo;attenzione dall&rsquo;inizio alla fine, grazie anche al ricco cast di attori decisamente apprezzabili, a partire dagli ormai famosissimi Tony Leung e Takeshi Kaneshiro. Un film da non perdere, insomma, che regaler&agrave; un&rsquo;opportunit&agrave; in pi&ugrave; per approfondire un segmento di storia cinese, per riflettere come sempre sulla guerra e tutte le sue sfumature e sfaccettature, ma soprattutto per assistere ad un grande cinema. 
&nbsp;
VOTO: <img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_4.jpg" alt="" />


<img align="cssCenter" src="http://www.vimooz.com/blog/wp-content/uploads/2009/05/redcliff1.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" />



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    <published>2009-10-23T13:24:12+02:00</published>
    <updated>2009-10-23T13:24:12+02:00</updated>
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REGIA: Lucio Fulci
CAST: Tisa Farrow, Ian McCulloch, Richard Johnson, Al Clever, Auretta Gay, Stefania D&rsquo;Amario, Olga Karlatos
ANNO: 1979
&nbsp;
Una barca abbandonata viene ritrovata nel porto di New York da due poliziotti, uno dei quali viene tremendamente ucciso da uno zombi nascosto su di essa. La figlia del dottore proprietario della barca e un giornalista in cerca di scoop si recano sull&rsquo;isola di Matul, dove lo studioso si trovava da tempo e da dove non aveva dato pi&ugrave; notizie. Qui i due, accompagnati da altri due turisti, si ritroveranno nel bel mezzo di un contagio inarrestabile, in cui quasi tutti gli abitanti verranno mutati in terribili zombie. 
&nbsp;
<img align="left" alt="" src="http://iwatchfilm.com/content/default/english/images/movies/379165_3.jpg" />Assurto ormai al rango di zombie-horror per eccellenza, oltre che di vero e proprio cult nella cinematografia di genere, &ldquo;Zombi 2&rdquo; merita sicuramente la fama che ha conquistato durante gli anni, nonostante la scarsit&agrave; di budget utilizzato per girarlo, le polemiche di Argento e Romero per il titolo (visto che ovviamente &egrave; stato scelto per ricalcare il successo di &ldquo;Zombi&rdquo; di Romero, prodotto e distribuito in Europa proprio da Argento), e i tribolamenti della produzione nella scelta del regista a cui affidare questa storia, scritta da Dardano Sacchetti, ma firmata da sua moglie Elisa Briganti. Infatti i produttori, Fabrizio de Angelis (con cui poi dopo Fulci collaborer&agrave; per i suoi horror) e Ugo Tucci decisero di affidare la regia a Enzo G. Castellari, dopo aver scartato Joe D&rsquo;Amato perch&eacute; legato troppo al cinema erotico. Ma il regista rifiut&ograve; l&rsquo;offerta, suggerendo di rivolgersi al grande Lucio Fulci, che non aveva mai girato un horror, ma che nei suoi thriller &ldquo;ci andava gi&ugrave; pesante&rdquo;, come in &ldquo;Una lucertola con la pelle di donna&rdquo; e &ldquo;Non si sevizia un paperino&rdquo;, di qualche anno precedente. 
Del tutto infondate erano le accuse di plagio e saccheggio dello zombie-horror di Romero, con cui condivise, come suddetto, solo il titolo, visto che il primo, &ldquo;Zombi&rdquo;, &egrave; pi&ugrave; una sorta di metafora politica-sociale contro i mutamenti della societ&agrave; americana, tant&rsquo;&egrave; che &egrave; totalmente ambientato a New York, mentre il secondo, &ldquo;Zombi 2&rdquo;, &egrave; pi&ugrave; una vera e propria avventura rocambolesca che tenta anche di dare una diversa interpretazione sull&rsquo;origine di questi &ldquo;non-morti&rdquo;, origine a quanto pare caraibica e derivante da strani riti voodoo, tant&rsquo;&egrave; che &egrave; ambientato in un&rsquo;isola immaginaria, Matul, situata nei Caraibi, con solo l&rsquo;incipit e il finale ambientati a New York. Grande punto di forza della pellicola &egrave; infatti l&rsquo;ambientazione oltre che una certa caratterizzazione esotica data dalla colonna sonora, firmata Fabio Frizzi, incentrata sulle percussioni e sui ritmi serrati. 
