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 <title>C'era una volta il cinema: recensioni, articoli e considerazioni sul mondo del cinema di tutti i generi, dall'horror al dramamtico, allo splatter, alla commedia, al cinema indipendente, ecc...</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com</link>
 <description>Uno sguardo sul cinema in tutte le sue manifestazioni e un occhio particolare per alcuni dei più grandi registi del panorama cinematorafico: da Lynch a Kubrick, da Kurosawa ad Allen, da Carpenter a Cronenberg, da Hitchcock a de Palma, da Scorsese a Coppola, da Van Sant a Truffaut, da Renoir a Godard, da Tarkovskij a Bergman e via dicendo...</description>
 <language>it</language>
 <pubDate>Tue, 24 Nov 2009 02:10:21 +0100</pubDate>
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 <title>Splinder</title>
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 <title>L'uomo che sapeva troppo</title>
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 <description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
REGIA: Alfred Hitchcock&lt;br /&gt;
CAST: James Stewart, Doris Day, Brenda De Banzie, Bernard Miles, Ralph Truman, Daniel G&amp;egrave;lin, Raggie Nalten&lt;br /&gt;
ANNO: 1956&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
Il dottor McKenna, sua moglie e il loro figlioletto Hank si recano in Marocco in viaggio di piacere. Qui fanno la conoscenza di un uomo enigmatico e misterioso e di una coppia di simpatici coiniugi. Molto presto per&amp;ograve; verranno coinvolti nell&amp;rsquo;omicidio del primo, che in punto di morte riveler&amp;agrave; un segreto al dottore, e nel rapimento del loro bambino da parte dei secondi, che hanno in mente un piano diabolico. &lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="502" width="305" align="left" src="http://cinemascope85.files.wordpress.com/2009/01/luomo-che-sapeva-troppo.jpg" alt="" /&gt;Auto-remake dell&amp;rsquo;omonimo film del &amp;rsquo;34, questo del &amp;rsquo;56 &amp;egrave; uno dei soliti gioiellini hitchcockiani da non perdere. A cominciare dall&amp;rsquo;impareggiabile interpretazione di un James Stewart (gi&amp;agrave; protagonista de &amp;ldquo;La finestra sul cortile&amp;rdquo; e in seguito anche di &amp;ldquo;Vertigo &amp;ndash; La donna che visse due volte&amp;rdquo;), in perfetto equilibro tra dramma e ironia, come nella scena al ristorante marocchino dove non riesce a trovare la posizione adeguata sul cuscino o a mangiare il pollo utilizzando solo tre dita come da tradizione. Non &amp;egrave; da meno Doris Day, solitamente impegnata in musical e commedie leggere, che disattese i pregiudizi dei produttori e dimostr&amp;ograve; di possedere una comunicativit&amp;agrave; non indifferente e una buona carica emotiva, come dimostra la scena in cui scopre del rapimento del figlio, arrivando tra l&amp;rsquo;altro a vincere l&amp;rsquo;Oscar per la canzone &amp;ldquo;Que sera sera&amp;rdquo;, di l&amp;igrave; in poi divenuta famosissima. Grande abilit&amp;agrave; anche nella scelta dei personaggi di contorno interpretati da attori decisamente perfetti nelle loro parti, soprattutto lo spigoloso e quasi spaventoso assassino incaricato di portare a termine il piano malefico che sta al centro della pellicola, senza tralasciare l&amp;rsquo;ambigua e perfetta coppia di coniugi dai travestimenti improbabili e dall&amp;rsquo;aria malefica, salvo poi la redenzione finale della moglie.&lt;br /&gt;
Ancora una volta, senza mai stancarsi o stancarci, Hitchcock ci propone la tematica dell&amp;rsquo;uomo ordinario trovatosi suo malgrado in una situazione straordinaria aggiungendo questa volta un grande dilemma etico consistente nella difficile scelta tra la completa incolumit&amp;agrave; del proprio figlio e la salvezza della vita di un importante uomo di stato. Come sempre il suo infinito talento registico &amp;egrave; messo al servizio di noi spettatori che, con i suoi film tra cui ovviamente anche questo, possiamo godere di alcune delle sequenze pi&amp;ugrave; belle della storia del cinema come l&amp;rsquo;incipit a bordo di un autobus dove scopriremo subito che la vacanza della bella famigliola non sar&amp;agrave; delle pi&amp;ugrave; rosee, la succitata scena al ristorante, l&amp;rsquo;omicidio ai danni dell&amp;rsquo;uomo appena conosciuto travestito da marocchino, l&amp;rsquo;equivoco in cui cade James Stewart nell&amp;rsquo;identit&amp;agrave; dei rapitori di suo figlio finendo in un&amp;rsquo;improbabile e quasi esilarante lotta corpo a corpo con degli operai che impagliano animali, la lunga e tesa sequenza all&amp;rsquo;interno della cappella in cui il protagonista rimane imprigionato, e soprattutto il magnifico prefinale all&amp;rsquo;Albert hall di Londra durante un concerto musicale in cui i cattivi tentano di uccidere un importante ministro e i buoni (i due coniugi protagonisti) fanno in modo di salvargli la vita e di ritrovare il proprio figlio; il tutto affidato all&amp;rsquo;estrema importanza data ad ogni movenza, sguardo o gesto, senza l&amp;rsquo;ausilio di nessun tipo di dialogo in un crescendo di suspance e tensione, generalmente marchio di fabbrica del grandissimo Hitchcock. &lt;br /&gt;
La musica &amp;egrave; l&amp;rsquo;altra grande protagonista della pellicola, non solamente intesa come colonna sonora e dunque accompagnamento e abbellimento delle vicende narrate, ma come vero e proprio espediente narrativo essa stessa, cos&amp;igrave; come dimostrano moltissimi passaggi in cui assume importanza capitale. A partire dal rumore dei piatti del musicista dell&amp;rsquo;orchestra (lo stesso che ad inizio pellicola ci viene indicato come possibile elemento che pu&amp;ograve; creare disturbo ad una famiglia americana), preso a segnale dai delinquenti per dare inizio all&amp;rsquo;omicidio orchestrato (e mai termine fu pi&amp;ugrave; indicato), fino ad arrivare alla canzone cantata da Doris Day (non a caso nella pellicola &amp;egrave; una cantante famosa ormai ritiratasi dalle scene per condurre una vita completamente famigliare), che diviene veicolo di dialogo, dapprima sereno e poi doloroso tra madre e figlio, o al suono delle campane utilizzato da James Stewart per scappare dalla cappella, o al rumore dei passi di un apparente inseguitore, o al sinistro suono dell&amp;rsquo;organo governato da un&amp;rsquo;ambigua donna dalle apparenze e dagli atteggiamenti quasi spaventosi. &lt;br /&gt;
Passando dall&amp;rsquo;esotico e pericoloso Marocco all&amp;rsquo;algida ma al tempo stesso rassicurante Londra, Hitchcock ci tiene con gli occhi incollati allo schermo, incuriositi e affascinati da questa storia di spionaggio internazionale con tanto di agenti segreti, poliziotti agguerriti, politici corrotti, assassini spietati, e ambigui personaggi dalla dubbia caratterizzazione. Il tutto reso ancora pi&amp;ugrave; magistrale dalla consueta ironia del Genio, sapientemente mescolata alle vicende seriose e drammatiche che avvengono ai protagonisti, cos&amp;igrave; come dimostra il simpaticissimo e divertente intermezzo costituito dall&amp;rsquo;inaspettata e indiscreta visita di alcuni amici della signora McKenna, arrivati in albergo per salutare i coniugi e sempre pi&amp;ugrave; esterrefatti per le continue uscite dei due all&amp;rsquo;affannosa ricerca di indizi circa il caso che loro malgrado stanno seguendo, fino a giungere, dopo una serie di mille peripezie, ad un fulmineo happy ending, come da piacevole e sorniona tradizione hitchcockiana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="250" width="439" align="cssCenter" src="http://thisdistractedglobe.com/wp-content/uploads/2007/10/Man%20Who%20Knew%20Too%20Much%20pic%201.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;</description>
<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 22:36:54 +0100</pubDate>
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 <title>Detour - deviazione per l'inferno</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21743031/Detour+-+deviazione+per+l%27infe</link>
 <description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
REGIA: Edgard George Ulmer&lt;br /&gt;
CAST: Tom Neal, Ann Savage&lt;br /&gt;
ANNO: 1945&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
Al Roberts, pianista di night club, decide di raggiunere la sua fidanzata che sta tentando la fortuna a Hollywood. A corto di soldi si trova costretto ad affrontare il viaggio in autostop, facendo la conoscenza di un uomo che poi trover&amp;agrave; inspiegabilmente morto sul sedile accanto al suo. Di l&amp;igrave; in poi si far&amp;agrave; trascinare senza sosta in una spirale infernale ordita da una donna misteriosa. &lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img align="left" src="http://cinemascope85.files.wordpress.com/2008/02/detour.jpg" alt="" /&gt;Grandissimo noir allucinante che ci trascina negli stessi meandri assurdi e fatali in cui precipita il protagonista, &amp;ldquo;Detour &amp;ndash; deviazione per l&amp;rsquo;inferno&amp;rdquo; &amp;egrave; sicuramente un degno esemplare del cinema di genere, costruito tutto a ritroso attraverso i pensieri e i ricordi di quest&amp;rsquo;uomo ormai arresosi alla forza devastante della casualit&amp;agrave; e della sfortuna. Girato in un bianco e nero di chiara ascendenza espressionista (il regista &amp;egrave; stato l&amp;rsquo;assistente di Marnau) e interpretato da attori sconosciuti che hanno evitato dunque di mangiarsi la scena e la storia stessa, il film risulta essere oltremodo coinvolgente. &lt;br /&gt;
