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  <title type="html"><![CDATA[Ambiente e Paesaggio 2000]]></title>
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  <subtitle type="html"><![CDATA[Questo blog è dedicato alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Per noi vale la massima: un paesaggio integro ed armonioso oggi è sempre il riflesso di un ambiente sano e di una società più civile.]]></subtitle>
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    <title type="html"><![CDATA[La Valsugana: natura e sapori in un Trentino ancora fuori dal turismo di massa]]></title>
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    <published>2009-11-24T15:35:47+01:00</published>
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    <![CDATA[<p>Stretta fra gli abitati di Pergine e Grigno, e percorsa dal Fiume Brenta, la Valsugana &egrave; uno dei principali assi di comunicazione del Trentino, in virt&ugrave; della presenza di importanti infrastrutture viarie e di una collocazione geografica che la pone come crocevia naturale fra la citt&agrave; di Trento ed il Veneto orientale. Per chi ha negli occhi le cartoline delle pi&ugrave; celebri valli trentine, la prima impressione della Valsugana, a vederla dalla superstrada, pu&ograve; non essere esaltante: il paesaggio appare piuttosto alterato nel fondovalle dai numerosi insediamenti produttivi, piccoli ma diffusi, e dalle coltivazioni in serra (meleti), che spiccano in una campagna solo a tratti ancora d'aspetto auntenticamente tradizionale. L'impatto dello sviluppo moderno, tuttavia, risulta mitigato dalle maestose montagne che stringono la lunga vallata, fino a farle assumere spesso l'aspetto di un vero e proprio canyon; sulle loro boscose pendici, poi, si notano qui e l&agrave; splendidi castelli medievali dalla foggia arcana e sognante, oltre a malghe e cascine che testimoniano il vecchio insediamento agrario.
Cuore culturale ed artistico dell'itinerario &egrave; di certo Borgo Valsugana, un raffinato centro storico posto sulle rive del Brenta che in certi scorci ricorda le atmosfere veneziane, con i suoi ponticelli e le sue gallerie affacciate sul fiume; molto belli i palazzi del corso, che danno l'idea di una cittadina un tempo ricca ed importante; divenuto oggi polo agricolo, industriale e commerciale di discreta importanza, Borgo &egrave; dominato dal Castel Telvana, magnifico fortilizio del XIV secolo, purtroppo di propriet&agrave; privata e non visitabile; attraversando invece la piana verso Sud e inoltrandosi brevemente nei monti che cingono l'Altopiano di Asiago si pu&ograve; raggiungere l'appartata Val di Sella con l'interessante esperimento di &quot;Arte Sella&quot;; si tratta di una sorta di giardino che offre un felice connubio fra le fantasiose opere d'arte contemporanea, realizzate rigorosamente con materiali naturali, e l'ambiente circostante. Risalendo poi la Valsugana verso Trento, meritano una sosta Pergine e Civezzano, che serbano alcune chiese interessanti, mentre spicca la presenza di ben due laghi, pittorescamente paralleli l'un l'altro e separati da un crinale boscoso: il Lago di Caldonazzo (gi&agrave; visibile dalla superstrada) e il Lago di Levico (nelle vicinanze sono le omonime terme); simili fra loro, offrono deliziosi lungolago adatti a piacevoli e romantiche passeggiate.
Tornati a Borgo e poi a Castelnuovo, dirigiamoci ora in montagna, verso Nord, ed iniziamo a risalire le pendici del gruppo dolomitico del Lagorai, uno dei meno conosciuti e pi&ugrave; integri del Trentino: meta della nostra escursione &egrave; il gelido, solitario Passo Manghen, piccolo valico a 2043 m. s. l.m. da cui si pu&ograve; discendere alla Val di Fiemme. Gi&agrave; dalla tortuosissima strada per il passo si pu&ograve; apprezzare la natura incontaminata del Lagorai, tra fitte foreste di conifere e pascoli ameni e verdissimi, punteggiati da antiche malghe (oggi trasformate in simpatici agriturismi) e baite pi&ugrave; recenti utilizzate per la villeggiatura. Giunti al Manghen (ove sorge un rifugio-risorante, bordato da un grazioso specchio d'acqua) c'&egrave; la possibilit&agrave; di percorrere svariati sentieri a piedi, alcuni per&ograve; adatti soltanto a chi possiede una &quot;buona gamba&quot;: ai meno esperti si consiglia quello che conduce in tre quarti d'ora circa al Laghetto delle Buse, in un suggestivo scenario alpestre. Tornati nel fondovalle per la stessa strada, si procede fino a Strigno, villaggio dominato da uno slanciato campanile nonch&eacute; dalla mole del Monte Lefre, postazione militare nella Prima Guerra Mondiale; tutt'intorno sorgono minuscoli Comuni dalle case vivacemente intonacate (Samone, Villa Agnedo, Spera, Scurelle, Ivano Fracena con il fiabesco Castel Ivano) che formano insieme una sorta di curiosa &quot;citt&agrave; diffusa&quot; alpina. Si ricomincia quindi a salire fino a superare Bieno e a guadagnare la verdissima Conca del Tesino, con i pittoreschi paesi di Pieve (patria dello statista Alcide De Gasperi) e Castel Tesino, entrambi frequentati per le vacanze estive.
Oltrepassato il vasto e ondulato altopiano, si continua in direzione del Passo Brocon, attraverso un paesaggio fitto di foreste. Si incontra ad un certo punto il bivio per la Val Malene, segnalata da un cartello turistico: si tratta di un luogo magico e segreto, solcato da un limpido fiumiciattolo, il Grigno, e attrezzato con alcuni ristoranti-rifugi; nelle vicinanze &egrave; inoltre il parcheggio che d&agrave; accesso al sentiero per la Cima d'Asta (2883 m.), da non perdere per gli appassionati di trekking: il percorso conduce ad uno degli angoli neno noti delle Dolomiti, e per questo ancor pi&ugrave; affascinante per chi &egrave; alla ricerca di autentica wilderness; la vetta di questo magnifico massiccio - che offre un grandioso panorama - &egrave; alla portata esclusivamente di escursionisti esperti ed allenati ma non &egrave; riservata agli alpinisti, il che ne fa una meta stupenda (agosto-settembre i mesi pi&ugrave; indicati) per chi cerca una sana e lunga sgambata senza i rischi di altre scalate dolomitiche; alla portata di molti &egrave; invece l'omonimo, incantevole laghetto ai piedi della montagna, nei cui pressi &egrave; un accogliente rifugio aperto durante l'estate. Ad ogni modo, il sentiero per il laghetto ed eventualmente per la Cima d'Asta &egrave; una vera e propria galleria di splendori paesaggistici: a cominciare dal Grigno, torrente qui ancora impetuoso che a tratti forma rapide e cascate e che accompagna l'intera escursione; impressionanti, d'altro canto, le vedute man mano pi&ugrave; ravvicinate degli spettacolari e tormentati bastioni rocciosi della Cima d'Asta. Riscendendo per la via dell'andata, una deviazione permette infine di visitare l'incantevole Lago di Costa Brunella, uno dei laghi in quota pi&ugrave; profondi (60 m.) d'Europa.
Ripresa la Strada Provinciale dal bivio per la Val Malene, proseguiamo ora per il Passo Brocon che ci accoglie con ampie praterie un poco rovinate dagli impianti sciistici e da alcuni alti parafulmini, ottimo punto di partenza, comunque, per indimenticabili escursioni. Da qui, salendo ad uno dei vari poggi che circondano il passo, si pu&ograve; godere un panorama mozzafiato sulle Dolomiti di Primiero e San Martino di Castrozza, raggiungibili per una stradina con mille curve che si inoltra nelle antiche terre dei Ladini. Ma quella &egrave; un'altra storia: un ultimo saluto al Brocon, dunque, e torniamo in Valsugana all'altezza di Strigno, sazi di questi luoghi bellissimi e ancora al di fuori del turismo di massa e di facili stereotipi.
Ma uno &quot;stereotipo&quot; ce lo possiamo permettere, e cio&egrave; la famosa &quot;polenta valsuganotta&quot;, che ha reso questa valle famosa in tutta Italia. A dire il vero, la ricetta originale &egrave; tutt&rsquo;oggi segreto delle massaie, ma nei locali pubblici viene servita nei modi pi&ugrave; diversi: col rag&ugrave;, con i funghi, con il formaggio o con la carne di cervo, la scelta &egrave; molto ampia. Del resto, questa valle ha dalla sua un&rsquo;enogastronomia esemplare delle tradizioni trentine: accanto alla polenta compaiono i famosi &ldquo;spatzle&rdquo; (gnocchetti verdi agli spinaci), i canederli ripieni, o ancora il risotto al Teroldego (vino rosso doc del Basso Trentino) con fonduta di gorgonzola. In ogni caso, la ristorazione della zona &egrave; sostanziosa e mediamente meno cara rispetto alle valli pi&ugrave; turistiche: insomma, la classica speranza di &quot;mangiar bene e spender poco&quot; &egrave; nella Valsugana ancora un qualcosa di realistico, grazie alla genuinit&agrave; dei suoi paesi e all'ospitalit&agrave; dei suoi abitanti.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/21756750/La+Valsugana%3A+natura+e+sapori+#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Un parco agricolo suburbano per Aprilia]]></title>
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    <published>2009-11-16T12:31:54+01:00</published>
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    <![CDATA[<p>Alle porte di Aprilia, e del suo degrado ambientale ed urbanistico, esiste un lembo di campagna dall'insospettabile fascino. Situato fra la Via Pontina e la Via Nettunese, e attraversato da alcune strade, fra cui Via del Tufetto, questo territorio dolcemente ondulato e inciso da profondi fossi appare come un prezioso scrigno di biodiversit&agrave; in cui si alternano piccoli boschi, pascoli, seminativi, vigne ed uliveti. Accanto a Via del Tufetto, un'altra importante strada d'accesso alla zona &egrave; Via Apriliana, che nel tratto prossimo alla frazione di Campoleone (localit&agrave; in condominio con il confinante Comune di Lanuvio) ripete questo paesaggio ancora abbastanza solitario e tranquillo. 

<img style="TEXT-ALIGN: center; MARGIN: 0px auto 10px; DISPLAY: block" alt="Campagna Romana presso Aprilia" src="http://files.splinder.com/25add720cad88bcb9e02df4bb14297ae_medium.jpg" />
- il tranquillo paesaggio rurale su Via del Tufetto -

Oggi sempre pi&ugrave; &egrave; sentita la necessit&agrave;, per i centri di medie dimensioni, di aree verdi che assolvano alcune fondamentali funzioni di interesse collettivo: come luoghi &quot;fruibili&quot; per il tempo libero dei cittadini, come fornitrici di prodotti genuini a &quot;chilometri-zero&quot;, o come - non ultimo - &quot;cuscinetti agricoli&quot; per evitare ulteriori e disordinate espansioni urbanistiche. E allora, in una situazione cos&igrave; complessa come quella di Aprilia (che vede un abitato in fortissimo sviluppo demografico e tuttavia con uno scarso livello di qualit&agrave; della vita), perch&eacute; la Regione Lazio non si muove in merito all&rsquo;istituzione di un piccolo &quot;parco agricolo suburbano&quot; a tutela dell'area attraversata da Via del Tufello (e in parte da Via Apriliana)? Le motivazioni ci sarebbero tutte, visto che si tratta di una delle rare zone di un certo valore paesaggistico ed ambientale rimaste nel Comune di Aprilia, fra l&rsquo;altro con la presenza notevole di casolari d&rsquo;epoca ed una produzione vitivinicola di pregio. La presenza di strutture rurali in abbandono (o quasi) nella zona potrebbe fra l&rsquo;altro stimolare la creazione di &ldquo;fattorie didattiche&rdquo;, finalizzate alla tutela, valorizzazione e promozione di quel che resta della tradizione agricola apriliana, avvicinando fra l&rsquo;altro la popolazione (e in particolare i bambini e le scuole) al territorio in cui vivono, che non conoscono praticamente per niente e che ormai vedono soltanto quale &ldquo;contenitore&rdquo; anonimo per nuovi centri commerciali, capannoni, palazzine e villette. 