Polemiche a parte (affrontate tra l&rsquo;altro dal regista con cipiglio quasi strafottente, dato che secondo lui se di plagio si trattava, era comunque plagio di numerosi zombie-horror anche precedenti a &ldquo;Zombi&rdquo;, e si pu&ograve; notare l&rsquo;ispirazione al film di Jacques Tourner &ldquo;Ho camminato con uno Zombie&rdquo;, del 1943), &ldquo;Zombi 2&rdquo;, conserva ancora oggi una sua unicit&agrave;, che &egrave; quella di riuscire a impressionare e spaventare lo spettatore con questi zombi lentissimi ma crudelissimi che mangiano letteralmente la carne dei poveri sventurati che si trovano sul loro cammino, rendendoli della loro specie. Il merito, va detto, va al curatore degli effetti speciali, Giannetto De Rossi, che si rifiut&ograve; di creare zombi simili a quelli di Romero, cos&igrave; come gli era stato chiesto, perch&eacute; li riteneva poco paurosi e troppo pallidi e decisamente normali. Lui, invece, decise di renderli oltremodo mostruosi, costruendo sui volti e sui corpi degli attori chiamati ad interpretarli (tra cui i tre fratelli Dell&rsquo;Acqua, Alberto, Arnaldo e Roberto) delle maschere mostruose create con la creta, il lattice, la plastilina e altri materiali. Un&rsquo;altra differenza tra i due tipi di zombi, romeriani e fulciani, &egrave; proprio nella loro caratterizzazione. Se i primi erano riconoscibili nella loro passata &ldquo;umanit&agrave;&rdquo;, con notevoli differenze di abbigliamento e di conseguenza di estrazione sociale; i secondi sono oltremodo unificati nel modo in cui ci vengono presentati, con vestiti sudici e strappati e con lo stesso identico modo di camminare e di muoversi, quasi sempre con la testa abbassata. Ma l&rsquo;elevata qualit&agrave; degli effetti speciali &egrave; ravvisabile soprattutto in una determinata sequenza, quella che poi &egrave; rimasta nella storia oltre ad essere stata omaggiata negli anni a venire in numerosissime pellicole (persino Tarantino nel suo Kill Bill 1 e 2 non ne ha potuto fare a meno), e cio&egrave; quella dello smembramento dell&rsquo;occhio di Olga Karlatos (nel ruolo della moglie dello studioso che sull&rsquo;isola sta facendo esperimenti per risalire all&rsquo;origine del fenomeno degli zombie, visto che continua ad essere scettico sull&rsquo;effettivit&agrave; dei riti voodoo come invocatori di questi terribili mostri). Una scena che lasci&ograve;, e ancora lascia a distanza di anni, col fiato sospeso gli spettatori inorriditi e spaventati dallo zombie che una volta rotta la porta di legno dietro la quale la donna si &egrave; trincerata, comincia a spingere la testa della povera vittima (appena uscita dalla doccia dove ha mostrato un nudo impeccabile, elemento immancabile in un certo cinema di genere degli anni &rsquo;70) contro una scheggia di legno. Il suo povero e bellissimo occhio far&agrave; ovviamente una brutta fine e il tutto sembrer&agrave; talmente realistico proprio grazie agli effetti speciali ben studiati e congeniati da De Rossi (si cre&ograve; addirittura un calco della testa dell&rsquo;attrice, che data l&rsquo;efferatezza della scena, si sent&igrave; male). 