Riprendendo una delle tematiche care al genere, l&amp;rsquo;uomo ordinario coinvolto suo malgrado in una situazione straordinaria, Ulmer ci racconta una figura che offre&amp;nbsp; non pochi spunti di riflessione etici e morali, visto che nonostante l&amp;rsquo;innocenza che lo contraddistingue, il protagonista compie delle scelte che ci pongono dei quesiti sul senso di giustizia e sul come e quando sia lecito disattenderla. &lt;br /&gt;
Non &amp;egrave; da meno l&amp;rsquo;inquietante femme-fatale, contrassegnata da sguardi agghiaccianti e da atteggiamenti ancora pi&amp;ugrave; sgradevoli, che nasconde per&amp;ograve; una fragilit&amp;agrave; di fondo rintracciabile nella solitudine che sembra contraddistinguerla e nella malattia che apparentemente la indebolisce. Entrambi si ritroveranno a speculare, volutamente o meno, sulla morte di questo riccone che ha avuto la sfortuna (anche lui, a rimarcare il concetto principale) di caricare come autostoppisti prima una e poi l&amp;rsquo;altro. Non &amp;egrave; dato sapere molto di quest&amp;rsquo;uomo, solo che dalla donna &amp;egrave; stato graffiato e maltrattato e dall&amp;rsquo;uomo &amp;egrave; stato abbandonato morto sul ciglio della strada, oltre che derubato di soldi e vestiti. Insieme dovranno decidere se continuare ad approfittare della morte e delle ricchezze dell&amp;rsquo;uomo o proseguire ognuno per la sua strada. Per Al, costretto sotto minaccia, non sar&amp;agrave; facile attenersi al piano della spietata Vera e alla fine sar&amp;agrave; nuovamente il fato a tirarlo fuori da un guaio e a spingerlo violentemente dentro un altro. &lt;br /&gt;
L&amp;rsquo;ineluttabilit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;inevitabilit&amp;agrave; del destino hanno insegnato ad Al che non sempre la vita si mantiene sui binari della mediet&amp;agrave;, cos&amp;igrave; come la sua vita o la sua stessa storia d&amp;rsquo;amore che non sembra brillare per passionalit&amp;agrave;, ma che a volte ci si ritrova in situazioni che richiedono la presenza di spirito necessaria per uscire fuori dalla mediet&amp;agrave; e per adeguarsi alla straordinariet&amp;agrave;. &lt;br /&gt;
Tutto questo reso ottimamente da atmosfere cupe e quasi sempre notturne e da ambienti claustrofobici e imprigionanti come la tavola calda dalla quale comincia il film e nella quale Al si ferma alla fine della sua avventura per poi raccontarcela tramite i suoi pensieri, come l'automobile in cui viene prima caricato come autostoppista e in cui dopo carica lui la donna autostoppista, o come la stanza d&amp;rsquo;albergo in cui i due si rifugiano in qualit&amp;agrave; di prigioniero e carceriere, salvo il casuale invertimento di prospettiva che rimarca ancora una volta il leitmotiv della pellicola. &lt;br /&gt;
Nonostante si tratti di un b-movie, girato con pochi mezzi, in soli sei giorni e in due ambienti, il film di Ulmer&amp;nbsp; si &amp;egrave; guadagnato di diritto un posto privilegiato nella storia del cinema noir. Non &amp;egrave; un caso che &amp;ldquo;Detour &amp;ndash; deviazione per l&amp;rsquo;inferno&amp;rdquo;, sia divenuto poi un oggetto di culto non solo per i cinefili, ma anche per i cineasti come per esempio il grande Scorsese che ne ha colto l&amp;rsquo;essenza e l&amp;rsquo;ha riproposta in un altro gioiellino del genere come &amp;ldquo;Fuori orario&amp;rdquo;, il cui protagonista ha molto in comune con quello di questo film. &lt;br /&gt;
Imperdibile per gli amanti del genere,&amp;nbsp; ma anche per chi ama lasciarsi trascinare dal e nel cinema. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img align="cssCenter" src="http://2.bp.blogspot.com/_rLhnrqgHqhw/Sp7ZH7dy9cI/AAAAAAAAAF4/fsvKBuzwrr4/s400/Detour+(1945)+3.JPG" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 15:20:38 +0100</pubDate>
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<category domain="http://ale55andra.splinder.com/tag/cinema">cinema</category>
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<dc:creator>Ale55andra</dc:creator>
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 <title>Un alibi perfetto</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21736686/Un+alibi+perfetto</link>
 <description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
REGIA: Peter Hyamas&lt;br /&gt;
CAST: Michael Douglas, Ambert Tamblyn, Jesse Metcalfe, Orlando Jones, Joel Moore&lt;br /&gt;
ANNO: 2009&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
C.J. &amp;egrave; un giovane giornalista che, mentre si occupa di servizi sugli animali o sui prodotti di marca, sogna di sfondare nella sezione investigativa del suo giornale. Quando per&amp;ograve; riceve la notizia che questa potrebbe essere chiusa per mancanza di fondi, si dedica anima e corpo al tentativo di smascheramento della corruzione del procuratore distrettuale Mark Hunter. Per riuscirci arriver&amp;agrave; persino ad autoaccusarsi di un omicidio non commesso. Le cose per&amp;ograve; non andranno proprio come previsto e l&amp;rsquo;unica che potrebbe aiutarlo &amp;egrave; la sua fidanzata, assistente del procuratore&amp;hellip;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="519" width="326" align="left" alt="" src="http://www.antoniogenna.net/doppiaggio/film1/unalibiperfetto.jpg" /&gt;Un noir che in realt&amp;agrave; ha molto poco del noir, a partire dalle atmosfere, fino ad arrivare all&amp;rsquo;autorialit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;eleganza che spesso contrassegna il genere, senza tralasciare la presenza di guizzi narrativi, registici, visivi e recitativi. Tralasciando il fatto che si tratti di una riproposizione de &amp;ldquo;L&amp;rsquo;alibi era perfetto&amp;rdquo;, noir di Fritz Lang, uno dei maggiori esponenti del genere, &amp;ldquo;L&amp;rsquo;alibi perfetto&amp;rdquo; (titolo originale &amp;ldquo;Beyond a reasonable doubt&amp;rdquo;), non riesce a soddisfare lo spettatore, proprio perch&amp;eacute; privo di ritmo, sostanzialmente piatto per quasi tutto il tempo del suo svolgimento, incapace di coinvolgere lo spettatore a nessun tipo di livello, n&amp;eacute; emotivo, n&amp;eacute; visivo, n&amp;eacute; cerebrale. Non aiuta sicuramente la sceneggiatura, che pur svolgendosi su un soggetto che poteva destare particolare interesse, si incaglia rovinosamente in banalit&amp;agrave; narrative che nuociono all&amp;rsquo;economia complessiva della pellicola, a partire dalla stra-abusata e malgestita storia d&amp;rsquo;amore tra i due giovani protagonisti, fino a giungere alla caratterizzazione fin troppo retorica e stereotipata di ogni personaggio che si avvicenda sullo schermo: il procuratore distrettuale che cammina in bilico sulla sottilissima linea che separa il bene dal male, la giovane assistente grintosa e innamorata che mostra le unghie e i denti per raggiungere il suo obiettivo, il giovane giornalista con mire da premio Pulitzer (ma anche i personaggi minori sono accompagnati da clich&amp;egrave; a volte persino fastidiosi, come gli informatici a cui si rivolge la ragazza per risolvere un mistero, caratterizzati come i pi&amp;ugrave; irritanti e insopportabili dei nerd). E se Michael Douglas, attore dallo charme e dalla comunicativa non indifferente, avrebbe potuto salvare in parte la baracca, ci&amp;ograve; non avviene perch&amp;eacute; anch&amp;rsquo;egli si adagia stancamente sul suo personaggio, non trovandosi a suo agio nemmeno all&amp;rsquo;interno dell&amp;rsquo;aula di tribunale, luogo tipico di questo genere di pellicole e spazio entro il quale egli stesso si muove principalmente all&amp;rsquo;interno di questa in particolare. Lo stesso dicasi per i protagonisti pi&amp;ugrave; giovani, anche se la Tamblyn supera di una spanna il suo collega Metcalfe.&lt;br /&gt;