<img style="TEXT-ALIGN: center; MARGIN: 0px auto 10px; DISPLAY: block" alt="Casale nella campagna apriliana" src="http://files.splinder.com/7222cc4303ea467e225d0ef36522bec3_medium.jpg" />
- casale in pietra vulcanica su via Apriliana -

Attualmente Aprilia vive un momento di novit&agrave; dal punto di vista amministrativo, per cui questa potrebbe essere l&rsquo;occasione giusta per fare finalmente qualcosa per l&rsquo;ambiente e la collettivit&agrave;: com'&egrave; noto, da decenni Aprilia &egrave; governata da una classe politica da terzo mondo che ha permesso (e anzi voluto) la quasi totale devastazione del territorio comunale, lasciandolo in balia dell&rsquo;edilizia selvaggia e portando la citt&agrave; al triste primato di possedere il territorio pi&ugrave; degradato dal punto di vista ambientale e paesaggistico dell&rsquo;intero Lazio; una vergogna; tant&rsquo;&egrave; che non &egrave; un caso se progetti come la centrale turbogas vengano proposti proprio ad Aprilia, visto che il territorio non offre pi&ugrave; aree naturali o agricole ampie ed estremamente vincolate, per cui &egrave; facile - per chi ne abbia interesse - &ldquo;far passare&rdquo; progetti impattanti&hellip; 
In tale disarmante contesto, l'area agricola di Via del Tufello-Via Apriliana &quot;pu&ograve;&quot; dunque essere un&rsquo;eccezione, e come tale va salvaguardata, contando pure che, facendo geograficamente parte dell'Agro Romano, costituisce una zona in cui probabilmente ci sono testimonianze archeologiche antichissime, tutte da studiare e riscoprire. 

<img style="TEXT-ALIGN: center; MARGIN: 0px auto 10px; DISPLAY: block" alt="Campagna Romana presso Campoleone" src="http://files.splinder.com/65b6adc8188397de20fc891828fbf22d_medium.jpg" />
-&nbsp;campagna ondulata su Via Apriliana -

Un &ldquo;parco agricolo suburbano&rdquo; rappresenterebbe insomma una ventata di vera modernit&agrave; in un territorio che non sembra pi&ugrave; avere alternative alla cementificazione senza limiti e al degrado ambientale e sociale: la campagna di Via del Tufello-Via Apriliana &egrave; una risorsa di inestimabile valore per Aprilia, e se salvaguardata da un&rsquo;area protetta ben gestita potrebbe essere liberata da tutti i suoi flagelli - come la prostituzione, le discariche a cielo aperto, l&rsquo;abusivismo edilizio - e da &ldquo;terra di nessuno&rdquo; divenire una &ldquo;terra di tutti&rdquo;. Inoltre, il parco potrebbe diffondere attivit&agrave; compatibili col territorio (agriturismi, b&amp;b, ecc&hellip;), portando inaspettate possibilit&agrave; di sviluppo turistico. Per la prima volta nella storia di Aprilia, si assisterebbe ad un intervento in favore della collettivit&agrave; e in favore della salvaguardia del suo territorio, o almeno di quel che &egrave; rimasto, creando un grande spazio verde per le famiglie, per i ragazzi e per tutti gli appassionati di natura, ove poter godere le bellezze di una campagna ancora integra senza dover per forza prendere l&rsquo;auto ed uscire dal Comune. Un parco agricolo a cavallo di Via del Tufetto e Via Apriliana sarebbe un primo passo verso la civilt&agrave; e la tutela dell&rsquo;ambiente ad Aprilia; e francamente, dopo decenni di degrado, scempi e disservizi, Aprilia ne avrebbe davvero bisogno.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/21704916/Un+parco+agricolo+suburbano+pe#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[E' nato il blog "Italia Sublime"]]></title>
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    <published>2009-09-03T17:51:05+02:00</published>
    <updated>2009-09-03T17:51:05+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>La redazione di &quot;Ambiente e Paesaggio 2000&quot;&nbsp;&egrave; lieta di annunciare ai suoi&nbsp;lettori che oggi &egrave; nato il blog &quot;Italia Sublime&quot; (<a href="http://italiasublime.blogspot.com/">http://italiasublime.blogspot.com/</a>). 
Questo nuovo spazio sul web ha l'obiettivo di far conoscere lo straordinario patrimonio paesaggistico d'Italia, e al contempo di promuovere un turismo di qualit&agrave; (culturale, ambientale ed enogastronomico) rispettoso delle vocazioni e delle peculiarit&agrave; del territorio. 
&quot;Italia Sublime&quot; &egrave; ideato e gestito da Luca Bellincioni, storico, guidarista, escursionista e fotoreporter, con il quale collaborano altri studiosi del paesaggio ed esperti di marketing e turismo sostenibile. 
I contenuti del blog sono collegati alle attivit&agrave; dell'Associazione Culturale Onlus &quot;Oreas&quot;, finalizzata alla tutela, valorizzazione e promozione del paesaggio italiano. 
Si invitano dunque i nostri lettori a visitare Italia Sublime, nell'auspicio di suggerire itinerari piacevoli ed interessanti, alla scoperta del nostro meraviglioso Paese.