Altra grande sequenza, che per&ograve; non fu girata da Fulci che non voleva nemmeno inserirla nella pellicola, ma dallo stesso De Rossi, &egrave; quella della lotta corpo a corpo tra uno squalo e uno zombie subacqueo (scena che sicuramente voleva ironicamente competere con &ldquo;Lo squalo&rdquo; spielberghiano), anche se si pu&ograve; notare una specie di blooper, dato che allo zombie viene via il braccio prima che questo venga morso dallo squalo. Indimenticabile anche il contagio di Susan, una delle protagoniste della pellicola, che viene terribilmente morsa al collo da uno zombie uscito dal cimitero dei conquistadores spagnoli, con litri e litri di sangue che sgorgano a pi&ugrave; non posso.
Nonostante l&rsquo;ostracismo di una certa critica, che con gli anni per&ograve; si &egrave; resa conto dell&rsquo;aura di grandezza che circonda questo progetto poco ambizioso ma sicuramente valente, si pu&ograve; asserire che &ldquo;Zombi 2&rdquo;, cos&igrave; come la pensavano sin da allora i critici francesi, &egrave; un horror imprescindibile per chiunque si consideri, anche solo di striscio, un vero e proprio appassionato del genere. 

&nbsp;
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    <published>2009-10-20T23:02:13+02:00</published>
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REGIA: Judd Apatow
CAST: Adam Sandler, Seth Rogen, Leslie Mann, Eric Bana, Jonah Hill, Jason Schwartzman
ANNO: 2009
&nbsp;
George Simmons, famosissimo cabarettista e attore comico, scopre di avere una malattia incurabile che gli lascer&agrave; poco tempo da vivere. Completamente solo, nonostante la marea di fan, trova l&rsquo;appoggio di un&rsquo;aspirante battutista con cui legher&agrave; moltissimo, fino ad arrivare a riconquistare il suo primo amore. 
&nbsp;
<img align="left" alt="" src="http://www.vivacinema.it/img/funny-people.jpg" />&ldquo;Funny people&rdquo; segna il ritorno dietro la macchina da presa dell&rsquo;irriverente Apatow, emblema della nuova commedia americana, che trasforma in oro tutto quello che tocca, o quasi. Che si occupi solo di sceneggiature (come nell&rsquo;esilarante e bellissimo &ldquo;Walk hard&rdquo; o nello strampalato &ldquo;Strafumati&rdquo;), o unicamente dell&rsquo;aspetto produttivo delle pellicole (vedasi il fortunato &ldquo;Suxbad&rdquo; e il recente e simpatico &ldquo;Non mi scaricare&rdquo;), riesce sempre ad avere successo, oltre al fatto di essersi creato una folta schiera di estimatori. Il tocco Apatow, dunque, &egrave; ormai riconoscibile anche in pellicole che apparentemente non recano il suo zampino ma sembrano portare ugualmente la sua firma, tanto da far nascere un vero e proprio stile sicuramente apprezzabile in molte delle sue sfaccettature, a cominciare da una sorta di demenzialit&agrave; ragionata, si perdoni l&rsquo;ossimoro, che nasconde molto spesso anche della classe. Con &ldquo;Funny people&rdquo;, per&ograve;, non si ripropone tutto ci&ograve; anche se la prima parte della pellicola sembra suggerirlo fortemente. Il problema del film &egrave; che in realt&agrave; si tratta di due pellicole in una, e non solo per la sua durata eccessiva e quasi spropositata, ma proprio perch&eacute; ad una prima parte tipicamente &ldquo;apatowiana&rdquo; in cui non ci si stanca di ridere e sorridere per battute intelligenti e meno intelligenti ma comunque molto divertenti (e si, come al solito volgari, sboccate e a volte anche misogine, ma al tempo stesso anche colte e molto citazionistiche), segue una seconda parte che non ha nulla a che fare con tutto ci&ograve; che si &egrave; visto prima e che si concentra su una noiosa, sfiancante, prevedible e scontatissima diatriba amorosa, con tanto di stucchevolezze e banalit&agrave; annesse, senza tralasciare anche una buona dose di retorica che accompagna gli atteggiamenti di quasi tutti i personaggi coinvolti in essa (d&agrave; da pensare il fatto che al centro di questa seconda parte ci siano la moglie e le figlie del regista). 