Gli unici momenti in cui la pellicola sembra impennare per staccarsi temporaneamente dalla linearit&amp;agrave; generale, sono le due sequenze che hanno come protagoniste delle automobili in corsa. La prima &amp;egrave; quella in cui il collega e migliore amico del giornalista lascia di corsa l&amp;rsquo;aula del tribunale per andare a recuperare a casa sua il video girato dai due per dimostrare la colpevolezza del procuratore (ma com&amp;rsquo;&amp;egrave; possibile che lascino un documento cos&amp;igrave; importante a casa, invece di portarlo con s&amp;eacute;? Ecco che la sceneggiatura si riempie anche di buchi o errori grossolani tanto per inanellare sequenze di corse e inseguimenti dal presunto tasso adrenalinico); e l&amp;rsquo;altra &amp;egrave; quella in cui il &amp;ldquo;malefico&amp;rdquo; ispettore di polizia, complice del procuratore corrotto, tenta di uccidere l&amp;rsquo;assistente che sta ficcanasando, circondandola con infiniti e velocissimi giri della sua auto attorno a lei (la sequenza assume contorni quasi involontariamente comici, perch&amp;eacute; per fare fuori una persona quello adottato non &amp;egrave; proprio uno dei metodi pi&amp;ugrave; indicati, a meno che la persona non si metta deliberatamente di fronte alle ruote dell&amp;rsquo;auto per farsi investire). Alla fine poi, il colpo di scena neanche cos&amp;igrave; eclatante o impensabile, ci lascia con l&amp;rsquo;amaro in bocca perch&amp;eacute; se meglio gestito, cos&amp;igrave; come tutta la pellicola in generale, avremmo potuto assistere ad un intrigante, interessante e stimolante noir sul senso della giustizia e anche dell&amp;rsquo;arrivismo e su cosa si sia disposti a fare per un bene o per l&amp;rsquo;altro. Invece, purtroppo, non ci resta altro che terminare la visione della pellicola pronunciando la stessa identica parola, rivolta dalla protagonista femminile a quello maschile, con cui essa stessa termina. Per non rovinare la sorpresa, ovviamente, non sveleremo quale, basti sapere che non &amp;egrave; decisamente un complimento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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VOTO: &lt;img alt="" src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_1m.jpg" /&gt;&lt;br /&gt;
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&lt;img align="cssCenter" alt="" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" src="http://www.worstpreviews.com/images/beyondareasonabledoubt.jpg" /&gt;&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;</description>
<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 11:45:28 +0100</pubDate>
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<item>
 <title>2012</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21731396/2012</link>
 <description>&lt;p&gt;&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
REGIA: Roland Emmerich&lt;br /&gt;
CAST: John Cusack, Amanda Peet, Woody Harrelson, Chiwetel Ejiofor, Thandie Newton, Thomas McCarty, Danny Glover, Oliver Platt&lt;br /&gt;
ANNO: 2009&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
Nel 2009 un geologo scopre che sulla Terra stanno per abbattersi delle fortissime tempeste solari che potrebbero distruggerla completamente. Le autorit&amp;agrave; decidono di tenere la cosa nascosta e di tentare una strategia difensiva per salvare il salvabile. Nel 2012 per&amp;ograve;, cos&amp;igrave; come predetto dal calendario Maya, il disastro mondiale ha inizio. &lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="553" width="331" align="left" src="http://www.scifiscoop.com/wp-content/gallery/movie-posters/2012_poster_2.jpg" alt="" /&gt;Ci risiamo, Roland Emmerich non riesce proprio a resistere. Che siano alieni, scioglimento dei ghiacci, enormi dinosauri, delle guerre, o dei neutrini come in questo caso, la tentazione di raccontare catastrofi e disastri naturali &amp;egrave; veramente troppo grande per il regista. Ecco che quest&amp;rsquo;anno si ripresenta nelle sale con il disaster-movie per eccellenza, visto che si tratta del mondo intero e della sua completa estinzione. &lt;br /&gt;
Seguendo le teorie ormai da tempo in circolazione sulla veridicit&amp;agrave; delle predizioni dei Maya e attirando il pubblico con la curiosit&amp;agrave; che esse suscitano, Emmerich costruisce il solito film di genere, senza sforzarsi minimamente di rivisitarlo in qualsiasi maniera, adagiandosi su qualunque clich&amp;egrave; appartenente al filone cinematografico che possa venirvi in mente. Se fatto con lo giusto spirito, sarebbe stata una scelta anche condivisibile, ma quello che manca totalmente a &amp;ldquo;2012&amp;rdquo; &amp;egrave; il tempismo e la misura. Per essere pi&amp;ugrave; chiari: all&amp;rsquo;interno del film il miracoloso e incredibile tempismo &amp;egrave; sempre rispettato alla perfezione (salvataggi individuali o collettivi all&amp;rsquo;ultimo nanosecondo, riconciliazioni familiari in extremis, decollo di aerei sul filo di piste che si sfaldano sotto i carrelli, fughe in auto sotto qualsiasi edificio che crolla ad un millimetro dalla vettura e via di questo passo); cos&amp;igrave; come la misura nel numero di catastrofi, distruzioni, crolli, frane e disastri in generale che arrivano a sconquassare la terra (che disaster-movie sarebbe se questi espedienti non fossero presenti in numero elevato?). Dunque, come dicevamo, il tempismo e la misura sono &amp;ldquo;diegeticamente&amp;rdquo; rispettati, come da decalogo del cinema catastrofico che si rispetti. E&amp;rsquo; la gestione &amp;ldquo;extra-diegetica&amp;rdquo; di questi concetti che non viene per nulla calibrata dal regista. Perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;ironia &amp;egrave; sempre fuori tempo (oltre ad essere veramente puerile e grossolana) e la capacit&amp;agrave; di calcolare le reazioni di ciascun personaggio alla mole impressionante di avvenimenti che si susseguono senza sosta &amp;egrave; ovviamente fuori misura (nel nostro caso per difetto). Ecco spiegati le due pi&amp;ugrave; grosse mancanze di &amp;ldquo;2012&amp;rdquo;, che indubbiamente va preso per quello che &amp;egrave; senza salire in cattedra come dei maestrini che pretendono la qualit&amp;agrave; assoluta da prodotti che in genere vengono pensati proprio per non possederla, ma per divertire ed intrattenere nella pi&amp;ugrave; semplice delle maniere. Ma questo atteggiamento accondiscentente e benevolo viene subito spazzato via dalle enormi debolezze della pellicola, che pur appartenendo ad un genere preconfezionato (quale genere non lo &amp;egrave; tra l&amp;rsquo;altro? Spetta al regista cercare ogni volta una propria chiave di lettura, oltre che una o pi&amp;ugrave; riflessioni da offrire allo spettatore) e dunque difficile da reinventare, risulta sfiancante e a volte persino irritante. I motivi sono veramente tantissimi, a partire dal becero patriottismo e convenzionalismo che guida le azioni di quasi tutti i protagonisti, in primis il presidente degli Stati Uniti, ridotto ad una ridicola macchietta che agisce seguendo tutte le banalit&amp;agrave; e gli stereotipi possibili che possiamo immaginare applicati ad un personaggio del genere. Non mancano i sensazionalismi esasperati e quasi caricaturizzati, cos&amp;igrave; come non mancano le ruffiane, irreali e smielate dimostrazioni di grande umanit&amp;agrave; e fratellanza tra gli esseri viventi di qualsiasi nazionalit&amp;agrave;, religione ed estrazione sociale (inutile che il regista per bocca del suo protagonista, scrittore fallito che propugna questo genere di sentimenti difendendosi dalle accuse dei critici dicendo che &amp;egrave; un inguaribile ottimista, tenti di giustificare queste scelte di una faciloneria impressionante). Cos&amp;igrave; come scontatissima appare la scelta di raccontare il lato oscuro della stessa umanit&amp;agrave; prima tanto osannata, con il riferimento al fatto che solo gli estremamente ricchi possono meritarsi un posto sulla moderna arca di No&amp;egrave;, mentre tutti gli altri sono costretti a soccombere, salvo poi l&amp;rsquo;atto estremamente generoso e caritatevole di tutti i capi di stato (escluso il nostro che ha preferito rimanere a morire in piazza San Pietro, pregando col Papa e con la sua famiglia, della serie che siamo ridicoli anche nei film), che decidono di aprire le porte a tutti. Dunque al di l&amp;agrave; del fomento che i numerosi disastri mostrati sullo schermo possono causare, di &amp;ldquo;2012&amp;rdquo; non resta poi molto: personaggi monodimensionali, sceneggiatura prevedibilissima condita tra l&amp;rsquo;altro da dialoghi quasi insostenibili e scarsezza di contenuti, che in presenza di altre qualit&amp;agrave; avrebbe potuto persino essere un pregio, trattandosi di un film-giocattolone. &lt;br /&gt;
Non ci resta altro che aspettare il prossimo cataclisma, nonostante Emmerich abbia dichiarato di non voler pi&amp;ugrave; girare disaster-movie. Ma tanto chi ci crede?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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VOTO: &lt;img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_1m.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
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&lt;img height="296" width="437" align="cssCenter" src="http://img5.allocine.fr/acmedia/medias/nmedia/18/68/10/09/19133321.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;Pubblicato da &lt;a href="http://www.splinder.com/profile/Ale55andra" &gt;Ale55andra&lt;/a&gt; | &lt;a href="http://ale55andra.splinder.com/post/21731396/2012#comment" &gt;Commenti (17)&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 13:04:31 +0100</pubDate>
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 <title>Zombi Vs L'alba dei morti viventi</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21726916/Zombi+Vs+L%27alba+dei+morti+vive</link>
 <description>&lt;p&gt;LE CATTIVE ABITUDINI NON MUIONO MAI&lt;br /&gt;
&lt;img height="449" width="300" src="http://www.supergacinema.it/images/stories/Archivio10/RUBRICHE/dawn_of_the_dead.jpg" style="margin: 1px 6px; float: left;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