Contatti: 
3299620424 (dott. Luca Bellincioni) 
3286429905 (dott. ssa Daniela Cortiglia) 
<a href="mailto:lucabellincioni@interfree.it">lucabellincioni@interfree.it</a> 
<a href="mailto:adre@interfree.it">adre@interfree.it</a> 
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    <published>2009-07-31T13:34:43+02:00</published>
    <updated>2009-07-31T13:34:43+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>Negli ultimi tempi&nbsp;si&nbsp;palesa con crescente gravit&agrave; un vero e proprio assalto al paesaggio del Lago di Bolsena, che si manifesta nei pi&ugrave; svariati modi. Innanzi tutto la speculazione edilizia: quasi tutti i Comuni della zona negli ultimi anni hanno dato il via a vaste lottizzazioni sul proprio territorio. Tale aggressione edilizia, fra l'altro, &egrave; qui pi&ugrave; che altrove inquietante, poich&eacute; il Lago di Bolsena, con i suoi dintorni collinari dei Monti Volsini, costituisce un'area ambientale, paesaggistica e culturale di straordinario pregio, fra le pi&ugrave; integre ed importanti (ancorch&eacute; sottovalutate) d'Italia. Eppure di tali valori paiono fregarsene tranquillamente amministrazioni comunali come Capodimonte, Marta e Montefiascone; i primi due paesi appaiono ormai praticamnete sdoppiati fra una parte antica ed una parte nuova in continua espansione, con ogni anno nuove, anonime ed insignificanti ville a schiera in costruzione; Montefiascone dal canto suo, peggiora sempre pi&ugrave; la propria situazione urbanistica, con uno sviluppo edilizio disordinato e di pessima qualit&agrave;, cui si aggiungono le svariate aree produttive con i loro impattanti capannoni industriali sparpagliati sul territorio comunale, a produrre un'erosione raccapricciante del paesaggio agrario che qui invece dovrebbe produrre turismo e ricchezza. A tutto ci&ograve; si aggiunge l'abusivismo edilizio, tradizionale piaga del Lazio (conseguente alla presenza di molti vincoli e assieme ad un'incapacit&agrave; di saper gestire la trasformazione del territorio in senso qualitativo), che nell'area del Lago di Bolsena aveva tuttavia tardato a comparire nel corso dei decenni passati: ed invece ecco anche qui - soprattutto a partire dall'ultimo scandaloso condono edilizio ed in particolare attorno a Montefiascone - spuntare come funghi ville e villette (fra l'altro di scarsissima qualit&agrave; architettonica ed assolutamente etranee al delicato contesto ambientale circostante), che vengono poi bloccate ma non demolite, rimanendo per anni allo stato di cantiere e sfregiando cos&igrave; senza piet&agrave; un paesaggio che per secoli si era mantenuto di rara bellezza. Possibile che le pratiche per l'abbattimento di manufatti abusivi in aree di pregio paesaggistico debbano richiedere trenta o quarant'anni (se mai alla fine arriver&agrave; effettivamente la demolizione...)? Possibile che nonostante la presenza di vincoli si continui a costruire abusivamente? Non sar&agrave; che gli abusivi confidano nella malleabilit&agrave; degli uffici tecnici comunali, il quali troppe volte hanno chiuso un occhio (o due) sulle pratiche edilizie? Il caso del Comune di Montefiscone &egrave; davvero eclatante di una cattiva gestione del territorio, e nell'ambito della Tuscia &egrave; forse secondo soltanto alla stessa Viterbo in quanto a degrado urbanistico. Gravissimo &egrave; anche il fatto che nei casi di costruzione di un nuovo immobile in area agricola di pregio non si diano ancora direttive precise sulle forme e i materiali da utilizzare, per armonizzare le nuove costruzioni con il paesaggio agrario tradizionale. Tale lacuna &egrave; veramente vergognosa se pensiamo che gi&agrave; da decenni nelle province limitrofe di Terni, Siena e Grosseto tale accorgimento &egrave; quasi la norma. Proliferano cos&igrave; lungo le strade o sulle colline intorno al lago ville e villette dalle forme assolutamente aliene dal contesto ambientale, laddove la presenza di numerosi casali di varie epoche dovrebbe suggerire l'uso della pietra locale oppure di particolari intonacature. Lo stesso riutilizzo di questo patrimonio edilizio rurale storico - che giace per lo pi&ugrave; in abbandono.- non &egrave; affatto incentivato. Lascia poi esterrefatti la mancata tutela anche della magnifica valle ai piedi della cittadina, che simile a un dipinto scende alle rive del lago fra boschi, vigneti, uliveti e casali adornati da pini e cipressi: accanto alle piccole ma deturpanti serre comparse negli ultimi anni, quest'anno &egrave; comparsa anche una grossa e deturpante copertura metallica nei pressi di un casale nonch&eacute; - dlall'altro lato della valle - uno sbancamento per ospitare probabilmente nuove costruzioni, in un paesaggio teoricamente sottposto a vincoli rigidissimi; ogni anno un oscenit&agrave; in pi&ugrave; &egrave; permessa, finch&eacute; non si &quot;mangeranno&quot; anche questo paesaggio. Ma perch&eacute; nessuno dice nulla?
Certo non tutto il territorio attorno al Lago Volsino &egrave; gestito con criteri da &quot;Terzo Mondo&quot;, anzi. Il versante Nord-Ovest di Gradoli e Grotte di Castro, ad esempio, brilla per la sua integrit&agrave;; la grande conca fra Valentano e Latera, fatta eccezione per alcuni dettagli tutto sommato trascurabili (alcuni grossi capannoni agricoli in lamiera e le centraline elettriche bianche - che potrebbero essere rivestite in tufo), spicca per la sua arcaica bellezza; o le dolci colline alle spalle di Marta e Capodimonte che gi&agrave; preludono al paesaggio maremmano; o infine le verdi colline della celebre Bolsena, cuore del comprensorio e bandiera arancione del Touring Club Italiano per la qualit&agrave; della gestione del suo territorio. Eppure anche qui il degrado pare stia arrivando: ecco che transitando sulla Cassia, poco prima dell'entrata a Bolsena, su una collina prima splendida si nota un cantiere fresco fresco per la costruxione dell'ennesima villa, in una zona &quot;formalmente&quot; sottoposta a vincoli paesaggistici strettissimi. Com'&egrave; possibile? Sempre sulla Cassia presso Bolsena, stavolta in direzione di San Lorenzo Nuovo, e ancora in una zona di pregiastissimo paesaggio agrario, si trovano ben due grosse cave di pomice, le quali negli ultimissimi anni hanno ingrandito enormemente il sito di escavazione, tant'&egrave; che sono ormai visibili da lontano anche dalla sponda opposta del lago e cio&egrave; da una trentina chilomentri di distanza! Davvero ignobile &egrave; il fatto che a questi scavi non si sia dato un limite compatibile con il mantenimento dlel'integrit&agrave; minima del paesaggio della conca lacuale nel suo complesso, senza contare che la creazione di queste cave &egrave; stata concessa all'interno del recinto craterico e non all'esterno come sarebbe invece stato opportuno. Anche qui sorge la domanda: ma i vincoli, dove sono finiti? Citiamo poi - nella stessa zona, la Val di Lago - il problema del proliferare delle coltivazioni in serra, che in uno scenario dai forti connotati tradizionali, esemplare del paesaggio agrario del Centro Italia, costituiscono anch'esse un elemento di deturpamento molto pesante: anche a queste strutture dovrebbe essere posto un limite o dovrebbero almeno essere imposte delle soluzioni estetiche (tipo copertutre verdi delle serre) per attutirne l'impatto paesaggistico. Ed invece niente. Non va meglio intorno alle campagne intorno alla vicina Valle dei Calanchi di Bagnoregio, ove oltre ad una certa tendenza all'insiediamento sparso, ogni anno spuntano nuove ville moderne e nuovi capannoni industriali nei pressi degli abitati di Lubriano e della stessa Bagnoregio: ma - ci chiediamo inorriditi - in una zona di tale incomparabile bellezza, e vocata ormai da decenni al turismo, com'&egrave; possibile che gli uffici tecnici comunali diano il permesso di costruire oscenit&agrave; simili a quelle della &quot;periferia della periferia&quot; metropolitana? Ma chi sono questi incompetenti? Ma chi gestisce l'urbanistica di questi territori? 
In aggiunta ai citati elementi di degrado paesaggistico ed ambientale in atto intorno al lago, come se non bastasse, vanno poi ricordati i folli e devastanti progetti di eolico industriali che - guarda caso - interessano proprio i paesaggi agrari di maggiore integrit&agrave; del comprensorio, come le magnifiche colline alle spalle di Marta e Capodimonte, ove fanno bella mostra di s&eacute; gi&agrave; da mesi gli anemometri. Ed intanto la piccola centrale geotermica di Latera (vero gioiello di integrazione fra sito industriale e paesaggio) con i miliardi gettati a suo tempo al vento per costruirla - giace in abbandono e anzi in attesa di essere smantellata... Un altro esempio di uso &quot;intelligente&quot; del territorio e del denaro pubblico: si abbandona quello che &egrave; gi&agrave; stato fatto e si spendono altre cifre da capogiro per consumare ulteriore territorio! Certo &egrave; che se decine e decine di torri eoliche di 100 metri venissero poste sui crinali di queste colline, la Tuscia ed il Lazio perderebbero l'ennesima pozione di paesaggio identitario (senza contare il danno ambientale provocato da questo tipo di impianti), rendendo cos&igrave; anche in questa zona il territorio anonimo e banale. Ed il turismo del comprensorio, oggi vivissimo e di altissima qualit&agrave;, ne risentirebbe di certo, poich&eacute; anche i cretini capiscono che il Lago Volsino non &egrave; un puro e semplice specchio d'acqua ma un ecosistema che vive in simbiosi con le sue colline ed &egrave; quindi il territorio nel suo insieme che va tutelato. Anche la tanto rinomata purezza delle acque del lago, se si continuasse ad urbanizzare le colline circostanti, &egrave; ovvio che ne risentirebbe. Certo &egrave; che i tanti turisti stranieri che oggi lo frequentano finirebbero col vedere questo territorio non pi&ugrave; come &quot;speciale&quot; ed inizierebbero a vederlo come anonimo e mediocre, scegliendolo cos&igrave; sempre di meno per le proprie vacanze. Un modo davvero lungimirante di gestire un territorio che anno dopo anno diviene una meta turistica internazionale, da far concorrenza a Valdorcia e Chianti! 
Concludiamo con un'amara constatazione. Pochi sanno che tutta l'area formata dal Lago di Bolsena, dai Monti Volsini e dalla Valle dei Calanchi di Bagnoregio, per le proprie straordinarie valenze, &egrave; in procinto di esser candidata all'Unesco per il riconoscimento quale Patrimonio dell'Umanit&agrave;. Eccezionale dal punto di vista paesaggistico, questo comprensorio ha inoltre conservato quasi inalterati i tratti morfologici della sua storia geologica, tanto da farne un unicum a livello europeo. Tuttavia, i numerosi e gravissimi elementi di degrado che attualmente interessano questo territorio (speculazione edilizia, abusivismo, cave selvagge, serricoltura, progetti di eolico industriale) rischiano di minare ogni possibilit&agrave; di ottenere questo importantissimo riconoscimento che darebbe ulteriore slancio al turismo e allo sviluppo sostenibile locale. L'Unesco, infatti, nelle sue valutazioni circa un territorio condidato a diventare patrimonio Unesco, non tiene conto soltanto dello stato attuale dei luoghi, ma anche la capacit&agrave; delle amministrazioni locali di saperli mantenere tali a lungo termine. Ebbene, la &quot;tendenza&quot; al degrado che oggi chiunque pu&ograve; constatare attorno al Lago di Bolsena potrebbe essere un motivo determinante per la bocciatura della candidatura dell'area Lago di Bolsena-Monti Volsini-Valle dei Calanchi a Patrimonio dell'Umanit&agrave;. E di questo rischio &egrave; bene che se ne rendano conto le amministrazioni comunali e quella provinciale, che NULLA stanno facendo per dare qualit&agrave; alla zona e per reprimere e cancellare i fenomeni del degrado. L'ennesima prova di come la classe politica del Viterbese non sia in grado di gestire il proprio territorio sfruttandone le enormi potenzialit&agrave; in fatto di turismo e sviluppo sostenibile. Il problema &egrave; la persistenza di una mentalit&agrave; politica provinciale ed arrogante, chiusa agli esempi postiivi che giungono da altre realt&agrave; italiane (ed europee) in fatto di valorizzazione delle peculiarit&agrave; locali, che da decenni lascia maltrattare questi magnifici territori. Sapranno svegliarsi gli amministratori, gli imprenditori e i cittadini tutti, prima che sia troppo tardi? </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/21056554/Allarme+paesaggio+sul+Lago+di+#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[No allo scempio eolico a Castelguidone (CH) - Le ragioni del Comitato "Dinamismi"]]></title>
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    <published>2009-07-18T08:52:36+02:00</published>
    <updated>2009-07-18T08:52:36+02:00</updated>
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      <name>lucabellincioni</name>
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    <![CDATA[<p>
Il comitato dinamismi non &egrave; contrario per principio all&rsquo;utilizzazione di fonti di energia rinnovabili e pulite, &egrave; tuttavia molto preoccupato della sregolata proliferazione degli impianti eolici che stanno colonizzando ampi e preziosi settori del paesaggio naturale in Italia e in Europa. Questo scenario giustifica serie perplessit&agrave; e sollecita precise ed urgenti risposte.
Colpisce soprattutto l&rsquo;ampia sproporzione tra il grave danno ambientale causato dagli impianti eolici e il loro contributo alla soluzione del problema energetico. 
Primo fattore da prendere in esame &egrave; l&rsquo;inserimento di questi impianti nella Pianificazione Energetica degli enti locali di vario livello: regionale, provinciale e comunale. Spesso, infatti, questi piani sono inefficaci se non addirittura assenti. Stesso problema per i Piani Paesaggistici, peraltro ritenuti da pi&ugrave;, e tra questi anche da molti Amministratori pubblici, un fastidio pi&ugrave; che un contenimento a speculazioni degradanti e una tutela dell&rsquo;identit&agrave; locale.
Emblematico il caso di Castelguidone! Monte S. Vito, sito scelto dall&rsquo;Amministrazione comunale per l&rsquo;istallazione di 11 aerogeneratori (per una potenza nominale di 22 MWh), dista solo 1,5 Km dal centro abitato. Oltre al devastante impatto ambientale, l&rsquo;impatto visivo risulterebbe di incalcolabili proporzioni, visto che si tratta dell&rsquo;unica visuale dalla piazza del paese. La popolazione non &egrave; stata minimamente coinvolta in questa scelta che cambierebbe per sempre il territorio, la storia e le tradizioni del nostro piccolo centro. L&rsquo;alto Vastese ormai disseminato di torri eoliche sta pagando, in termini ambientali, un altissimo prezzo; peraltro le stesse torri risultano spesso ferme visto che la zona &egrave; caratterizzata da raffiche di vento fortissime alternate a periodi di bonaccia.
A fronte di questi danni incalcolabili viene riconosciuta ai comuni una modestissima percentuale dei ricavi annuali della societ&agrave; beneficiaria della concessione (nel nostro caso il 3,5%), ed un affitto di qualche migliaio di euro annuo per il canone dei terreni (&quot;eco &ndash; risarcimento&quot;); nessun altro beneficio va alle comunit&agrave; locali (neanche un modesto sconto sulla tariffa dell&rsquo;elettricit&agrave; consumata!!!).
A svantaggio della popolazione vanno tutte le &quot;esternalit&agrave;&quot; di simili impianti: 
1- disboscamento 
2- apertura di strade percorribili da trasporti eccezionali
3- realizzazione di elettrodotti interrati con scavi o in aria con tralicci
4- realizzazione di enormi buche per i basamenti (ogni torre necessita di una fondazione in cemento di circa 300 m&nbsp;con materiale prelevato dalle cave locali. 
5- deprezzamento dei terreni ed immobili circostanti in proporzione alla distanza delle torri eoliche e alla loro visibilit&agrave;
6- inquinamento acustico: rumorosit&agrave; percepibile dalle abitazioni pi&ugrave; prossime, e talvolta anche da quelle meno vicine, a seconda della direzione del vento
7- alterazione del paesaggio (spesso rurale come quello di Castelguidone) con strutture di cui tutto si pu&ograve; dire, salvo che introducano una valenza di pregio impatto visivo&nbsp; 
8- impatto su flora e fauna (es. scomparsa della fauna stanziale e migratoria)
9- interferenze sulle telecomunicazioni 
10- sviluppo di smog elettromagnetico
PER TUTTE QUESTE RAGIONI IL COMITATO DINAMISMI SI OPPONE CATEGORICAMENTE ALL'INSTALLAZIONE DI UN PARCO EOLICO IN LOCALITA' MONTE SAN VITO.
Dinamismi