Ecco che allora viene rovinato quanto di buono fatto fino a quel momento, come ad esempio l&rsquo;ottima scelta del cast (al di l&agrave; di Sandler, amico storico del regista, e di Rogen che fa quasi coppia fissa con Apatow, non possiamo non citare il grande Jason Schwartzman nel ruolo di un borioso attore di sit-com), un discreto utilizzo della tematica di fondo costituita dal ritratto di un comico dalla vita triste (tema sicuramente inflazionato quello di raffrontare la vita pubblica dei comici fatta di frizzi e lazzi con la loro vita privata non esente da drammi e solitudini, ma perlomeno reso godibile dal modo di proporlo) e un buonissimo utilizzo della colonna sonora (tra l&rsquo;altro composta dallo stesso Schwartzman). Cos&igrave; come ci dimentichiamo subito, una volta immersi nel &ldquo;secondo film&rdquo; di quanto interessante fosse &ldquo;il primo&rdquo; nell&rsquo;esplorare il mondo della comicit&agrave; in molte delle sue sfaccettature e nel tessere una fitta e godibilissima rete di riferimenti, omaggi e imperdibili camei come quello di Ray Romano, famosissimo e amatissimo protagonista di &ldquo;Tutti amano Raymond&rdquo; e di Eminem nel ruolo di un incazzatissimo s&eacute; stesso. Ecco che allora la classe di cui sopra, insita anche in piccoli particolari come i poster appesi nell&rsquo;abitazione del pi&ugrave; giovane dei due protagonisti, o l&rsquo;auto-ironia del regista nell&rsquo;ideazione delle pellicole oltremodo demenziali a cui ha partecipato il protagonista pi&ugrave; &ldquo;anziano&rdquo; (tra cui &ldquo;Il sirenetto&rdquo;!), va a perdersi in una mancanza di inventiva che si protrae stancamente per raggiungere il copioso minutaggio con l&rsquo;unico scopo di dare, togliere e poi ridare spessore umano e sentimentale al protagonista che in realt&agrave; non ne aveva affatto bisogno, meritandosi tra l&rsquo;altro un finale pi&ugrave; originale rispetto a quello che gli viene riservato. 
Fa strano leggere tra le varie critiche che questa &egrave; indubbiamente la migliore interpretazione di Adam Sandler, molto probabilmente non si conoscono o si sono stranamente e colpevolemente dimenticate le sue straordinarie perfomance in pellicole come &ldquo;Ubriaco d&rsquo;amore&rdquo; o &ldquo;Reign over me&rdquo;, pur non essendo questa da disprezzare. 
Tralasciando la sua completa irriverenza, dunque, Apatow stavolta si &egrave; lasciato andare ad un pizzico di convenzionalit&agrave;, tra l&rsquo;altro mal gestita, che speriamo venga presto abbandonata per tornare a fare quello che sa fare meglio: delle sane, demenziali e per niente noiose (come nel caso di &ldquo;Fanny people&rdquo;) commedie &ldquo;sofisticate&rdquo;. 
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VOTO: <img alt="" src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_2m.jpg" />

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    <published>2009-10-19T12:10:27+02:00</published>
    <updated>2009-10-19T12:10:27+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>

















REGIA: Robert Altman
CAST: Andie MacDowell, Bruce Davison, Jack Lemmon, Julianne Moore, Matthew Modine, Tim Robbins, Madeleine Stowe, Anne Archer, Fred Ward, Jennifer Jason Leigh, Chris Penn, Lili Taylor, Robert Downey Jr, Tom Waits, Lily Tomlin, Francis McDormand, Peter Gallagher
ANNO: 1993
&nbsp;
Los Angeles. La vita di una serie di persone si intreccia in maniera a volte casuale a volte meno. Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare fino a quando l&rsquo;arrivo di un terremoto non resetter&agrave; tutto. 