Se i morti ritornano a vivere cominciando a seminare il panico dappertutto perch&amp;eacute; estremamente ghiotti di carne umana, le abitudini (cattivissime a detta della satira sociale, politica ed economica di Romero e di questo straordinario film), invece, non muoiono proprio mai. Ecco che allora viene spiegata la geniale scelta del regista di ambientare questa pellicola horror-splatter dai forti contenuti in un centro commerciale, simbolo per eccellenza, del pi&amp;ugrave; bieco consumismo che permea la societ&amp;agrave;, soprattutto quella americana. Nonostante si stia parlando di una pellicola degli anni '70, non ci sorprende l'attualit&amp;agrave; della denuncia di Romero e delle sfaccettature della societ&amp;agrave; che egli tenta di mostrare e di mettere in qualche modo alla berlina. E' cos&amp;igrave; che gli zombi, esseri-automi per eccellenza, che sembrano non avere pi&amp;ugrave; un cuore e un cervello, n&amp;eacute; emozioni o reminiscenze alcune della loro vita passata, quasi automaticamente si recano in massa nel centro commerciale, seguendo quelle che erano le vecchie abitudini da vivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non fa eccezione, infatti, nemmeno questa categoria di personaggi tratteggiati alla perfezione da Romero, visto che i quattro protagonisti principali (tre uomini e una donna, uno solo di colore a rimarcare ancora la questione razziale e anche il ruolo dei singoli soggetti, soprattutto le donne, all'interno della famiglia e della societ&amp;agrave; intera), non ci mettono molto a lasciarsi andare ad atteggiamenti decisamente fuori luogo: se all'inizio soffrivano molto per l'uccisione di ogni singolo morto-vivente, ad un certo punto cominciano a provarci gusto, soprattutto perch&amp;eacute; si sono eletti a padroni indiscussi del centro commerciale (e di tutto ci&amp;ograve; che contiene, dai beni di sopravvivenza a quelli pi&amp;ugrave; futili ma ritenuti ugualmente indispensabili, tanto da rischiare la vita per accaparrarseli), che quindi devono scacciare l'invasore. E se all'inizio l'invasore &amp;egrave; il gruppo di zombi, abbastanza facili da uccidere perch&amp;eacute; lentissimi, anche se in numero quasi spropositato e affamati di carne umana, alla fine, in un crescendo di follia ed idiozia umana (Romero non risparmia veramente nessuno), arriva persino un gruppo di &amp;quot;teppisti&amp;quot; a bordo di motociclette che non ci stanno a lasciare tutto quel ben di Dio nelle mani dei quattro fortunati che sono riusciti a nascondersi l&amp;igrave;, e danno vita ad una vera e propria guerriglia in cui tra zombi ed essere umani ne verranno fatti fuori veramente tantissimi.&lt;br /&gt;
Lode, dunque, a Romero che &amp;egrave; riuscito a creare una pietra miliare (questo film come tutti quelli appartenenti alla sua saga) nel sotto-genere dello zombie-movie, avvalendosi anche, non solo di contenuti e sottotesti dall'interesse capitale e dalla potenza comunicativa non indifferente, ma anche di una regia straordinaria che accompagna perfettamente tutte le avventure e disavventure dei protagonisti e degli zombi e da una bellissima colonna sonora (firmata dai nostri Goblin e Argento, quest'ultimo responsabile anche della distribuzione europea, con tanto di tagli e censure qui e l&amp;igrave;). Nota di merito ovviamente per i favolosi effetti speciali che ci fanno godere, perlomeno se siamo appassionati di questo genere di visioni, di una serie di immagini indimenticabili e anche suscitanti fomento: teste di zombi che esplodono, brandelli di carne umana che vengono letteralmente staccati a morsi dai morti viventi e via di questo passo.&lt;br /&gt;
Tutto questo &amp;egrave; &amp;quot;Zombi&amp;quot;, un'indimenticabile e straordinario viaggio profondo e doloroso nei meandri della societ&amp;agrave; americana, compiuto al passo lento e inesorabile dei morti viventi che si ammassano lungo le vetrine del centro commerciale, ma al tempo stesso frenetico e quasi compulsivo dei quattro protagonisti che non si accontentano di acqua e viveri, ma vanno alla ricerca di tutto ci&amp;ograve; che si pu&amp;ograve; possedere. Del resto: &amp;quot;quando all'Inferno non ci sar&amp;agrave; pi&amp;ugrave; posto, i morti cammineranno sulla Terra&amp;quot;.&lt;br /&gt;
LA FRENESIA DELLA SOCIETA' MODERNA&lt;br /&gt;
&lt;img height="410" width="300" src="http://www.supergacinema.it/images/stories/Archivio10/RUBRICHE/dawn-of-the-dead-2004-movie-poster12.jpg" style="margin: 1px 6px; float: right;" alt="" /&gt;Inutile fare dei raffronti tra questo remake e il suo storico e irraggiungibile originale, visto che senza ombra di dubbio questo ne verrebbe fuori con le ossa rotte, o per rimanere in tema, letteralmente a brandelli. Niente di tutto ci&amp;ograve; che ci ha fatto apprezzare &amp;quot;Zombi&amp;quot; di Romero e che l'ha fatto diventare, giustamente, un cult-horror, &amp;egrave; presente in questo remake. Non c'&amp;egrave; pi&amp;ugrave; l'illuminante e illuminata satira politica e sociale e l'aperto attacco al consumismo e all'assuefazione ad esso della societ&amp;agrave; americana, cos&amp;igrave; come non c'&amp;egrave; pi&amp;ugrave; quella poetica dei personaggi e della forza emblematica che ognuno di essi possedeva nel comunicare metaforicamente o meno vari aspetti che erano cari al regista e che risultavano oltremodo interessanti, oltre che profondi.&lt;br /&gt;
&amp;quot;L'alba dei morti viventi&amp;quot;, invece, si concentra pi&amp;ugrave; sull'azione e sul terrore che la rinascita dei morti offre ovviamente come pretesto per questo genere di scelte stilistiche e registiche. Il risultato non &amp;egrave; disprezzabile visto che Snyder,&amp;nbsp;apprezzato regista di videoclip e pubblicit&amp;agrave; (e la cosa &amp;egrave; visibilissima nella regia frenetica e inarrestabile), riesce a coinvolgere lo spettatore in&amp;nbsp;un gradito spettacolo di arti mozzati, morsi famelici, teste saltate in aria, resi benissimo tra l'altro da ottimi effetti speciali. Insomma, c'&amp;egrave; pane per i denti degli appassionati dello splatter e del gore che non verranno delusi dall'altissima presenza degli stessi all'interno della pellicola in cui praticamente, quasi in numero pari, vedremo saltare in aria moltissimi zombi e venire contagiati moltissimi umani. Una bella dose di scene adrenaliniche e ben giostrate (come la movimentata fuga a bordo di due camion ultra-rinforzati o l'attacco di un'orda di zombi ai danni dei poveri malcapitati mandati nel seminterrato a trovare i generatori d'energia), non fanno rimpiangere il tempo speso per la visione, e unite all'imperante ironia-nera che accompagna queste vicende apocalittiche (parlare di apocalissi non &amp;egrave; un caso visto che l'andamento velocissimo degli zombie, metafora della frenesia della societ&amp;agrave; moderna, al contrario della lentezza disarmante di quelli originali, &amp;egrave; ovviamente ispirato ad uno dei film apocalittici per eccellenza, &amp;quot;28 giorni dopo&amp;quot;), rendono il risultato finale tutto sommato apprezzabile, chiudendo un occhio, e in alcuni momenti anche due.&lt;br /&gt;
Perch&amp;eacute; se da un lato &amp;egrave; anche divertente e piacevole ascoltare alcune battute ed essere spettatori di alcune situazioni spassose (come la partita a scacchi tra il poliziotto e l'unico asserragliato di un palazzo di fronte, o come il tiro al bersaglio di alcuni zombies somiglianti a celebrit&amp;agrave; dello star-system), dall'altro &amp;egrave; davvero difficile riuscire ad ignorare le enormi grossolanit&amp;agrave; che caratterizzano la sceneggiatura e la costruzione dei personaggi. E' davvero difficile riuscire a passare sopra il fatto che ciascun personaggio di questo film risulta essere decisamente ed estremamente stereotipato e banale, senza un minimo di ironia, qui dove sarebbe stata perfetta: la bella coraggiosa, la bella indifesa, il fascistoide che poi si riveler&amp;agrave; repentinamente e incredibilmente un eroe, lo yuppie irritante e sgradevole che alla fine per&amp;ograve; &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; sensato di tutti, la vecchia con le palle, il poliziotto burbero ma da cuore d'oro e via di questo passo. Cos&amp;igrave; come &amp;egrave; difficile non irritarsi per una serie di dialoghi oltremodo ridicoli e fuori luogo (se molti sono dettati dalla suddetta e apprezzabile ironia, altri sono veramente sgradevoli) e di situazioni al limite del paradossale e dell'estremamente, oltre che negativamente, sfruttato: vedasi le improbabili storie d'amore tra i vari protagonisti.&lt;br /&gt;
Bisogna per&amp;ograve; apprezzare il rispetto che Snyder ha tenuto nei confronti di Romero, visto che la sua pellicola pi&amp;ugrave; che un remake, &amp;egrave; una riproposizione molto personale e rielaborata di alcune idee originali, tra l'altro prese a pretesto per raccontare cose molto differenti. Non sar&amp;agrave; sicuramente una pietra miliare della cinematografia orrorifica, cos&amp;igrave; come il suo predecessore, ma si fa guardare se preso con la giusta dose di ironia e accondiscendenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;</description>
<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 18:04:39 +0100</pubDate>