<a href="mailto:dinamismi@gmail.com">dinamismi@gmail.com</a>
&nbsp;<a href="http://www.dinamismi.altervista.org">www.dinamismi.altervista.org</a> 
Contatto Facebook: comitato dinamismi
POSTILLA:
Quello che avete appena letto &egrave; il manifesto che&nbsp;il Comitato Dinamismi ha&nbsp;distribuito alla popolazione durante la passeggiata informativa di domenica 12 luglio organizzata da WWF&nbsp;e Lipu insieme a noi, e alla quale hanno parteciapto&nbsp;Oreste Rutigliano e Italia Nostra Molise. Il comitato spontaneo cittadino &quot;DINAMISMI&quot; , formato da circa 40 ragazzi di Castelguidone (CH), &egrave; stato costituito per contrastare la logica di sfruttamento del territorio messa in atto dall&rsquo;Amministrazione comunale che intende &quot;svendere&quot; la nostra montagna alla Ipotenusa srl per la realizzazione di una wind farm costituita da 11 aerogeneratori per una potenza nominale di 22 MWh. La convenzione con detta societ&agrave; &egrave; stata approvata dal Consiglio Comunale in data 10 giugno 2009. La societ&agrave; Ipotenusa srl (cod. fisc. 01872910680 e numero rea Pe &ndash; 135408) &egrave; stata costituita il 10/07/2008 e risulta, ad oggi, inattiva (pensiamo si tratti del solito &quot;metodo all&rsquo;italiana&quot; di costituire una societ&agrave; solo per aggiudicarsi la convenzione e in seguito &quot;subappaltarla&quot; ad altre societ&agrave; che hanno asset e mezzi finanziari per poter realizzare l&rsquo;impianto industriale). Il sito scelto dall&rsquo;Amministrazione Comunale &egrave; a circa 1,5 Km di distanza dal centro abitato; oltre al devastante impatto ambientale, l&rsquo;impatto visivo risulterebbe di incalcolabili proporzioni, visto che si tratta dell&rsquo;unica visuale dalla piazza del paese. La popolazione, naturalmente, non &egrave; stata minimamente coinvolta in questa scelta che cambierebbe per sempre il territorio, la storia e le tradizioni del nostro piccolo centro. L&rsquo;Alto Vastese, come gi&agrave; sapete, st&agrave; pagando a carissimo prezzo un altissimo costo ambientale per la disseminazione di torri eoliche posizionate sulle creste della nostre montagne (es. 188 torri nella wind farm di Castiglione Messer Marino, 15 Km da Castelguidone &ndash; 15 torri nella wind farm di Schiavi d&rsquo;Abruzzo, 7 Km da Castelguidone, etc.). Peraltro le stesse risultano spesso ferme visto che la nostra zona &egrave; caratterizzata da raffiche di vento fortissime alternate a periodi di bonaccia (come sapete gli aerogeneratori sono fermi oltre i limiti &quot;cut in&quot; / &quot;cut out&quot; di velocit&agrave; del vento). Attualmente stiamo raccogliendo materiale per approfondire l&rsquo;argomento anche dal punto di vista tecnico; intendiamo sensibilizzare la popolazione per procedere successivamente alla raccolta delle firme.
Dicono sull&rsquo;eolico:

&quot;Parlando di energie rinnovabili&hellip; &egrave; inutile insistere con l&rsquo;energia eolica poich&eacute; di vento nella Penisola ce n&rsquo;&egrave; poco, a differenza dei Paesi del Nord Europa&quot;

Carlo Rubbia 
Premio Nobel per la fisica 
(dichiarazione 9 marzo 2007 rilasciata al Corriere della Sera)

&quot;L&rsquo;eolico ha dato un contributo ma non credo che rappresenti la soluzione, perch&eacute; l&rsquo;Italia &egrave; uno dei paesi meno ventosi al mondo; l&rsquo;unica tecnologia che ha le gambe per camminare nel medio e lungo periodo &egrave; quella solare&quot;

Paolo Scaroni 
Amministratore Delegato Eni 
(dichiarazione Agenzia ASCA del 26 settembre 2007)

&quot;I veri rischi di funzionamento degli impianti eolici sono legati all&rsquo;eventualit&agrave; di un traumatismo sonoro cronico, i cui parametri fisiopatologici di sopravvenienza sono ben conosciuti e il cui impatto dipende direttamente dalla distanza che separa gli impianti eolici dai luoghi di vita e di lavoro delle popolazioni rurali. 
A titolo di precauzione si sospenda la costruzione di pale eoliche di potenza superiore a 2,5 MWh a meno di 1500 m dalle abitazioni&quot;.

Acad&eacute;mie Nazionale di M&egrave;decine - France

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    <title type="html"><![CDATA[Contro il nucleare e per uno sviluppo massiccio ma razionale delle energie alternative]]></title>
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    <published>2009-07-13T12:06:10+02:00</published>
    <updated>2009-07-13T12:06:10+02:00</updated>
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      <name>lucabellincioni</name>
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    <![CDATA[<p>Oggi su tutti i tg si &egrave; parlato della definitiva ratifica ministeriale in merito al ritorno ufficiale dell&rsquo;Italia al nucleare. Nel progetto c&rsquo;&egrave; sia il ripristino delle vecchie centrali bloccate dal referendum sia la costruzione di nuove centrali &ldquo;di nuova generazione&rdquo;. Chi &egrave; informato sulla materia sa che in realt&agrave; le &ldquo;centrali di nuova generazione&rdquo; sono quelle di &ldquo;IV generazione&rdquo;, tuttora in via di sperimentazione, ma che qui ci installeranno quelle di &ldquo;III&rdquo; (la centrale di Cernobyl era di II generazione tanto per intenderci&hellip;)&hellip; cio&egrave; roba gi&agrave; vecchia e non sappiamo quanto pericolosa (ma possiamo immaginarcelo).&nbsp;La lista dei siti prescelti ad ospitare una centrale nucleare &egrave; risalente a molti anni fa e si basa sulla loro presunta scarsa pericolosit&agrave; a livello idrogeologico. 
L'annuncio del ritorno ufficiale al nucleare - atto di improvvida arroganza governativa, in barba ad un sacrosanto referendum&nbsp;- ha ovviamente scatenato le proteste da parte di tutto il mondo ambientalista. Anche da parte di quell'ambientalismo assolutamente slegato dalla localit&agrave; e quindi dai territori ove realmente si vive, insomma di un ambientalismo ideologico (che spesso trova sostenitori fra l&rsquo;ambientalismo &ldquo;casalingo&rdquo; e &ldquo;virtuale&rdquo;) che nei fatti si traduce pi&ugrave; nella promozione di particolari lobbies politiche ed economiche che nella tutela reale dei territori e delle loro vocazioni naturali. Questo ambientalismo &ldquo;ideologico&rdquo; (quello ad esempio di Greenpeace&nbsp;e cui la stessa Legambiente pare ormai accodarsi) &egrave; oggi anch&rsquo;esso probabilmente una minaccia. L&rsquo;ideologismo di queste associazioni sta portando alla diffusione di molte mistificazioni, come quella per la quale l&rsquo;alternativa in fatto di energia &egrave; oggi semplicemente fra nucleare e carbone da un lato e energie rinnovabili senza vincoli dall&rsquo;altro. Alla base di tale ideologizzazione dei problemi ambientali e climatici sta ad esempio la spudorata promozione dell&rsquo;eolico selvaggio: manca infatti a queste discutibili posizioni il legame con le piccole realt&agrave; territoriali locali, con i loro problemi, le loro aspettative, lo loro potenzialit&agrave; in fatto di &ldquo;sviluppo sostenibile&rdquo;. A qualsiasi fazione si appartenga (nucleare o energie alternative), rimane il fatto che se abbassiamo le emissioni producendo energia con l&rsquo;eolico selvaggio o con il nucleare, distruggeremo per&ograve; l&rsquo;economia delle aree locali interessate dagli impianti, con risvolti negativi non solo dal punto di vista strettamente ambientale, ma anche dal punto di vista urbanistico, sociale, culturale ed economico; Non si possono fare ragionamenti globali, se non si conoscono le problematiche locali: oggi chi conosce davvero &ldquo;la realt&agrave; dei luoghi&rdquo; sa benissimo che dove si vive meglio &egrave; perch&eacute; si &egrave; avviato un processo di industrializzazione moderato e si sono conservate le attivit&agrave; tradizionali (silvo-agro-pastorali), che a loro volta hanno innestato lo sviluppo dell&rsquo;indotto turistico; in sintesi dove si &egrave; gestita bene l&rsquo;urbanistica, dando spazio allo sviluppo di diversi settori economici (agricoltura, industria, turismo, terziario) senza che essi &ldquo;si calpestassero i piedi&rdquo; l&rsquo;un l&rsquo;altro. 
In verit&agrave; l&rsquo;alternativa non &egrave; affatto tra il ritorno al nucleare oppure l&rsquo;uso scellerato e irrazionale dell&rsquo;energie rinnovabili. L&rsquo;alternativa &egrave; fra il perseverare nell&rsquo;uso-consumo sconsiderato ed irrazionale del territorio e delle sue risorse da un lato ed una sua gestione razionale dall&rsquo;altro. Partendo dal presupposto che il ritorno al nucleare &egrave; una cosa da evitare assolutamente, oggi &egrave; possibile produrre energia pulita in maniera massiccia sfruttando tutte le potenzialit&agrave; del territorio senza danneggiarne in alcun modo le caratteristiche ambientali ed economiche. Ma per far ci&ograve; occorre una sana politica urbanistica del territorio, che &egrave; l&rsquo;aspetto che pi&ugrave; &egrave; mancato dal Dopoguerra ad oggi, e non solo in Italia ma in tutto il mondo. Il cemento chiama energia, e l&rsquo;energia per essere prodotta richiede sempre in qualche modo il danneggiamento del territorio. Per bloccare questo circolo vizioso, serve una visione politica pi&ugrave; ampia e lungimirante, sia a livello locale sia a livello globale: i due aspetti sono inscindibili. Nessuna persona intelligente del resto penserebbe che si salverebbero i ghiacciai riempiendo di torri eoliche i nostri territori naturali ed agricoli, poich&eacute; tale erosione nel breve o nel medio termine produrrebbe a livello locale danni ambientali, culturali ed economici tali da avviare in quei luoghi attivit&agrave; che a loro volta richiederebbero energia sempre maggiore, senza contare che la rovina degli ecosistemi locali danneggerebbe &ndash; come &egrave; ovvio &ndash; l&rsquo;ecosistema globale. E&rsquo; da questo terribile circolo vizioso che dobbiamo liberarci. Iniziamo a dubitare di ideologie pseudo-ambientaliste proposte da chi ha interessi personali e avallate da chi non pensa col proprio cervello, e chiediamo a gran voce uno SVILUPPO MASSICCIO&nbsp;MA RAZIONALE DELLE ENERGIE RINNOVABILI. 
E&rsquo; stato studiato ad esempio, che ricoprendo di pannelli fotovoltaici tutte le superfici attualmente occupate da aree industriali e produttive in Italia, il &quot;Paese del Sole&quot;, si giungerebbe all&rsquo;efficientamento energetico nazionale! Sviluppando fra l&rsquo;altro un business industriale ed economico dalle proporzioni spaventose! Perch&eacute; ci&ograve; non avviene? Perch&eacute; si continuano ad alimentare con centrali termoelettriche o nucleari gli insediamenti produttivi, quando essi dovrebbero - per la sacrosanta logica del risparmio e dell&rsquo;efficienza energetica - prodursi &nbsp;l&rsquo;energia in loco? E perch&eacute; invece di utilizzare gli edifici esistenti si costruiscono demenziali centrali fotovoltaiche a terra contribuendo cos&igrave; al consumo&nbsp;del territorio? E perch&eacute; l&rsquo;idroelettrico, che ancora alimenta gran parte delle nostre attivit&agrave; e che &egrave; cos&igrave; presente del nostro Paese, &egrave; attualmente abbandonato a se stesso e non viene rinnovato nei suoi impianti? Eppure l&rsquo;idroelettrico rappresenta un tipo di energia davvero rinnovabile e pulita, poich&eacute; &ndash; particolare su cui forse pochi hanno mai riflettuto &ndash; &egrave; l&rsquo;unica che ad un ecosistema alterato (la valle sommersa) ne sostituisce un altro (il lago artificiale), e che quindi in un certo senso riequilibra l&rsquo;impatto antropico dell&rsquo;uomo (pur mutandone logicamente le caratteristiche originarie); mentre TUTTI gli altri sistemi di produzione energetica (tradizionale e alternativa), che utilizzano fisicamente il territorio, alterano o cancellano un ecosistema (il sito dove vengono realizzati) senza sostituirlo con nulla di utile all&rsquo;ambiente. 
Veniamo&nbsp;quindi all&rsquo;eolico, che invece di essere sviluppato nella modalit&agrave; dell&rsquo;eolico industriale, con le sue centrali immense e cos&igrave; devastanti per gli ecosistemi e le realt&agrave; locali, potrebbe essere sviluppato &ndash; anch&rsquo;esso massicciamente &ndash; in una forma pi&ugrave; &ldquo;diffusa&rdquo;. Sull&rsquo;eolico insomma la sfida &egrave; fra l&rsquo;eolico industriale dei potenti e degli speculatori e l&rsquo;eolico diffuso, magari domestico: ogni palazzo, ogni villa, ogni condominio dovrebbe avere il proprio impianto di microeolico (in aggiunta o in alternativa a quello fotovoltaico), mentre l&rsquo;illuminazione (pubblica e privata) nelle zone moderne dovrebbe essere alimentata da lampioni eolici-fotovoltaici gi&agrave; in uso in Giappone e Cina. Pensiamo a quante costruzioni moderne&nbsp;esistono sul suolo italiano (ed europeo) ed immaginiamo quanta energia si produrrebbe gi&agrave; solo col microeolico! O meglio, con il connubio tra fotovoltaico ed eolico diffuso!!! Perch&eacute; tale soluzione non viene promossa dalle amministrazioni e dai governi? Forse perch&eacute; chi costruisce le centrali nucleari o le grandi centrali eoliche, non vuole che tali realt&agrave; vengano conosciute dai cittadini? Fermo restando che gli impianti di grande taglia (anche di &ldquo;minieolico&rdquo;, con torri comunque alte fino a 30 mt circa) potrebbero essere realizzati in aree non di pregio ed energivore, come ad esempio tutti gli insediamenti industriali di una certa entit&agrave; che esistono nel nostro Paese che naturalmente abbiano le sufficienti caratteristiche di ventosit&agrave;. E allora perch&eacute;&nbsp;i falsi-ambientalisti,&nbsp;invece di fornirci inquietanti liste di siti di pregio naturalistico da devastare con l&rsquo;eolico industriale (accompagnate da propagande demenziali e legate alla pi&ugrave; squallida techno-stupidity), &nbsp;non si mettono a lavorare su una mappa dei siti industriali italiani in cui tecnicamente sarebbe possibile produrre energia dal vento davvero ad impatto zero? Forse perch&eacute; gli industriali dell&rsquo;eolico industriale devono vendere (o meglio devono &ldquo;ammollare&rdquo; come si dice a Roma) a qualche amministrazione-popolazione locale disgraziata i grandi impianti che altrimenti gli resterebbero &ldquo;sul groppone&rdquo;? O perch&eacute; con lo sviluppo del micro-eolico domestico essi non potrebbero creare monopoli di produzione energetica, come stanno cercando di fare stuprando i nostri territori ancora integri? &ldquo;Non&rdquo; sar&agrave; che gli speculatori e i politicanti non vogliono che tutti noi &ndash; come singoli, come famiglie, come condomini - diveniamo piccoli produttori indipendenti? Ed inoltre, perch&eacute;&nbsp;le amministrazioni non realizzano centri di produzione energetica nei pressi degli insediamenti produttivi, come sarebbe razionale? Forse perch&eacute; i terreni agricoli costano molto meno di quelli edificabili limitrofi alle aree industriali? Forse perch&eacute; molti uffici tecnici comunali non vogliono deludere n&eacute; gli industriali alla ricerca della spesa minima n&eacute; gli immobiliaristi-costruttori alla ricerca di terreni edificabili?
Infine, quante altre energie alternative &ndash; come le biomasse ad esempio &ndash; potrebbero trovare adeguata collocazione senza ferire territori vergini? Quanta energia si potrebbe produrre grazie a questi impianti? 
Sulla base di tutto ci&ograve; non vi sembra che da una parte e dall&rsquo;altra ci stiano prendendo un po&rsquo; in giro? E che &ndash; COME SEMPRE &ndash; ognuno cerca di farsi gli affaracci suoi sulla pelle del territorio e dei suoi abitanti? Non &egrave; il caso di svegliarci? Non &egrave; il caso di iniziare a ragionare con la propria testa e di chiedere un utilizzo pi&ugrave; sano e razionale dei territori in cui viviamo? &nbsp;
Ad ogni modo ecco di seguito la lista dei possibili nuovi siti per una centrale nucleare. Buona lettura.
Luca Bellincioni