&nbsp;
<img height="566" width="330" align="left" src="http://members.cscoms.com/~suwat/poster/Short_Cuts.jpg" alt="" />Il film corale per eccellenza, quel tipo di cinema in cui Altman &egrave; stato un inarrivabile maestro, &ldquo;America oggi&rdquo; &egrave; un ritratto stroardinariamente lucido e profondo della societ&agrave; americana in tutte le sue sfaccettature, sicuramente non prive di difetti. Un racconto quasi onniscente con Altman che dall&rsquo;alto, seppur rimanendo imparziale, dirige il tutto mostrandoci vizi e virt&ugrave; di una galleria quasi infinita di personaggi che hanno molto o poco da dire, a seconda&nbsp; dei punti di vista. Ognuno di loro, quasi paradossalmente trattandosi di Los Angeles luogo di &ldquo;perdizione&rdquo; in tutti i sensi, &egrave; collegato all&rsquo;altro in una sorta di labirinto quasi inestricabile in cui sono racchiusi volontariamente o meno.
&nbsp;Abbiamo Earl Piggot (un magnifico Tom Wait), conducente di limousine e ubriacone a tempo pieno, sposato con Doreen, cameriera insoddisfatta della sua vita che un giorno per caso investe un bambino di 8 anni che si rifiuta poi di farsi riaccompagnare a casa. Quest&rsquo;ultimo, soccorso in ritardo, si ritrover&agrave; in coma, assistito dai suoi genitori Ann e Howard Finningan (rispettivamente l&rsquo;intensa Andie MacDowell e il coriaceo Bruce Davison). All&rsquo;ospedale arriver&agrave; anche il padre di Howard, Paul, con cui non parlava da moltissimi anni perch&eacute; aveva tradito la madre con la cognata (un coinvolgente Jack Lemmon). Il nonno del bambino, che non aveva mai conosciuto, si interesser&agrave; di pi&ugrave; alle sorti del ragazzo compagno di stanza operato due volte e poi salvatosi quasi miracolosamente, che di quelle del nipote. Il tuttofare dei Finningan, Jerry Kaiser (Chris Penn) &egrave; frustrato a causa del lavoro di sua moglie Lois (la bravissima Jennifer Jason Leigh) che mentre si occupa della casa e dei figli intrattiene telefonate erotiche con clienti fin troppo spinti. Verr&agrave; assunto anche dalla vicina dei Finningan, cantante ormai in l&agrave; con l&rsquo;et&agrave; che nessuno ha pi&ugrave; voglia di ascoltare e madre di una violoncellista sull&rsquo;orlo della depressione. Gli amici di Chris e Lois, Honey e Bill Bush (rispettivamente Lily Taylor e Robert Dowenry Jr), devono occuparsi della casa dei vicini per un mese, mentre lui continua a studiare per diventare truccatore cinematografico, divertendosi a fare le prove sulla moglie e l&rsquo;amica. Honey &egrave; la figlia di Doreen e preferirebbe che sua madre lasciasse Earl che non fa altro che ubriacarsi. Il medico che ha in cura il figlio dei Finningan, Ralph Wyman (Matthew Modine) &egrave; ossessionato dal dubbio di un tradimento da parte di sua moglie, Marian (una Julianne Moore completamente a suo agio anche spogliata di ogni velo). Lei invece, che pure confessa il tradimento avvenuto tre anni prima, &egrave; tutta presa dall&rsquo;organizzazione di una cena con una coppia conosciuta ad un concerto. Loro sono Claire e Stuart Kane (rispettivamente Anne Archer e Fred Ward): lei si veste da pagliaccio per organizzare feste e portare un po&rsquo; di gioia ai bambini negli ospedali, lui ha l&rsquo;hobby sfrenato della pesca. Mentre un giorno si trova in campeggio con gli amici scopre un cadavere di donna, ma decide di lasciarlo l&igrave; per continuare a pescare. Sua moglie, invece, fa uno strano incontro col poliziotto Gene Shepard (un volutamente viscido Tim Robbins) che le chiede il suo numero di telefono. Costui &egrave; sposato con Sherri, sorella di Claire, (Madeleine Stowe) ed &egrave; vessato dal chiasso incessante dei suoi tre bambini e del loro cagnolino. Gene ha anche un&rsquo;amante, Betty (Francis McDarmond) che continua a ricevere fastidiose visite dall&rsquo;ex-marito Stormy (Peter Gallagher) che arriva addirittura a distruggerle la casa quando scopre delle sue numerose tresche. 