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<source url="http://ale55andra.splinder.com/post/21726916/Zombi+Vs+L%27alba+dei+morti+vive">Zombi Vs L'alba dei morti viventi</source>
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<duser:nickname>Ale55andra</duser:nickname>
<dc:creator>Ale55andra</dc:creator>
<dc:publisher>C'era una volta il cinema: recensioni, articoli e considerazioni sul mondo del cinema di tutti i generi, dall'horror al dramamtico, allo splatter, alla commedia, al cinema indipendente, ecc...</dc:publisher>
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 <title>Rapporto confidenziale - numero 19</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21717987/Rapporto+confidenziale+-+numer</link>
 <description>&lt;p&gt;&lt;img height="329" width="451" align="cssCenter" src="http://www.rapportoconfidenziale.org/wp-content/uploads/2009/11/rc_cover_19.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
  RAPPORTO CONFIDENZIALE.  rivista digitale di cultura cinematografica&lt;br /&gt;
  NUMERO19 | NOVEMBRE&amp;rsquo;09&lt;br /&gt;
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&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
 &lt;a href="http://www.rapportoconfidenziale.org/" target="_blank"&gt;   www.rapportoconfidenziale.org&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
 EDITORIALE  di Roberto Rippa&amp;nbsp; &lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Ci risiamo: l&amp;rsquo;anno scorso &amp;ndash; precisamente in agosto, in occasione della sua  presentazione al Festival internazionale del film di Locarno &amp;ndash; la polemica aveva  avuto come obiettivo l&amp;rsquo;ottimo documentario sulla nascita delle Brigate rosse Il sol dell&amp;rsquo;avvenire di Gianfranco Pannone (si veda RC. SPECIALE 61&amp;deg;  Festival del Film di Locarno. 6-16|8|2008, pag.42-46) e come protagonista il (fa  sempre un po&amp;rsquo; impressione scriverlo) ministro dei Beni culturali e turismo  Sandro Bondi che, in un&amp;rsquo;intervista rilasciata a Luca Telese, dichiarava di avere  trovato nel film: &amp;laquo;Un senso di amarcord&amp;hellip; brigatista&amp;raquo;, aggiungendo poi che nella  pellicola &amp;laquo;Si offre un solo e unico punto di vista: quello degli ex terroristi&amp;raquo;.  Non mancava quindi di dichiarare: &amp;laquo;Ritengo immorale che lo Stato possa  finanziare un film che rappresenta il tentativo di ricostruire in maniera di  parte eventi delicatissimi e controversi&amp;raquo; (il Giornale, 8 agosto 2008).&lt;br /&gt;
Da quale segmento del film il ministro avesse potuto evincere questa sorta di  nostalgia o una visione di parte sfugge completamente, in un&amp;rsquo;opera di rara  correttezza che si limitava a raccontare un evento che fa parte della storia del  Paese non mancando peraltro di mostrare le scene crude delle vittime prima dei  titoli coda.&lt;br /&gt;
 Ora tocca a La prima  linea di Renato De Maria, che racconta di Sergio Segio, tra i fondatori  dell&amp;rsquo;organizzazione armata Prima linea e promotore dell&amp;rsquo;evasione di sei  detenuti, tra cui la sua compagna Susanna Ronconi, dal carcere di Rovigo nel  1982. Il film di De Maria, che uscir&amp;agrave; il 20 di questo mese per Lucky Red, &amp;egrave; gi&amp;agrave;  oggetto di feroci critiche, soprattutto per il finanziamento governativo  ottenuto, con il Giornale di Vittorio Feltri che il 4 novembre scorso ha  pubblicato un articolo di Stefano Zurlo dal titolo &amp;ldquo;Il film che trasforma i  brigatisti in eroi&amp;rdquo; e il Presidente Napolitano che ha preso le distanze  dichiarando che non sa se lo vedr&amp;agrave; (Governo italiano &amp;ndash; rassegna stampa del 10  novembre 2009). Questa volta, dopo avere visto in anteprima il film nei giorni  scorsi, Bondi ha ammesso che il film &amp;laquo;non costituisce un&amp;rsquo;apologia del  terrorismo&amp;raquo;. Ha inoltre aggiunto: &amp;laquo;Ritengo personalmente che la sopravvivenza  nella storia del nostro Paese di rigurgiti di violenza politica, nonch&amp;eacute; il  rispetto che tutti, a partire dalle istituzioni, dobbiamo alla memoria di tutte  le vittime del terrorismo, per non parlare della doverosa riservatezza che i  protagonisti di quella stagione dolorosa dovrebbero mantenere, imporrebbero di  non usare fondi pubblici per finanziare questo genere di film&amp;raquo; (10/11/2009-ITL/ITNET).&lt;br /&gt;
 Tralasciando la posizione  dei parenti delle vittime, , comunque assolutamente legittima anche se non pu&amp;ograve;  portare alla limitazione del racconto della storia o a una sua visione univoca  in nome del rispetto della memoria (e che non pu&amp;ograve; essere confusa con quelle qui  riportate), vale la pena di notare come su entrambi i film gravi l&amp;rsquo;anatema del  finanziamento statale e come la necessit&amp;agrave; del rispetto della memoria delle  vittime venga usata per dichiarare questi film come quantomeno inopportuni (a  questa stregua, altre ere storiche che hanno visto vittime non andrebbero quindi  raccontate?).&lt;br /&gt;
 Per&amp;ograve; la storia &amp;egrave; storia, il  terrorismo in Italia di storia ne ha avuta e ne ha fatta, e conoscerla non pu&amp;ograve;  che giovare. Quelli come Bondi forse preferirebbero che la storia non venisse  raccontata (o forse si, magari rivista da lui e dai suoi compagni al potere). E  invece, in un&amp;rsquo;Italia che purtroppo appare nuovamente molto simile a quella  raccontata nel film, Il sol dell&amp;rsquo;avvenire &amp;egrave; un&amp;rsquo;opera importantissima in  quanto racconta, ripercorre e lascia allo spettatore la libert&amp;agrave; di formare un  proprio giudizio sulle vicende mostrate. In un tempo fatto di revisionismo e di  costante disinformazione, il cinema si riappropria non casualmente della sua  capacit&amp;agrave; di raccontare il tempo (vedere anche gli esempi di Gomorra di  Garrone e Il divo di Sorrentino). Quindi, nell&amp;rsquo;attesa di poter vedere  il film di De Maria, evviva i finanziamenti pubblici (peraltro concessi a Il  sol dell&amp;rsquo;avvenire dal governo Berlusconi nella persona dell&amp;rsquo;allora ministro  Buttiglione) attribuiti a opere meritorie come quella di Pannone. Perch&amp;eacute; un  Paese che ha paura di un cinema che racconti la sua storia, anche quella pi&amp;ugrave;  oscura, non &amp;egrave; un Paese sano.&lt;br /&gt;
 Quindi, visto che sembra  proprio questa l&amp;rsquo;arma agitata dai governanti contro le opere da loro considerate  scomode o quanto meno fuori dal loro controllo, cogliamo l&amp;rsquo;occasione per tornare  a discutere del Fondo unico per lo spettacolo (398&amp;rsquo;000&amp;rsquo;000 di Euro stanziati nel  2009, di cui solo il 18.5% destinato al cinema) di cui si &amp;egrave; parlato molto in  questi mesi, spesso per sottolinearne l&amp;rsquo;inutilit&amp;agrave; e gli abusi.&lt;br /&gt;
 Il ministro Brunetta, in un  discorso denso come non mai di demagogia (durante il quale ha definito i  cineasti italiani presenti a Venezia: &amp;ldquo;Gente che ha preso tanti soldi e ha  incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del  paese, anzi non ha mai lavorato&amp;rdquo;), ha denigrato lo scorso 11 settembre a Gubbio  i finanziamenti pubblici spiegando che il cinema (nonch&amp;eacute; teatro ed enti lirici)  deve misurarsi con il mercato, dimenticando che l&amp;rsquo;invito per il cinema a  misurarsi con un mercato asfittico a livello distributivo come quello italiano,  significa parlare in mala fede.&lt;br /&gt;
 Nella patria del liberismo,  gli Stati Uniti (sempre citati a sproposito in queste occasioni), i fondi  pubblici per il cinema ci sono. Li elargisce l&amp;rsquo;American Film Institute, organo  indipendente sostenuto dal Governo, che poi pu&amp;ograve; anche occuparsi di distribuzione  e preservazione.&lt;br /&gt;
 Tra le tante opere sostenute  dall&amp;rsquo;AFI troviamo il primo lungometraggio di David Lynch Eraserhead  (1977) nonch&amp;eacute; A Woman Under Influence (1974) di Cassavetes. Bastano  come esempi?&lt;br /&gt;
 In Italia, il Governo ha  recentemente contribuito alla produzione, tra gli altri, de Il divo di  Paolo Sorrentino (costo 5&amp;rsquo;201&amp;rsquo;000 Euro, contributo 1&amp;rsquo;700&amp;rsquo;000, incasso  4&amp;rsquo;553&amp;rsquo;000), Gomorra di Matteo Garrone (costo 5&amp;rsquo;893&amp;rsquo;000, contributo  2&amp;rsquo;000&amp;rsquo;000, incasso 10&amp;rsquo;184&amp;rsquo;000), La ragazza del lago di Andrea Molaioli  (costo 2&amp;rsquo;460&amp;rsquo;000, contributo 800&amp;rsquo;000, incasso 3&amp;rsquo;003&amp;rsquo;000), Pranzo di  Ferragosto di Gianni Di Gregorio (costo 900&amp;rsquo;000 circa, contributo 720&amp;rsquo;000,  incasso 2&amp;rsquo;124&amp;rsquo;000). Sono esempi, questi ultimi, illuminanti e quindi citare  sempre l&amp;rsquo;onnipresente Cattive ragazze di Marina Ripa Di Meana  (sostenuto con l&amp;rsquo;allora articolo 28) come esempio di sperpero di denaro pubblico  non &amp;egrave; esattamente onesto. Significa usarne uno per punire tutti. Questo per non  dire che &amp;egrave; compito di uno Stato civile sostenere opere artistiche di valore che,  a fronte di un interesse culturale, possono non fare corrispondere un esito  commerciale particolarmente felice (sono i casi, secondo l&amp;rsquo;elenco riportato  sopra, degli ultimi lavori di Faenza, Bellocchio, Olmi e Virz&amp;igrave;).&lt;br /&gt;