Piemonte: Provincia di Vercelli: tutta la zona intorno al Po, da Trino Vercellese fino alla zona a nord di Chivasso.
Provincia di Biella: la zona intorno alla Dora Baltea a sud di Ivrea.
Lombardia: Provincia di Pavia: la zona dell&rsquo;Oltrep&ograve; Pavese a nord di Voghera.
Provincia di Mantova: l&rsquo;intera zona a sud di Mantova in corrispondenza del Po
Provincia di Cremona:zona a sud di Cremona in corrispondenza del Po (vicino a Caorso)
Veneto: Provincia di Rovigo: la zona compresa tra l&rsquo;Adige e il Po (a sud di Legnago)
Friuli: Provincia di Udine e provincia di Pordenone: tutta la zona interna, intorno al fiume Tagliamento, da Latisana fino a Spilimbergo
Emilia Romagna : Provincia di Parma: la zona a nord di Fidenza, compresa tra il Po e il Taro
Toscana: L&rsquo;isola di Pianosa
Lazio: Provincia di Viterbo: la zona interna a sud del Tevere, nella zona di affluenza della
Nera, tra Magliano Sabina e Orte.
Calabria: Provincia di Catanzaro: la zona costiera ionica in corrispondenza di Sellia Marina, tra il fiume Simeri e il fiume Alli (Principali localit&agrave;: Belladonna, Marindi, Simeri Mare, Sellia
Marina).
Provincia di Crotone: la zona costiera ionica in corrispondenza della foce del fiume Neto, a nord di Crotone (Marina di Strongoli, Torre Melissa, Contrada Cangemi, Tronca).
Provincia di Cosenza: la zona costiera tra il fiume Nic&agrave; e la citt&agrave; di Cariati
Puglia: Provincia di Taranto: la zona costiera ionica, in corrispondenza della localit&agrave; di Manduria.
Provincia di Lecce: la zona costiera ionica a nord di Porto Cesareo e quella a sud di Gallipoli; la zona costiera adriatica a nord di Otranto e quella a sud di Brindisi (esistono su
queste ultime dei vincoli naturalistici).
Provincia di Brindisi: la zona costiera in corrispondenza di Ostuni.
Sicilia: Provincia di Ragusa: la zona costiera tra Marina di Ragusa e Torre di Mezzo.
Provincia di Caltanissetta: la zona costiera intorno a Gela.
Provincia di Agrigento: la zona costiera intorno Licata.
Provincia di Trapani: la zona costiera a sud di Mazzara del Vallo, in corrispondenza della localit&agrave; Tre Fontane.
Sardegna. Ogliastra: la zona costiera in corrispondenza del fiume Riu Mannu e della localit&agrave; di Torre di Bari.
Provincia di Nuoro, la zona costiera a sud della localit&agrave; di Santa Lucia e in corrispondenza dell&rsquo;isola Ruja.
Provincia di Cagliari: la zona costiera tra Pula e Santa Margherita di Pula.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/20949336/Contro+il+nucleare+e+per+uno+s#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Dalla Selva del Lamone, alle “città di tufo” e a Saturnia – Nella Maremma segreta]]></title>
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    <published>2009-07-09T15:38:25+02:00</published>
    <updated>2009-07-09T15:38:25+02:00</updated>
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      <name>lucabellincioni</name>
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    <![CDATA[<p>Una vacanza indimenticabile ed emozionante, fuori dal turismo di massa e senza allontanarsi troppo da casa? Fra le province di Viterbo e Grosseto &egrave; un angolo di Maremma segreto ed affascinante che unisce cultura, relax e natura. Dalla campagna alla collina, dai parchi naturali alle terme, non lontani dal lago e dal mare e fra splendidi borghi sospesi nel tempo, la Maremma interna &egrave; perfetta per un lungo soggiorno all&rsquo;insegna del totale plein air, o anche per un semplice week-end fuori porta lungo strade tranquille e solitarie. 
Si parte da Farnese, piccolo borgo a poca distanza dall'incantevole Lago di Bolsena (dove un bagno &egrave; d'obbligo) e che fu usato come set per il Pinocchio di Comencini. Nel suo territorio &egrave; situata la Riserva Naturale della Selva Lamone, a tutela di una selvaggia foresta di pianura caratterizzata da una miriade di pietre vulcaniche sparse nel sottobosco o ammassate a formare delle vere e proprie collinette (le &ldquo;murge&rdquo;) e dalla facilit&agrave; di perdere l'orientamento; inoltre, nei pressi della misteriosa Selva, sino all'Ottocento covo di briganti (fra i quali il celebre Tiburzi), giacciono immerse in un silenzio surreale le rovine seicentesche della &quot;citt&agrave; fantasma&quot; di Castro, che meritano una deviazione. L'itinerario riprende nella splendida campagna della Tuscia, oltrepassando il confine toscano e conducendoci in breve a Pitigliano, che appare all'improvviso scenograficamente allungato sul suo sperone tufaceo. Straordinario l'interesse della cittadina, sia per la ricchezza dei siti archeologici etruschi sparsi nei dintorni (da non perdere le pittoresche &ldquo;Vie Cave&rdquo;), sia per la suggestione dello stesso accogliente centro storico, con i suoi monumenti, il ghetto ebraico, le caratteristiche botteghe e i tanti locali adatti per una bella sosta enogastronomica. 
Ci si dirige verso Sorano, attraverso un paesaggio via via pi&ugrave; selvatico e romantico, fra boschi, prati e rupi rossastre. Il borgo di Sorano &egrave; uno dei pi&ugrave; belli della Maremma e la sua maggiore decadenza rispetto a Pitigliano vi aggiunge un fascino particolare: i turisti sono pochi e l'atmosfera pi&ugrave; raccolta, ma la visita del paese, dominato dall'imponente mole del Masso Leopoldino, non vi deluder&agrave;; fantastici i panorami sulle valli circostanti, mosse da canyon ed altopiani ove si alternano campi coltivati ed impenetrabili foreste di macchia mediterranea. Si riprende ora l'auto, continuando ad assaporare - sempre on the road - il fascino di questi paesaggi incontaminati e dai larghi orizzonti. Arriviamo quindi al minuscolo villaggio di Sovana, vero gioiello medievale, ove la modernit&agrave; con i suoi quotidiani orrori non &egrave; mai entrata: la visita potrebbe sembrare breve, ma in uno spazio cos&igrave; modesto scopriamo una tale sorprendente concentrazione di edifici d'interesse artistico ed architettonico che invita ad assaporare con calma questo delizioso paesino.
Lasciamo a malincuore Sovana (che assieme a Pitigliano e Sorano forma il Parco Archeologico delle citt&agrave; del tufo) e proseguiamo alla volta di Saturnia, risalendo la magnifica Valle del Fiora, una delle pi&ugrave; belle ed intatte d&rsquo;Italia. Fra curve estenuanti ma panoramicissime, l&rsquo;attesa sar&agrave; ripagata dal raggiungimento della meta finale del nostro itinerario: le Terme di Saturnia. Il complesso prende il nome dal vicino centro medievale arroccato su un colle, e si suddivide in una struttura privata a pagamento e in una zona d&rsquo;accesso gratuito, formata da piscine e cascate naturali che sgorgano ai piedi di un antico mulino abbandonato. Lo spettacolo &egrave; eccezionale ed il bagno davvero rigenerante: epilogo perfetto per questo piccolo viaggio alla scoperta di una porzione cos&igrave; meravigliosa del nostro Paese. 
&nbsp;
Come arrivare: 
Seguire la Via Cassia (SS2) e poi le varie indicazioni per le diverse localit&agrave;; oppure seguire la Via Aurelia (SS1) e uscire a Montalto di Castro, seguendo poi le indicazioni per Canino e infine per Farnese, dove inizia l&rsquo;itinerario. Per chi proviene da Nord &egrave; invece possibile uscire prima per Saturnia e poi effettuare il percorso al contrario fino a Farnese.
&nbsp;
Links:
<a href="http://www.parcodeglietruschi.it/">www.parcodeglietruschi.it</a>
<a href="http://www.saturniaonline.it/">www.saturniaonline.it</a>
<a href="http://www.parchilazio.it/">www.parchilazio.it</a></p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/20927490/Dalla+Selva+del+Lamone%2C+alle+#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Deficit di tutela e deficit di sviluppo nella Tuscia]]></title>
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    <published>2009-07-02T13:09:43+02:00</published>
    <updated>2009-07-02T13:09:43+02:00</updated>
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      <name>lucabellincioni</name>
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    <![CDATA[<p>Gli inquietanti e demenziali progetti di &quot;eolico selvaggio&quot; che interessano attualmente la Tuscia dovrebbero far riflettere su una questione di fondamentale importanza circa lo sviluppo delle aree rurali in genere e del Viterbese in particolare. La mancanza di una tutela vasta e pianificata&nbsp; porta ciclicamente su questo territorio pregiatissimo - e su altri territori dalle caratteristiche simili e allo stesso modo non adeguatamente tutelati - proposte di progetti impattanti e devastanti. Dall'eolico alle grandi centrali biomasse, dalla riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia alle nuove autostrade e superstrade, dalla ricerca della grande discarica post-Malagrotta nella magnifica campagna fra Tarquinia e Allumiere all'aeroporto di Viterbo, dalla riconversione al nucleare di Montalto alla paventata costruzione di una nuova (la terza nel Lazio!) centrale nucleare nei pressi di Orte, dalle nuove aree industriali sparse qua e l&agrave; alle lottizzazioni (a ville e villette) che molti Comuni sono pronti a consentire. Ora, appare chiaro anche ad un imbecille che se davvero tutti questi progetti venissero davvero realizzati la Tuscia - l'antica terra degli Etruschi - praticamente scomparirebbe dalla faccia della Terra e si potrebbe tranquillamente parlare di disastro ambientale. Appare dunque ancor pi&ugrave; chiaro che probabilmente sar&agrave; impossibile realizzarli tutti, ma comunque ognuno fra questi progetti rimane di per s&eacute; ancora in ballo, o in alcuni casi (ad esempio l'eolico, il carbone e l'inutile e folle superstrada Civitavecchia-Viterbo) risulta addirittura in fase avanzata. 
Ad ogni modo, il complesso di questi progetti - che disegnano un quadro quasi apocalittico per il futuro della Tuscia - pesa come una spada di Damocle sul territorio del Viterbese e dei suoi diretti dintorni e occorre aggiungere che questa realt&agrave; angosciosa non &egrave; cosa degli ultimi tempi ma ha ormai una vera e propria tradizione alle spalle. Infatti sono decenni che la Tuscia &egrave; interessata da scellerati progetti impattanti, segno di una servit&ugrave; ad interessi superiori che &egrave; stata attenuata soltanto da una felice circostanza: vale a dire la vitalit&agrave; che nella Provincia ancora conserva l'agricoltura, la quale qui pi&ugrave; che altrove si &egrave; dimostrata un vero e proprio baluardo dell'ambiente. Tuttavia, la ciclica riproposizione di progetti devastanti ha fatto s&igrave; che nel territorio della Tuscia si vivesse e si continui a vivere in una situazione di eterna precariet&agrave;. Questa precariet&agrave;, dal canto suo, limita da sempre lo sviluppo economico del territorio provinciale, e soprattutto il comparto turistico. Infatti l'insicurezza diffusa sul destino di queste terre non ha mai permesso l'avvio di investimenti massicci sul territorio ad esempio nel turismo di qualit&agrave; (enogastronomico, agrituristico, culturale, ambientale, ecc.), che invece gi&agrave; fa da molti anni la fortuna di zone limitrofe della Toscana e dell'Umbria. 
Eppure la Tuscia vanta un patrimonio ambientale, paesaggistico, storico e culturale fra i pi&ugrave; straordinari d'Europa, con la presenza di ambiti paesaggistici diversissimi (pianure, colline, foreste, laghi, canyon, calanchi, spiagge e cordoni di dune, fiumi) e spesso assolutamente integri ove si inseriscono mirabilmente i segni di un'intensa antropizzazione antica. Molti imprenditori (anche provenienti dall'estero) sarebbero disposti ad investire grosse somme nella Tuscia ed alcuni lo hanno gi&agrave; fatto, nonostante i succitati problemi. Ma la stragrande&nbsp; maggioranza degli addetti al settore turistico stentano a fare investimenti a lungo termine nella Tuscia, poich&eacute; le amministrazioni locali - e quelle della Provincia e della Regione -, non danno alcuna garanzia sulla salvaguardia delle risorse sulle quali dovrebbe proprio basarsi l'avvio di un'attivit&agrave; connessa con il turismo e le peculiarit&agrave; dei luoghi. Per parlare chiaro: chi investirebbe oggi, con tutti questi assurdi e devastanti progetti in ballo, centinaia di migliaia (o milioni) di euro per avviare una moderna azienda agrituristica che possa offrire lo standard che oggi viene offerto nelle aree pi&ugrave; sviluppate d'Italia in fatto di turismo di qualit&agrave;? Chi investirebbe tutto il lavoro di una vita o - pi&ugrave; prosaicamente - ingenti risorse per realizzare un business in un territorio che potrebbe essere, un giorno o l'altro, deturpato e depregiato? Chi, pi&ugrave; semplicemente, si sobbarcherebbe oggi mutui e spese enormi ad esempio per ristrutturare una casa colonica e avviarci un'attivit&agrave;, col rischio di vedersi spuntare di fronte alla propria azienda una centrale eolica o una superstrada? O ancora, chi investirebbe nella riconversione al biologico della propria azienda agricola per vedersela poi danneggiata dal cemento delle infrastrutture o dai fumi tossici del carbone o dalle scorie nucleari? Ma - a ben vedere - tutte queste attivit&agrave; connesse con l'agricoltura ed il turismo sono proprio quelle - le uniche - funzionali ad un sano e sostenibile sviluppo del territorio, che favorisca la sua tutela, la sua salvaguardia, la sua promozione in ambito nazionale ed internazionale. E molti esempi virtuosi in Italia lo confermano. 
Dobbiamo insomma concludere che la Tuscia &egrave; sinora stata governata come una regione da Terzo Mondo. Un'area di pregio eccezionale sfruttata sino all'osso dalla speculazione energetica, qui cos&igrave; potente, e pi&ugrave; recentemente anche da quella edilizia. Mentre il suo patrimonio turistico rimane tuttora scandalosamente e penosamente sottovalutato e sotto-sfruttato, per colpa di amministratori locali incompetenti, rozzi, arroganti ed autoreferenziali. Ora l'eolico costituisce soltanto l'ennesimo assalto a questo meraviglioso patrimonio, che oltre ad essere turistico, &egrave; innanzi tutto ambientale, culturale ed umano. Auspichiamo che la Provincia di Viterbo si svegli prima che sia troppo tardi, riconosca le pecche di una gestione fin qui fallimentare delle risorse del territorio, si rimbocchi le maniche ed inizi davvero a &quot;modernizzare&quot; la Tuscia, che oggi significa far fruttare le sue peculiarit&agrave; e non cancellarle. 
Vanno per prima cosa istituite nuove aree protette che non siano i soliti fazzoletti di terra, bens&igrave; parchi vasti che diano garanzie a chi ci vive e che attirino investimenti di qualit&agrave;, permettendo il rilancio all'unisono del settore agricolo e di quello turistico. Rammentiamo a tal proposito i nostri progetti per un Parco Nazionale dell'Etruria (a tutela della Tolfa e dell'area maremmana) e per un Parco Regionale della Teverina Viterbese, nonch&eacute; il progetto avanzato tempo fa dalla Provincia stessa della candidatura a Patrimonio Unesco del Lago di Bolsena e della Valle dei Calanchi.: un'iniziativa, quest'ultima, di grande valore strategico ma che appare oggi abbandonata ed anzi a serio rischio a causa dei vari progetti di centrali eoliche nell'area volsina, in particolare di quello di Piansano in via di realizzazione nel silenzio (o nell'assenso?) delle autorit&agrave; provinciali e regionali.
Non c'&egrave; pi&ugrave; tempo da perdere ed occorre - ripeto - ricominciare a parlare di aree protette. Lo stesso allargamento del Parco della Valle del Treja si mostra urgentissimo al fine di bloccare i progetti d'eolico selvaggio di quasi tutti i Comuni del comprensorio, mentre l'ampliamento della Riserva del Lago di Vico (anche verso le aree agricole limitrofe non ancora comprese) costituisce un'altra priorit&agrave; stando alla feroce speculazione edilizia palesatasi nei suoi dintorni negli ultimi anni. 
Sapranno la Provincia, la Regione e qualche Comune lungimirante rendersi conto della situazione, e fare qualcosa per dare un indirizzo nuovo al futuro della Tuscia? Prima che sia troppo tardi? </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/20879798/Deficit+di+tutela+e+deficit+di#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Lettera Aperta a Paolo d'Arpini del Circolo Vegetariano di Calcata - Come gettare "al vento" il territorio]]></title>