&nbsp;Un panorama che ci mette a confronto con numerosi temi come la vita e la morte, il tradimento, la famiglia, la societ&agrave; intera, tutta attraversata da ipocrisie e contraddizioni, nonch&eacute; da ingiustizie e fatalit&agrave; come dimostra il finale quasi purificatore che sembra dare l&rsquo;opportunit&agrave; ad ognuno di loro di ricominciare da prima che i tre fatidici giorni che ci vengono raccontati cominciassero. 
&nbsp;Grandissima forza della pellicola &egrave; la magnifica sceneggiatura che riesce a tenere unite e compatte, senza alcun minimo di confusione o peggio ancora di noia, tutte le fila che uniscono il variegatissimo mosaico di personaggi che compongono la narrazione. Personaggi scritti e delineati alla perfezione e, cosa ancora pi&ugrave; apprezzabile, interpretati egregiamente da un parterre di attori come forse si &egrave; visto davvero raramente sullo schermo. Altman riesce a dirigere un insieme di attori non solo molto famosi ma anche decisamente valenti e lo fa senza far pesare l&rsquo;importanza del cast, che comunque dona un valore aggiuntivo alla pellicola che gi&agrave; di per s&eacute; riesce a farsi apprezzare per tutte le qualit&agrave; succitate e per le riflessioni che, ben nascoste nell&rsquo;apparente racconto di pezzi di vita di ciascun personaggio, affiorano tra le righe coinvolgendoci sempre di pi&ugrave;. 
Storie tratte da nove racconti e da una poesia di Raymond Carver, cos&igrave; ben amalgamate e raccontate che hanno fatto vincere alla pellicola il Leone d&rsquo;Oro al miglior film nella 50&deg; Mostra internazionale d&rsquo;arte cinematografica di Venezia, anche se in ex aequo con un&rsquo;altra straordinaria pellicola, &ldquo;Film blu&rdquo; di Kiewloski.


&nbsp;
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    <published>2009-10-17T18:02:25+02:00</published>
    <updated>2009-10-17T18:02:25+02:00</updated>
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REGIA: Jaume Collet-Serra
CAST: Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman
ANNO: 2009
&nbsp;
Kate e John dopo aver perso il loro terzo figlio durante il parto, decidono di riversare il loro amore adottando una bambina. Verr&agrave; scelta Esther, ragazzina di 9 anni molto a modo ed intelligente. Una volta arrivata a casa per&ograve;, cominceranno a succedere delle strane cose&hellip;
&nbsp;
<img align="left" src="http://www.joblo.com/images_arrownews/orphan-poster.jpg" alt="" />Ci si aspettava qualcosa di pi&ugrave; da questo &ldquo;Orphan&rdquo; e invece a conti fatti risulta ricalcare pedissequamente tutti i passaggi, narrativi e non, di qualsiasi film incentrato sui bambini malefici. Ecco che allora sorprende quasi, che a distanza di poco pi&ugrave; di un anno da &ldquo;Joshua&rdquo;, l&rsquo;attrice Vera Farmiga si ritrovi nuovamente ad essere la madre di una di queste &ldquo;pesti&rdquo;. Non cambiano i film, non cambiano pi&ugrave; nemmeno gli attori. Ma al di l&agrave; di questo, quello che pi&ugrave; delude in &ldquo;Oprhan&rdquo;, che per il resto tutto sommato &egrave; un prodotto sufficientemente apprezzabile, &egrave; l&rsquo;utilizzo del sonoro un po&rsquo; troppo inflazionato, con scoppi di rumori e musiche improvvisamente elevate di volume, solo per far saltare lo spettatore sulla sedia, tra l&rsquo;altro non sempre riuscendoci. Ecco che Collet-Serra focalizza la sua regia sulle apparizioni dal nulla, i giochi di specchi, gli sguardi agghiaccianti, affossandosi in una ripetizione, quasi stanca e superficiale, di tutti gli elementi di molti film appartenenti al filone. E&rsquo; cos&igrave; che, al di l&agrave; del fatto che si protrae faticosamente per due ore, il film risulta essere decisamente prevedibile nel suo sviluppo, sin da quando la bambina fa la prima comparsa sullo schermo, fino ad arrivare ad un ottimo e inaspettato (l&rsquo;unico) colpo di scena nel pre-finale, che risulta essere, e questo &egrave; uno degli elementi di apprezzamento, quasi geniale nella sua originalit&agrave;, trovandosi a sorreggere l&rsquo;enorme peso di essere l&rsquo;unico elemento di novit&agrave; e interesse di &ldquo;Orphan&rdquo;, che poi in realt&agrave; termina come i milioni di finali che abbiamo visto in moltissimi thriller o horror. 