 Vale la pena forse di  concludere osservando come la storia usata per fini propagandistici al cinema  non abbia mai avuto grande fortuna: Barbarossa di Renzo Martinelli &amp;ndash;  coproduzione Rai Trade, finanziato con fondi del ministero e per il 60% da un  consorzio di imprenditori privati piemontesi (intervista di Maurizio Turroni a  Renzo Martinelli, Famiglia Cristiana n. 41, 11 ottobre 2009. Da Famiglia  Cristiana online) &amp;ndash; &amp;egrave; costato circa 30 milioni di Dollari e gli incassi si sono  fermati a meno di un milione di Euro (si parla solo dello sfruttamento nelle  sale italiane).&lt;br /&gt;
 Che voglia dire qualcosa?&lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
   SOMMARIO del NUMERO19   (novembre 2009)&lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  4  La copertina  di  Josh Pesavento &lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  5  Editoriale  di Roberto Rippa&lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  6  Brevi appunti sparsi di immagini in movimento  di Alessio  Galbiati e Roberto Rippa &lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  7  Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans  di Gianpiero  Ariola &lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  9   LINGUA DI CELLULOIDE  Il  ventre dell&amp;rsquo;architetto  cineparole di  Ugo Perri&lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  10  Il nastro bianco  di Alessandra  Cavisi &lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  11  La Taranta  di Samuele  Lanzarotti &lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  12&amp;nbsp;RC  SPECIALE &amp;ndash;  SOLO LIMONI.  Genova &amp;ndash; G8 &amp;ndash; 2001  a cura di  Alessio Galbiati&lt;br /&gt;
  13 &amp;bull;  Il  cineocchio sul G8. Il concatenamento collettivo di enunciazioni di Giacomo Verde  sui fatti del G8 genovese del 2001  di Alessio  Galbiati &lt;br /&gt;
  14 &amp;bull;   Intervista a Giacomo Verde  di Alessio Galbiati&lt;br /&gt;
 Giacomo  Verde&lt;br /&gt;
  18 &amp;bull;  bio&lt;br /&gt;
  18 &amp;bull;   video-filmografia (1983-2006)&lt;br /&gt;
  20 &amp;bull;  BELLEZZA  e GIUSTIZIA. appunti per una riflessione su arte, politica, G8 di Genova   di Giacomo Verde&lt;br /&gt;
  22 &amp;bull;  Genova &amp;ndash; G8 &amp;ndash; 2001.  Videografia  a cura di  Alessio Galbiati&lt;br /&gt;
  &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  24  Il tempo muore  anche al cinema. Fran&amp;ccedil;ois Truffaut e il ciclo Doinel  di Monia Raffi &lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  29  Alan Turing: il film sar&amp;agrave; bellissimo!  di Costanza  Baldini &lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  30   L&amp;rsquo;ELENCO DI n COSE &amp;ndash; classificazione enciclopedica del nulla #1  a cura di  Gregory Arkadin&lt;br /&gt;
 I 6 film  che non possono mancare nella videoteca dell&amp;rsquo;ex-governatore del Lazio, Piero  Marrazzo.&lt;br /&gt;
6 titoli per provare ad accettare la propria reale natura e vivere serenamente.&lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  34  RC  SPECIALE &amp;ndash;  Quentin  Tarantino&amp;rsquo;s. INGLOURIOUS BASTERDS  a cura di  Alessio Galbiati e Roberto Rippa &lt;br /&gt;
  35 &amp;bull;   Inglourious Basterds  di  Roberto Rippa&lt;br /&gt;
  36 &amp;bull;   Inglourious Basterds. Le convergenze parallele (e bastarde) di Quentin Tarantino  di  Alessio Galbiati&lt;br /&gt;
  38 &amp;bull;   Riferimenti cinematografici&lt;br /&gt;
  39   &amp;bull;  Personaggi&lt;br /&gt;
  40 &amp;bull;  Riferimenti  musicali&lt;br /&gt;
  40   &amp;bull; Colonna sonora&lt;br /&gt;
 &amp;nbsp;&lt;br /&gt;
  42  Pedro Almod&amp;oacute;var  Caballero  di Alessio  Galbiati&lt;br /&gt;
  46 &amp;bull;  Pedro Almod&amp;oacute;var.  Filmografia completa (1978-2009)&lt;br /&gt;
  47   &amp;bull; Bibliografia. La  critica in lingua italiana&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
 * * *&lt;br /&gt;
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<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 11:08:43 +0100</pubDate>
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<source url="http://ale55andra.splinder.com/post/21717987/Rapporto+confidenziale+-+numer">Rapporto confidenziale - numero 19</source>
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<dc:creator>Ale55andra</dc:creator>
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 <title>Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo</title>
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REGIA: Terry Gilliam&lt;br /&gt;
CAST: Heath Ledger, Christopher Plummer, Lily Cole, Tom Waits, Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell, Verne Troyer, Andrew Garfield, Peter Stormare&lt;br /&gt;
ANNO: 2009&lt;br /&gt;
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Parnassus, insieme a sua figlia, un nano e un giovane attore, gira per le strade di Londra col suo baraccone col quale si esibisce in spettacoli itineranti che offrono al pubblico la possibilit&amp;agrave; di fare un vaggio nella propria immaginazione attraverso uno specchio magico. A causa di un suo antico patto col Diavolo, sar&amp;agrave; costretto a cedergli sua figlia, a meno che non vinca un&amp;rsquo;ulteriore scommessa. Sul suo camino, inoltre, inciamper&amp;agrave; anche un uomo ritrovato in fin di vita e senza memoria, che ben presto riveler&amp;agrave; molte sorprese. &lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="502" width="331" align="left" src="http://static.screenweek.it/2009/10/15/Imaginarium-Of-Doctor-Parnassus-Poster-USA_mid.jpg" alt="" /&gt;Grande ritorno per Gilliam dopo il bellissimo e sottovalutato &amp;ldquo;Tideland&amp;rdquo;, che non delude nemmeno stavolta, perlomeno per coloro che apprezzano il suo stile e le sue tematiche e, soprattutto, per coloro che si lasciano facilmente trascinare corpo e anima in un cinema sicuramente imperfetto, ma indubbiamente dotato di un cuore pulsante. Durante la visione di &amp;ldquo;Parnassus, l&amp;rsquo;uomo che voleva ingannare il Diavolo&amp;rdquo;, ci dimentichiamo di tutto ci&amp;ograve; che c&amp;rsquo;&amp;egrave; intorno e ci lasciamo trascinare nella narrazione che ci rende quasi invisibili i difetti sparsi qui e l&amp;igrave; (comunque mai eccessivi), per farci tuffare completamente dentro lo schermo, cos&amp;igrave; come avviene ai fortunati (o a volte anche sfortunati a seconda di chi siano vittime o ospiti) che all&amp;rsquo;interno del film riescono ad oltrepassare lo specchio. Specchio al di l&amp;agrave; del quale si aprono mille mondi straordinari e fantastici, fatti di magnifiche immagini e meravigliosi colori, metafora neanche tanto velata del modo di concepire il cinema da parte di Terry Gilliam, che col cinema vuole e ci vuole fare sognare, oltre che ovviamente far sviluppare e alimentare la nostra e la sua immaginazione. Altro riferimento palese alla sua poetica cinematografica &amp;egrave; ovviamente l&amp;rsquo;importanza della narrazione, senza la quale il mondo non potrebbe andare avanti (ovviamente di rimando anche il micromondo cinematografico), cos&amp;igrave; come ci dimostra il flashback durante il quale Parnassus e il suo antagonista hanno il loro primo incontro (scena di un&amp;rsquo;impatto visivo e comunicativo non indifferente). Immaginazione e narrazione, dunque, sono i due punti cardine di questa roboante, caotica, confusionaria e ricchissima favola dei tempi nostri (cosa che rimanda al gioiellino &amp;ldquo;La leggenda di un re pescatore&amp;rdquo;, anche se le auto-citazioni non si fermano qui), attraverso la quale Gilliam compone un fitto mosaico del suo cinema e di s&amp;eacute; stesso, quasi si trattasse di un vero e proprio autoritratto (Parnassus altri non &amp;egrave; se non un lapalissiano alter-ego del regista stesso), riuscendo nell&amp;rsquo;intento di racchiudere in un unico film tutti i topoi della sua filmografia, quasi come se si trattasse di un fin troppo precoce testamento artistico. Indubbiamente l&amp;rsquo;improvvisa e inaspettata morte del grandissimo Heath Ledger, le cui lodi non devono risentire della sua dipartita per paura di rischiare di apparire retorici e buonisti, ha minato in parte il progetto iniziale e la totale riuscita dello stesso, visto che per concludere la lavorazione del film il regista ha dovuto rivedere gran parte di ci&amp;ograve; che aveva scritto e progettato, oltre che sostituire il talentuoso Ledger con altri tre assi del cinema contemporaneo: Johnny Depp, il migliore di tutti, che in un piccolo cameo ci emoziona e commuove con il sentito omaggio a personaggi che tanto hanno dato al mondo per poi scomparire prematuramente (ovvio riferimento a Ledger stesso, anche se sarebbe stato pi&amp;ugrave; opportuno attenersi solo ed esclusivamente a personaggi cinematografici); Jude Law, forse un po&amp;rsquo; troppo eccessivo, che per&amp;ograve; si fa al centro della sequenza pi&amp;ugrave; esilarante della pellicola (il balletto dei poliziotti); e Colin Farrell, colui che rimane pi&amp;ugrave; a