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    <published>2009-06-23T17:18:47+02:00</published>
    <updated>2009-06-23T17:18:47+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>
Contro l'eolico in ambiti rurali e naturali: dovunque, senza se e senza ma!
Ciao caro Paolo se dovessimo cercare un Comune che non abbia ancora fatto uno studio di fattibilit&agrave; o una conferenza su un progetto di una centrale eolica, stenteremmo a trovarlo... Persino il Comune di Tuscania l'anno scorso in pompa magna annunci&ograve; l'avvio di un progetto per la creazione di un Parco eolico nel suo territorio. E stiamo parlando di Tuscania, circondata da vincoli e vincoli di ogni tipo. Certo &egrave; che se un'amministrazione volesse davvero fare una centrale eolica lo farebbe in barba ai vincoli corrompendo qui e l&agrave; i vari uffici tecnici. Lo hanno fatto e continuano a farlo in Sicilia, Campania e Puglia, dove sono stati devastati paesaggi magnifici nell'indifferenza comune. Fortunatamente - in questo caso - nel Lazio ci abitano molte persone, e molte di esse si dedicano all'ambientalismo, quello vero per&ograve;, quello di chi si sporca le gambe e le mani nei sentieri, assaporando la bellezza della natura e non l'ambientalismo falso di chi parla d'ambiente da dietro un pc o davanti alla televisione, senza essere nemmeno mai stato su un sentiero [...]. Ebbene l'eolico - nei modi in cui si sta sviluppando - &egrave; uno schiaffo alla ragione: ti prego davvero di leggere i miei articoli sul mio blog in merito (ho dedicato gli ultimi due anni della mia vita a questo problema) e capirai i tanti motivi per dire no a &quot;questo&quot; eolico. Da &quot;consulente per il risparmio energetico e le energie rinnovabili&quot; riconosciuto dalla Regione Lazio quale sono, mi permetto di dire la mia su questa spinosa questione. Gli assunti da cui parto per dire no all'&quot;eolico selvaggio&quot; sono vari, ma cerco di riassumerteli al volo: 1- Non si pu&ograve; aiutare l'ambiente devastandolo; 2- Attualmente solo l'agricoltura e il turismo possono permettere uno sviluppo locale sostenibile ed entrambi sono danneggiati dall'eolico; 3- Oggi il problema pi&ugrave; grave del mondo - e quello che sta alla base del maggiore consumo energetico e quindi dei cambiamenti climatici - non &egrave; altro che il consumo di territorio: e l'eolico produce proprio consumo del territorio.
Eppure l'eolico &egrave; in s&eacute; un'energia molto utile se usata con la logica. Innanzitutto esistono altre forme di tecnologia eolica meno impattanti (minieolico e microeolico) di cui non si parla mai perch&eacute; le grandi aziende che producono le grandi pale debbono venderle. In secondo luogo l'eolico non dovrebbe mai essere promosso in aree &quot;sperdute&quot; come spesso i sindaci propongono, perch&eacute; proprio quelle &quot;aree sperdute&quot; sono le porzioni di territorio di maggiore pregio!!! Le torri eoliche dovrebbero invece essere installate - come gi&agrave; si inizia a pensare da pi&ugrave; parti - in siti gi&agrave; altamente alterati dal punto di vista ambientale e paesaggistico, ad esempio a ridosso degli insediamenti produttivi, i quali fra l'altro sono proprio i maggiori &quot;energivori&quot;, e restando il fatto che l'energia deve essere prodotta il pi&ugrave; vicino possibile a dove viene consumata. Tempo fa proposi in svariati articoli la realizzazione di una &quot;mappa nazionale dei siti industriali ventosi&quot;. Tale soluzione permetterebbe lo sviluppo sostenibile dell'energia eolica, limitando al minimo l'impatto paesaggistico, contando per&ograve; anche che pure nelle aree industriali dovrebbero comunque essere evitate le torri alte 100 metri! Le quali oggi vengono proposte qui e l&agrave; perch&eacute; - ripeto - le fabbriche le hanno gi&agrave; costruite e non sanno pi&ugrave; a chi venderle e cercano qualche amministrazione traffichina e qualche popolazione rincoglionita per appioppargli questi impianti che quasi pi&ugrave; nessuno vuole... E non a caso nelle aree italiane in cui il paesaggio &quot;si vende&quot; e dove si vive di turismo, tipo l'arco alpino, tutte le regioni hanno varato una moratoria sull'eolico... Chiss&agrave; perch&eacute;... Tuttavia, rispetto all'eolico, di queste soluzioni alternative non si parla mai e non ce la faccio pi&ugrave; a ripetere le stesse cose perch&eacute; si tratta di cose eclatanti ed evidenti, e se la gente non ci arriva perch&eacute; &egrave; idiota non ci posso fare niente. Non se ne parla perch&eacute; da un lato gli industriali italiani non vogliono le pale affianco ai loro &quot;bei&quot; capannoni, dall'altro perch&eacute; i terreni agricoli costano molto meno... e poi l'opinione pubblica &egrave; bombardata da pubblicit&agrave; deficienti che ti propongono delle belle campagne punteggiate di torri eoliche, quasi fossero un elemento naturale: un'immagine posta l&igrave; ad arte per iniziare a farci fare confidenza con queste assurde mostruosit&agrave;, simbolo del Dio-Tecnologia cui tutto si deve - pare - sottomettere. Per cui, anche culturalmente, il valore di un paesaggio integro sta decadendo del tutto e si rischia che le popolazioni locali diventino sempre pi&ugrave; favorevoli alla devastazione del proprio stesso territorio (che magari non conoscono pi&ugrave; e di cui non gli frega pi&ugrave; niente).
E tornando all'Agro Falisco, chi conosce la morfologia della zona (anzi mi chiedo: ma chi la conosce davvero?) e le caratteristiche di questo paesaggio converr&agrave; sul fatto che ovunque le pale venissero installate provocherebbero un impatto devastante&nbsp;in quanto&nbsp;sarebbero visibili da decine e decine di chilometri (le pale alte cento metri sono visibili spesso anche da 100 km in territori pianeggianti). Infatti l'Agro Falisco &egrave; formato da un susseguirsi di altopiani dolcemente ondulati interrotti da profondi valloni (le &quot;forre&quot;): ebbene le pale verrebbero installate su uno di questi altopiani, ma appare chiaro a tutti come non ci siano barriere naturali a &quot;chiudere&quot; alla vista uno qualsiasi di essi, per cui la centrale eolica sarebbe visibile da ogni punto dell'Agro Falisco; pensiamo ai danni che provocherebbe la centrale al paesaggio stupendo (e vincolato) che si gode sulla Via Flaminia da Rignano a Civita Castellana, ove lo sguardo oggi pu&ograve; spaziare in ogni lato a perdita d'occhio sulle magnifiche e dolcissime ondulazioni falische; oppure al danno al paesaggio eccezionale che &egrave; spesso visibile nelle aree archeologiche dell'Agro Falisco, ove fra castelli in rovina e costruzioni pre-romane i ruderi appaiono in splendida armonia con il paesaggio agricolo e naturale, fatto di quei vasti orizzonti che proprio l'eolico finisce col distruggere. Pensiamo poi a quelle giornate bellissime d'inverno con la nebbiolina che copre tutto l'agro da cui spunta solo qualche vecchia quercia e la mole solenne del Soratte... Pensiamo agli stessi panorami dal Soratte verso l'Agro Falisco, con e le sue immense distese di grano e di pascoli... Tutto ci&ograve; che oggi contraddistingue l'Agro Falisco, e che lo rende riconoscibile sia a chi ci abita sia ai turisti, scomparirebbe completamente, accecato dalla visione di mostri roteanti alti 100 metri, con buona pace del turismo culturale che si stava sviluppando e che praticamente crollerebbe, e con buona pace quindi di tutte le aziende agrituristiche e b&amp;b che avevano investito centinaia di migliaia di euro in questo territorio e che non avrebbero pi&ugrave; da &quot;vendere&quot; il vecchio paesaggio romantico del Soratte ma una misera accozzaglia di pale eoliche. E in una zona cos&igrave; vicina a Roma, se decadesse definitivamente il turismo - e l'agricoltura stessa, che oggi ha bisogno di un'immagine vincente del proprio territorio per imporsi sui mercati... - lo sapete quale sarebbe il suo destino? Il cemento. Sarebbe la morte dell'Agro Falisco, che dalla prospettiva di un Parco Regionale (o Nazionale) che proteggesse uno dei paesaggi pi&ugrave; romantici del mondo, decantato da artisti, letterati e viaggiatori, diventerebbe un triste deserto di pale eoliche, elettrodotti (quelli nuovi che - accanto a quelli gi&agrave; esistenti - verrebbero costruiti assieme ad una centrale eolica), villette e capannoni. Perch&eacute; questo sarebbe il suo destino, non prendiamoci in giro. E chi dice il contrario se ne prenda le responsabilit&agrave; verso le generazioni future cui - mi sembra - in troppi vogliano togliere il diritto sacrosanto di godere di un territorio integro, come abbiamo potuto fare noi.
Sicch&eacute; mi pare necessario concludere che ci &egrave; a favore dell'eolico in ambiti rurali o naturali, e nella fattispecie nell'Agro Falisco, non vuole bene al territorio ma concorre alla sua distruzione. Si smascherino gli interessi occulti che sono dietro a queste operazioni e si avvii un nuovo modello di sviluppo per le aree a vocazione agricola a turistica, come la Valle del Treja. Un modello per&ograve; basato sulla Ragione, non sull'ignoranza o sulla speculazione.
Spero che questa mia mail ti sia d'ausilio per approfondire la questione. Non dobbiamo fare concessioni a chi parla di eolico in ambiti pregiati tipo l'Agro Falisco: chi vuole devastare il territorio &egrave; un nemico da combattere con tutti i mezzi a disposizione.
</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/20820147/Lettera+Aperta+a+Paolo+d%27Arpin#comment" >Commenti (6)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Idee per un Parco Agricolo e Culturale della Sabina]]></title>
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    <published>2009-06-18T16:58:12+02:00</published>
    <updated>2009-06-18T16:58:12+02:00</updated>
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      <name>lucabellincioni</name>
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    <![CDATA[<p>Introduzione: finalit&agrave; e caratteristiche generali
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; La Sabina ha conservato un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i pi&ugrave; suggestivi e caratteristici del Centro Italia: il verde intenso dei boschi che avvolgono i monti dalle sagome arrotondate, i piccoli vigneti, i colori cangianti dei pascoli e dei campi coltivati, i vasti e magnifici uliveti che rivestono i poggi, gli innumerevoli borghi arroccati formano insieme un importante esempio di &quot;paesaggio medievale&quot;, di notevole valore estetico e tutt'oggi miracolosamente salvo da pesanti fenomeni di deterioramento di tipo para-metropolitano, nonostante la vicinanza con Roma. Straordinaria inoltre la produzione agricola locale, che d&agrave; vista ad un olio extravergine d&rsquo;oliva fra i pi&ugrave; pregiati al mondo, conosciuto sin dall&rsquo;epoca romana ed insignito &ndash; primo fra tutti gli oli italiani &ndash; del marchio DOP (denominazione d&rsquo;origine protetta). Tale produzione (che comprende differenti qualit&agrave; come la Raja, la Carboncella, il Frantoio, il Leccino, il Pendolino) &egrave; favorita da particolari condizioni geologiche e climatiche, le stesse che permettono altre notevoli coltivazioni locali, come ad esempio i frutteti, che potrebbero nel tempo ottenere simili riconoscimenti. 
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; L&rsquo;immenso patrimonio agricolo, paesaggistico e culturale della Sabina, tuttavia, non gode attualmente n&eacute; di un&rsquo;adeguata tutela n&eacute; &ndash; tanto meno &ndash; di un&rsquo;adeguata politica di valorizzazione e promozione sul mercato agroalimentare e turistico nazionale ed internazionale. Le amministrazioni locali hanno finora agito al di fuori di un progetto condiviso e complessivo, proponendo ognuna soluzioni di sviluppo diverse ed episodiche, nel complesso ancora lontane dagli standard qualitativi offerti dalle aree pi&ugrave; sviluppate in Italia in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico.
Tali lacune hanno indotto l&rsquo;Autore a concepire l&rsquo;idea di un Parco Agricolo e Culturale della Sabina, finalizzato alla salvaguardia e allo sviluppo della societ&agrave; rurale sabina. Il Parco doterebbe i Comuni di una pianificazione dello sviluppo economico e urbanistico, evitando cos&igrave; ogni ulteriore consumo di terreni agricoli e ponendo le basi per un utilizzo pi&ugrave; equilibrato e razionale del territorio.
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Va ribadito infatti come la mancanza di tutela nella Sabina sia oggi un grave freno ad uno sviluppo turistico di un certo rilievo, e recenti progetti ad altissimo impatto ambientale, come il Polo Logistico di Passo Corese, rischiano di stravolgere la vocazione naturale di questo territorio, che &egrave; evidentemente agricola e turistica. 
&nbsp;&nbsp;&nbsp; Una seria politica di tutela attira investimenti di qualit&agrave; nel territorio ed &egrave; presupposto essenziale per la sua valorizzazione e quindi per la sua promozione. Sul trinomio tutela-valorizzazione-promozione, infatti, si gioca il futuro della Sabina, ed un progetto come il Parco Agricolo e Culturale della Sabina pu&ograve; esserne la sintesi pi&ugrave; efficace. 
&nbsp;&nbsp; Un parco vastissimo, che comprenderebbe tutte le aree rurali della Sabina Laziale (Sabina Tiberina, Farfense, Lucretile, Turanense e Reatina) e di quella Umbra (i territori cio&egrave; di Stroncone, Otricoli, Calvi e in parte di Narni), per dar vita a un grandioso progetto di valorizzazione e promozione dell&rsquo;intera sub-regione sabina e delle sue straordinarie peculiarit&agrave; paesaggistiche e per sviluppare un turismo culturale, ambientale ed enogastronomico ai livelli delle pi&ugrave; rinomate zone turistiche dell&rsquo;Umbria, della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte&nbsp;e di altre realt&agrave;. L&rsquo;enorme diffusione di agriturismi negli ultimi tempi rappresenta fra l&rsquo;altro un segnale di fondamentale importanza per la Sabina, che pian piano sta iniziando a proporsi come una nuova meta del turismo enogastronomico e culturale, grazie anche all&rsquo;eccezionale posizione strategica e alla comodit&agrave; dei collegamenti viari. Un &ldquo;paradiso rurale&rdquo; a due passi dalla Citt&agrave; Eterna, quindi, dove il paesaggio &egrave; sempre verde, dove i tramonti sono irripetibili e la primavera incomparabile, dove l&rsquo;atmosfera paesana &egrave; rimasta quella di sessant&rsquo;anni fa.
&nbsp;&nbsp; Un parco tuttavia differente dalle tradizionali aree protette nazionali e regionali con i loro stretti (e spesso discutibili) vincoli che rischiano di rendere impopolari le scelte volte alla salvaguardia del territorio e che comunque risultano inadatti ad un&rsquo;area prettamente rurale come quella del Parco da noi proposto. Il Parco Agricolo e Culturale non prevede infatti alcuna limitazione delle attivit&agrave; tradizionali, fra cui la caccia e la pesca, che potranno continuare a svolgersi nei limiti gi&agrave; previsti dalla Legge. Anzi, come suggerisce l&rsquo;aggettivo &ldquo;agricolo&rdquo;, una delle finalit&agrave; principali del Parco sar&agrave; proprio quella di difendere le attivit&agrave; tradizionali, agro-silvo-pastorali e venatorie, che d&rsquo;altro canto dalla migliore salvaguardia del territorio nei confronti della speculazione e dell&rsquo;abusivismo edilizi non potranno che trarre giovamento. 
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Concludendo, confidiamo nell&rsquo;interessamento al progetto del Parco da parte di tutte le associazioni ambientaliste e culturali della zona nonch&eacute; delle amministrazioni locali, nella consapevolezza della necessit&agrave; di iniziare a proporre qualcosa di innovativo e costruttivo sul territorio sabino. Di seguito forniamo pertanto un&rsquo;analisi della variegata realt&agrave; sabina rispetto alle sue potenzialit&agrave; turistiche e agli interventi auspicabili nel contesto del Parco Agricolo e Culturale.
&nbsp;