Qui siamo pi&ugrave; dalle parti del thriller, non ci sono esplosioni esagerate di violenza fisica, bens&igrave; una pesante patina di violenza psicologica che la bambina (una straordinaria Isabelle Fuhrman), bravissima a dipingere e a suonare il piano, oltre che di intelligenza superiore alla media dei bambini della sua et&agrave;, riversa dapprima sui nuovi fratellini (la pi&ugrave; piccola Max, ha anche problemi d&rsquo;udito), e poi man mano anche sui genitori. 
E come da copione, uno dei due genitori si render&agrave; conto di ci&ograve; che sta accadendo, mentre l&rsquo;altro continuer&agrave; imperterrito e ciecamente ad avere fiducia nella bambina, in questo caso in maniera quasi ridicola e forzata, visto che ormai diviene palese la vera natura della &ldquo;pargoletta&rdquo;. E la dimostrazione lampante che uno dei due si sbagliava sar&agrave; oltremodo esemplare, anche perch&eacute; (sempre come da copione), guardacaso i coniugi vivono in una villa sperduta in mezzo alla neve dove la polizia arriva molto tempo dopo essere stata contattata. 
E&rsquo;, infatti, (oltre che nella banalit&agrave; dello script), nella sceneggiatura che risiedono gli altri problemi di &ldquo;Orphan&rdquo;, visto che non ci vengono risparmiari i soliti problemi di coppia (tradimenti e alcolismi, i pi&ugrave; sfruttati dei clich&egrave;), e una fin troppo semplicistica motivazione di fondo per le terribili azioni della bambina. Se da un lato dunque, veniamo piacevolmente sorpresi dalla rivelazione sulla vera natura della bambina di origine russe che vide tutta la sua famiglia morire in un terribile incendio, lo stesso non si pu&ograve; dire su ci&ograve; che la spinge ad agire. 
Fatto sta, che al di l&agrave; di questi difetti, non sempre evitabili in questo genere di pellicole, ma con un maggior sforzo utilizzabili in maniera pi&ugrave; efficace, &ldquo;Orphan&rdquo; &egrave; costruito con un buon crescendo di suspance e di angoscia da parte dello spettatore che viene sempre pi&ugrave; turbato dai comportamenti della bambina dall&rsquo;aspetto e dai modi angelici, ma dalla condotta oltremodo diabolica. Contribuisce a fare da contraltare alle pecche suddette, anche una buona fotografia che incornicia adeguatamente le situazioni narrate e le atmosfere sempre pi&ugrave; cupe e inquietanti anche grazie ad una calzante colonna sonora (da citare anche l'incubo iniziale di Vera Farmiga ossessionata dalla perdita della sua bambina in grembo, davvero molto interessante).
Niente di eccessivamente entusiasmante, insomma, questo &ldquo;Orphan&rdquo;, ma una modesta pellicola in cui poter godere di buone interpretazioni (soprattutto della madre e della figlia adottiva) e di un discreto contenitore formale che per&ograve; pecca un tantinello in quanto a contenuto, come quando ci viene fatto un regalo di cui apprezziamo fortemente la confezione, ma che poi ci delude una volta aperto. 

&nbsp;
&nbsp;VOTO: <img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_2m.jpg" alt="" />



<img align="cssCenter" src="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/(190309121108)Orphan_1.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" />
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