lungo sulla scena e che forse diviene il protagonista di un finale un po&amp;rsquo; raffazzonato, ma tutto sommato accettabile alla luce di quanto di buono si &amp;egrave; assistito fino ad allora. Non si possono dimenticare nemmeno gli altri protagonisti, ognuno caratterizzato da elementi davvero gradevoli che vanno dalla recitazione ovviamente (Christopher Plummer &amp;egrave; un ottimo Parnassus, Lily Cole &amp;egrave; una deliziosissima fanciulla in fiore e Tom Waits &amp;egrave; un gigantesco e imperdibile Diavolo), fino ad arrivare al trucco, ai costumi, alle acconciature. Grande forza del film &amp;egrave; l&amp;rsquo;impatto visivo che esso possiede per via delle scenografie spettacolari e di un ottimo utilizzo della fotografia satura di colori fortissimi e di numerosissimi elementi ripresi tutti insieme anche grazie all&amp;rsquo;ampio &amp;nbsp;ricorso alla profondit&amp;agrave; di campo. Impossibile rimanere indifferenti, nel bene o nel male, a questo spettacolo per gli occhi, al contrario di quello che avviene all&amp;rsquo;interno della pellicola, in cui la frenesia e l&amp;rsquo;indifferenza dell&amp;rsquo;uomo moderno lo rendono insensibile alla magia e alla bellezza degli spettacoli di Parnassus. Dicotomia che costituisce un altro topos del cinema di Gilliam, qui affrontato egregiamente attraverso il contrasto visivo ma non solo tra la Londra in cui si muovono i protagonisti e il mondo che si nasconde all&amp;rsquo;interno dello specchio magico. Terry Gilliam si &amp;egrave; dimostrato capace di compiere la stessa &amp;ldquo;magia&amp;rdquo; di Parnassus, trasformando lo schermo del cinema nello specchio del protagonista. &lt;br /&gt;
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VOTO: &lt;img src="http://cinebloggers.altervista.org/_altervista_ht/voto_4.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 21:07:54 +0100</pubDate>
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 <title>Hellraiser</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21696444/Hellraiser</link>
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&lt;br /&gt;
REGIA: Clive Barker&lt;br /&gt;
CAST: Andrew Robinson, Claire Higgins, Ashley Laurence, Sean Champman, Oliver Smith, Doug Bradley&lt;br /&gt;
ANNO: 1987&lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
Larry e Julia decidono di andare a vivere in una vecchia abitazione appartenuta alla famiglia di lui. Qui fino a poco tempo prima aveva vissuto anche Frank, fratello di Larry e in passato amante di Julia. L&amp;rsquo;uomo, in preda alla ricerca affannosa del piacere pi&amp;ugrave; assoluto, si era imbattuto in una piccola scatola dai poteri magici che l&amp;rsquo;aveva per&amp;ograve; catapultato in un mondo terribile, quello dei Cenobiti, da cui &amp;egrave; riuscito a scappare cercando per&amp;ograve; sangue umano che lo riporti ad assumere le sue vecchie sembianze. &lt;br /&gt;
&amp;nbsp;&lt;br /&gt;
&lt;img height="599" width="356" align="left" src="http://natsukashi.files.wordpress.com/2008/07/388px-hellraiser_poster.png" alt="" /&gt;Ormai assurto al ruolo di cult-horror, &amp;ldquo;Hellraiser &amp;ndash; Non ci sono limiti&amp;rdquo; (sottotitolo del tutto inutile aggiunto dalla distribuzione italiana), risulta essere a tutti gli effetti uno dei migliori esemplari del genere, nonostante diversi elementi che gli remano contro. Prima di tutto il regista in questione non &amp;egrave; un cineasta di mestiere, bens&amp;igrave; il noto scrittore Clive Barker, in grado di imbastire un ottimo soggetto e un&amp;rsquo;apprezzabilissima sceneggiatura, ma forse non troppo abile con la macchina da presa, anche se in questo caso non ci si pu&amp;ograve; lamentare, soprattutto per due o tre momenti in cui la coesione di elementi quali la fotografia, la regia, la colonna sonora e il trucco creano delle atmosfere di inquietudine e angoscia non indifferente. Se ci aggiungiamo la scarsezza di mezzi e di fondi, non possiamo soffermarci tanto malignamente su alcune pecche e mancanze della pellicola come ad esempio la scena in cui si vedono addirittura gli operatori che spingono il carrello con sopra uno dei mostri in cui si imbattono i protagonisti. Certo &amp;egrave; che l&amp;rsquo;ottima miscela di terrore, suspance e sottotesti di interessante contenuto, vengono in parte rovinati da un finale fin troppo rocambolesco e cartoonesco che stona col carattere serio ed &amp;ldquo;impegnato&amp;rdquo; dell&amp;rsquo;intera pellicola, senza considerare il fatto che gli effetti speciali che accompagnano la morte (?) dei Cenobiti per mano della giovane protagonista, sono a dir poco ridicoli oltre che inguardabili. &lt;br /&gt;
Finale a parte, comunque, Hellraiser &amp;egrave; un&amp;rsquo;ottimo modo per riflettere su due entit&amp;agrave; distinte ma a volte confondibili come il piacere e il dolore e su come a volte sia &amp;ldquo;pericoloso&amp;rdquo; spingersi oltre certi limiti consentiti dalla ragione e non solo. E&amp;rsquo; cos&amp;igrave; che Frank si ritrova ad essere catapultato in quest&amp;rsquo;altra dimensione dove le sue carni vengono letteralmente strappate da uncini fissati su tutto il suo corpo e dove &amp;egrave; costretto a rimanere per osservare sempre pi&amp;ugrave; torture e supplizi, effettuati dai Cenobiti che si rivelano essere una specie di &amp;ldquo;moralizzatori&amp;rdquo; estremi contro il frenetico ed eccessivo piacere. Ed ecco inserite nella pellicola tematiche quali il masochismo, dato che piacere e dolore vanno a confondersi e sovrapporsi in maniera considerevole, e anche la necrofilia visto che Julia non vede l&amp;rsquo;ora di ricongiungersi carnalmente con Frank e viceversa. Neanche tanto velata la critica alla religiosit&amp;agrave; eccessiva ravvisabile soprattutto nell&amp;rsquo;atteggiamento di Larry e sua figlia (che paradossalmente si chiama Christie e si riveler&amp;agrave; una &amp;ldquo;salvatrice&amp;rdquo;) nei confronti delle icone e delle statue sacre trovate nell&amp;rsquo;appartamento prima abitato da Frank, che forse pensava di potersi difendere dai pericoli insiti nella sua condotta e nei suoi sempre pi&amp;ugrave; crescenti e lussuriosi desideri con questi facili espedienti, cosa che non gli &amp;egrave; riuscita e che dunque rafforza maggiormente questo sottotesto anti-religioso, ravvisabile anche nella sequenza in cui Christie, in fuga dai terribili mostri e ricoperta di sangue, incontra sulla sua strada due suore che non si preoccupano minimamante di aiutarla e che del resto non vengono nemmeno avvicinate dalla ragazza. &lt;br /&gt;
Ma Hellraiser funziona anche dal punto di vista visivo-sensoriale, dato che non mancano assolutamente le scene pi&amp;ugrave; splatter e terrificanti, come la &amp;ldquo;resurrezione&amp;rdquo; di Frank sotto forma di una specie di mostro dalle orribili fattezze che necessita di sangue umano per riprendere completamente vita (le prime gocce saranno dello stesso Larry, feritosi con un chiodo e accorso in soffitta per chiedere aiuto a sua moglie), o le azioni sempre pi&amp;ugrave; terrificanti dei Supplizianti, divenuti poi delle vere e proprie icone horror, come l&amp;rsquo;uomo senza occhi e senza naso che sbatte continuamente i suoi denti aguzzi, la donna dalle sembianze mostruose, ma soprattutto il loro capo Pinehead con il volto completamente ricoperto di spilli divenuto simbolo e mito del cinema horror al pari di altri &amp;ldquo;mostri sacri&amp;rdquo; come Freddy Krueger, Michael Mayers o Leatherface. &lt;br /&gt;
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&lt;img height="345" width="472" align="cssCenter" src="http://witneyman.files.wordpress.com/2009/09/hellraiser-splash.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 22:40:48 +0100</pubDate>
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 <title>Videocracy</title>
 <link>http://ale55andra.splinder.com/post/21684032/Videocracy</link>
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REGIA: Erik Gandini&lt;br /&gt;
CAST: Silvio Berlusconi, Lele Mora, Fabrizio Corona, Riccardo Canevali&lt;br /&gt;
ANNO: 2009&lt;br /&gt;
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Un operaio sogna di entrare a far parte del mondo della televisione, un agente racconta di come recluta i personaggi da mandare in tv e della sua amicizia con Berlusconi, un foto-reporter ci mostra le sue tattiche per fotografare i vip e per fare sempre pi&amp;ugrave; soldi. &lt;br /&gt;
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&lt;img height="479" width="320" align="left" src="http://www.nocturno.it/storage/images/c74ef820-df66-43bd-984e-9281bba1083c/146_videocracy-Erick-Gandini-festival-toronto.jpg" alt="" /&gt;Un documentario che ha qualcosa dell&amp;rsquo;horror questo &amp;ldquo;Videocracy &amp;ndash; Basta apparire&amp;rdquo;, soprattutto per la maniera in cui i filmati e i commenti sono amalgamati. Non &amp;egrave; strano quindi provare una sorta di inquietudine perenne durante la visione di questo film che ripercorre le tappe fondamentali della televisione commerciale italiana, in mano ad un'unica persona, che detiene anche il potere politico ed economico del nostro paese. Certo che ricondurre ogni singolo fallimento culturale e morale di questa realt&amp;agrave; solo a Berlusconi &amp;egrave; alquanto scontato oltre che semplicistico, riuscendo nel risultato di aumentare le antipatie verso il premier di chi gi&amp;agrave; non lo amava, e farlo risultare un modello vincente, di imprenditore straordinario e di uomo che ce l&amp;rsquo;ha fatta, per tutti gli altri. &lt;br /&gt;