&nbsp;
1. Zonizzazione del territorio del Parco
&nbsp;
Il Parco Agricolo e Culturale della Sabina dovr&agrave; comprendere le aree agricole di pregio paesaggistico e ambientale dell'intera sub-regione sabina. Un &quot;parco diffuso&quot; quindi, di carattere diverso da quello dei normali parchi naturali, e pi&ugrave; legato alla tutela, valorizzazione e promozione delle specificit&agrave; culturali del territorio pi&ugrave; che di quelle strettamente naturalistiche; senza nulla togliere ovviamente alla possibilit&agrave; di realizzazione un Parco Regionale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Tancia e Pizzuto. Le aree interessate dal Parco sono le seguenti:
&nbsp;
1-La Sabina Tiberina (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Catino, Gavignano, Magliano Sabina, Collevecchio, Roccantica, Casperia, Otricoli, Calvi dell'Umbria, ecc.)
2-La Sabina Farfense (Comuni: Poggio Mirteto, Poggio Nativo, Fara Sabina, Montepoli in Sabina, Toffia, Mompeo, Salisano, Castelnuovo di Farfa, ecc.)
3-La Sabina Reatina (Comuni: Contigliano, Greccio, ecc.)
4-La Sabina Turanense (Comuni: Collalto Sabino, Castel di Tora, Colle di Tora, Paganico, Ascrea, Rocca Sinibalda, ecc.)
5-La Sabina Lucretile e Romana (Comuni: Nerola, Scandriglia, Palombara Sabina, Orvinio, Moricone, Percile, Licenza, ecc.)
6-La Sabina interna (Comuni: Belmonte Sabino, Monteleone Sabino, Montenero Sabino, Torricella in Sabina, Poggio San Lorenzo, Casaprota, ecc.)
&nbsp;
Le sei aree individuate corrispondono ad altrettanti ambiti omogei dal punto di vista geografico, paesaggistico e culturale. Spicca la presenza di tre Comuni amministrativamente umbri, quali cio&egrave; Calvi, Stroncone ed Otricoli, che d&agrave; al Parco una dimensione interregionale e ha lo scopo di riunire sotto un progetto unitario anche il pregiato territorio della &quot;Sabina Umbra&quot;, divisa oggi dal resto della Sabina soltanto da un confine immaginario ma ad essa in realt&agrave; strettamente legata per motivi geografici (i Monti Sabini e la Valle del Tevere) e turistici (con gli itinerari legati alla Via Flaminia e alla SP 313). Ai tre Comuni citati potrebbe inoltre essere aggiunta parte del territorio comunale di Narni, che - com'&egrave; noto - comprende alcune frazioni storicamente &quot;sabine&quot;. 
&nbsp;
&nbsp;