Ce lo dice lo stesso Corona, altro personaggio chiave, altro semplicistico e facile riferimento al &amp;ldquo;marcio&amp;rdquo; che circola nelle e dietro la nostra televisione, quando afferma che il suo mito imprenditoriale &amp;egrave; proprio Berlusconi e che se si vuole diventare qualcuno, e fare sempre pi&amp;ugrave; soldi, si deve essere disposti a giocare in maniera non proprio pulita. Costruendo una pellicola a tesi, il pi&amp;ugrave; delle volte forse esageratamente suggerite piuttosto che lasciate all&amp;rsquo;interpretazione e alla ricostruzione dello spettatore, Gandini intreccia tre storie personali per narrarne una &amp;ldquo;universale&amp;rdquo;. Ecco che allora, ad aggiungersi a Corona che non si fa problemi a mostrarsi completamente nudo, letteralmente e non, beandosi della sua condotta poco ortodossa perch&amp;eacute; fedele ad un ideale di un moderno Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a s&amp;eacute; stesso; si aggiunge un Lele Mora che si professa candidamente un mussolinano doc, facendo ascoltare la suoneria del suo cellulare che squilla a suon di &amp;ldquo;Faccetta nera&amp;rdquo;, con tanto di simboli fascisti e nazisti in sottofondo (e il fatto che sia amico e ammiratore di Berlusconi la dice lunga a riguardo) e che ci mostra il parterre dei suoi &amp;ldquo;adepti&amp;rdquo;, tutti ovviamente dei bei ragazzi muscolosi e tatuati; per arrivare ad un giovane operaio che ha come unico obiettivo nella sua vita quello di entrare nel mondo della televisione, scendendo a qualsiasi compromesso per farlo, perch&amp;eacute; &amp;egrave; cos&amp;igrave; che si diventa immortali, proprio come Christopher Reeve che nonostante l&amp;rsquo;incidente e la morte poi, rivive ogni volta sotto forma di Superman. &lt;br /&gt;
Altro tema portante del documentario, che nel suo essere illuminante risulta anche fuori tempo massimo, perch&amp;eacute; ormai niente di ci&amp;ograve; che ci viene mostrato dal regista &amp;egrave; una novit&amp;agrave;, &amp;egrave; la figura della donna all&amp;rsquo;interno delle televisioni commerciali, possedute appunto da un uomo che apprezza i corpi femminili e la loro &amp;ldquo;mercificazione&amp;rdquo;, altro argomento per&amp;ograve; fin troppo esposto oltre che scontato. Grande merito della pellicola per&amp;ograve;, pi&amp;ugrave; che la narrazione dell&amp;rsquo;immenso impero di Berlusconi e di tutte le sue ramificazioni (ecco allora spiegate le presenze dei tre protagonisti principali tutti collegati, pi&amp;ugrave; o meno forzatamente, al premier), &amp;egrave; la maniera di narrarlo, grazie anche ad un ottimo utilizzo della colonna sonora e di mezzi cinematografici come il montaggio e la regia piena di ralenti e primi piani, visto che risulta decisamente agghiacciante e angosciante. &lt;br /&gt;
Alla fine rimane un dubbio: come mai le nostre televisioni pubbliche e commerciali si sono rifiutate di mandare in onda il trailer della pellicola, visto che si tratta di cose ormai all&amp;rsquo;ordine del giorno e pi&amp;ugrave; volte trasmesse in altre occasioni in televisione? Molto probabilmente il dubbio rimarr&amp;agrave; nell&amp;rsquo;aria&amp;hellip;&lt;br /&gt;
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&lt;img height="275" width="418" align="cssCenter" src="http://fabioiuliano.files.wordpress.com/2009/08/videocracy_01-1.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 20:41:10 +0100</pubDate>
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 <title>Il pensionante</title>
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REGIA: Alfred Hitchcock&lt;br /&gt;
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CAST: Ivor Novello, Marie Ault&lt;br /&gt;
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ANNO: 1927&lt;br /&gt;
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Un assassino si aggira per Londra facendosi chiamare &amp;ldquo;Il vendicatore&amp;rdquo;. Le sue vittime preferite sono donne bionde che uccide sistematicamente solo di marted&amp;igrave; notte. In una pensione arriva un enigmatico uomo, che chiede alla padrona di casa di togliere dalla sua stanza tutti i quadri che dipingono donne bionde. La figlia dei gestori della pensione, fidanzata col poliziotto a cui viene affidato il caso del vendicatore, comincia a provare interesse per il pensionante. Ma su di lui aleggiano i sospetti della madre - che un marted&amp;igrave; notte l&amp;rsquo;ha visto uscire di casa tutto imbaccucato fino ai denti per poi leggere la notizia della morte di un&amp;rsquo;ulteriore ragazza - e del poliziotto estremamente geloso delle attenzioni per la sua fidanzata. &lt;br /&gt;
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&lt;img height="561" width="333" align="left" src="http://www.hitchcockmania.it/filmografia/the_lodger_linquilino/poster/01.jpg" alt="" /&gt;Prima vera e propria pellicola del grandissimo Hitchcock, &amp;ldquo;Il pensionante&amp;rdquo; costituisce gi&amp;agrave; una sorta di manifesto ben preciso del cinema portato avanti dal regista inglese nel corso della sua intera e lunghissima carriera. Lo si pu&amp;ograve; notare subito dal fatto che al centro della narrazione abbiamo un uomo solo contro tutti. Un innocente che si trova al momento sbagliato nel posto sbagliato e che per una serie di casi fortuiti o meno fortuiti viene sospettato per l&amp;rsquo;intera pellicola di essere colpevole di un crimine. In questo caso di uno dei pi&amp;ugrave; terribili, visto che stiamo parlando di uno spietato serial-killer che si accanisce sulle giovani donzelle dai capelli dorati. Bionda &amp;egrave; la protagonista femminile, cos&amp;igrave; come quasi tutte le &amp;ldquo;muse&amp;rdquo; del Genio e in lei si possono gi&amp;agrave; ravvisare, non ancora ben delineati come in futuro, tutte le caratteristiche tipiche delle protagoniste femminili che si sono susseguite nelle pellicole di Hitchcock nel corso degli anni, a partire da Grace Kelly, senza tralasciare Tippi Harden. Ma &amp;egrave; lui, Ivor Novello, nel ruolo del pensionante, a catturare tutta l&amp;rsquo;attenzione dello spettatore grazie alla sua interpretazione che fonde alla perfezione il sospetto, l&amp;rsquo;intrigo, ma soprattutto un fascino inaudito. Merito anche, questo va sottolineato, della gi&amp;agrave; straordinaria vena inventiva, narrativa e registica di Hitchcock che ci regala dei momenti straordinari come la partita a scacchi tra il pensionante e la protagonista in cui per ravvivare il fuoco, l&amp;rsquo;uomo prende in mano il tizzone ardente e sembra quasi che voglia usarlo contro di lei. O meglio ancora, tutti gli indizi che vengono disseminati qui e l&amp;igrave; per depistarci, come gli atteggiamenti un po&amp;rsquo; strambi dell&amp;rsquo;uomo che continua a passeggiare su e gi&amp;ugrave; per la sua stanza facendo oscillare il lampadario del piano di sotto (straordinaria la scena in cui il soffitto della stanza di sotto combaciante col pavimento della stanza del pensionante vengono praticamente eliminati lasciando spazio ad una sovrimpressione dei piedi di Novello che vanno su e gi&amp;ugrave; e del lampadario). &lt;br /&gt;
Grandissimo esempio di cinema muto che resiste al tempo, &amp;ldquo;Il pensionante&amp;rdquo; dunque si fa apprezzare anche per lo stampo quasi espressionista che contrassegna la fotografia in un bianco e nero estremamente elegante e raffinato. Dispiace solo che il grande regista non abbia avuto l&amp;rsquo;opportunit&amp;agrave; e, forse, il coraggio di far terminare la pellicola come in realt&amp;agrave; avrebbe desiderato e cio&amp;egrave; facendo allontanare il protagonista avvolto nella nebbia di Londra, ma soprattutto nel sospetto circa la sua colpevolezza o meno. Ma un attore come Ivor Novello, allora idolo degli spettatori, non poteva essere circondato da un finale cos&amp;igrave; &amp;ldquo;crudele&amp;rdquo;, e dunque il regista si vide in qualche modo costretto a farlo divenire una sorta di eroe-martire (illuminante al riguardo le motivazioni che stanno dietro a tutti gli indizi che lo indicano come colpevole) che per&amp;ograve; ottiene la ricompensa dell&amp;rsquo;amore. &lt;br /&gt;
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&lt;img align="cssCenter" src="http://www.downtownexpress.com/de_35/lodger.jpg" style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/p&gt;Pubblicato da &lt;a href="http://www.splinder.com/profile/Ale55andra" &gt;Ale55andra&lt;/a&gt; | &lt;a href="http://ale55andra.splinder.com/post/21674969/Il+pensionante#comment" &gt;Commenti (5)&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
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<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 12:12:01 +0100</pubDate>
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