2. Analisi degli ambiti paesaggistici
&nbsp;
Essendo il territorio sabino assai vasto e variegato sotto il profilo delle morfologie, delle colture agrarie, degli insediamenti e della storia urbanistica, occorre studiare le diverse situazioni locali per comprendere gli interventi specifici da avviare tramite il Parco Agricolo e Culturale. Qui di seguito, pertanto, offriamo una breve pamoramica sulle diverse realt&agrave; della Sabina, con una particolare attenzione alle condizioni del paesaggio e allo stato di sviluppo turistico.
&nbsp;
2a- La Sabina Tiberina:
&nbsp;&nbsp; La Sabina Tiberina &egrave; una delle aree pi&ugrave; caratteristiche del paesaggio agrario sabino, e forse la pi&ugrave; rappresentativa. Nonostante una recente tendenza all'insediamento sparso, in alcuni punti gi&agrave; notevole (e caratterizzato non solo da case sparse ma dalla formazione di veri e propri villaggi &quot;di strada&quot; e &quot;di cresta&quot;), qui &egrave; ancora ravvisabile il paesaggio agrario &quot;medievale&quot; che si distingue per l'alternarsi di colture arboree e seminative e del pascolo incolto, dando forma a quel paesaggio &quot;a mosaico&quot;, apprezzabile soprattutto da lontano o dall'alto (il Monte Pizzuto costituisce un punto di vista preferenziale), che avvicina questa porzion della Sabina al classico paesaggio agreste del Centro Italia, in particolare a quello umbro, di cui costituisce del resto una sorta di prolungamento meridionale. A ci&ograve; si aggiungono i numerosi centri storici (per lo pi&ugrave; di piccole dimensioni), che - fatta qualche eccezione, in primis Poggio Mirteto - appaiono quasi sempre perfettamente integrati nel paesaggio agreste, donando scorci magnifici e sorprendenti (Torri in Sabina, Rocchette, Roccantica, Casperia, Catino, Fianello, Montasola, Cottanello, Stimigliano, Poggio Sommavilla, Vacone, ecc.). Quasi assenti inoltre gli insediamenti produttivi (per lo pi&ugrave; piccoli scali vallivi di natura artigianale, come quelli di Poggio Mirteto, Magliano Sabina, Gavignano Sabino, ecc.), secondo una peculiarit&agrave; propria della Sabina, che oggi si presenza - per sua fortuna - come un'area praticamente deindustrializzata. 
&nbsp;&nbsp; La mancata industrializzazione del territorio - che &egrave; d'altro canto naturalmente una causa dell'impoverimento e dello spopolamento di queste plaghe - non &egrave; stata mai colta come una risorsa dalle amministrazioni locali, che quasi mai dal Dopoguerra ad oggi hanno avviato progetti di valorizzazione del paesaggio agrario, lasciando anzi aggredire da un'anarchia edilizia nelle forme e nelle ubicazioni delle nuove costruzioni, rurali e non. Il risultato &egrave; un'eccessiva variet&agrave; delle costruzioni nel paesaggio agreste, che spesso tende a banalizzarlo. Tuttavia tale promiscuit&agrave; edilizia tende a diminuire con l'allontanarsi da Roma, in particolare da Casperia in poi, assieme allo stesso insediamento sparso, che comunque - occorre sottolinearlo - si concentra soprattutto nella fascia pedemontana lungo la 313 o nelle sue vicinanze, lasciando invece integre le innumerevoli splendide vallette che dalle quote pi&ugrave; alte della fascia collinare si susseguono fino al solco del Tevere. Tale ubicazione lascia pensare come l'urbanistica sabina dal Dopoguerra ad oggi abbia cercato di coniugare la duplice esigenza di mantenere l'agricoltura nei terreni pi&ugrave; fertili (quelli vallivi) e di fornire nuove abitazioni (nei pressi delle strade) agli abitanti che facevano da pendolari per Roma. Quel che &egrave; per&ograve; mancato &egrave; stato un insieme di direttive su come costruire i nuovi edifici in ambito rurale, sebbene i danni apportati al paesaggio siano ancora tutto sommato rimediabili ed anzi oggi si assista ad una spontanea tendenza ad un&rsquo;edilizia di maggiore qualit&agrave;.
&nbsp;&nbsp; Ad ogni modo, dopo decenni di spopolamento ed abbandono, la Sabina Tiberina negli ultimi tempi ha subito una sorta di piccola rinascita turistica: accanto ai sempre pi&ugrave; numerosi visitatori, molte persone lungimiranti, provenienti da altre parti d'Italia e spesso anche dall'estero, hanno iniziato ad investire in quest'area della Provincia di Rieti, sia per i prezzi ancora relativamente bassi degli immobili sia per la consapevolezza del potenziale straordinario di una zona ancora genuina, fuori dal turismo di massa e a meno di un'ora da Roma; in una delle zone pi&ugrave; belle del comprensorio, quella fra Casperia, Torri in Sabina e Roccantica, ormai si parla di addirittura &quot;Sabinashire&quot;, riportando alla mente lo sviluppo che - ormai molti decenni addietro - ebbe il Chianti, in Toscana, divenuto una meta classica del turismo culturale a livello internazionale e soprattutto di matrice inglese. 
&nbsp;&nbsp; La Sabina Tiberina, dunque, oggi si trova in una situazione molto particolare e contrastante: da un lato un rinnovato interesse ed un enorme, evidente potenziale di sviluppo turistico, dall'altro le solite spinte al degrado urbanistico derivanti dalla vicinanza con Roma e dalla richiesta (esogena ed endogena) di prime case ben collegate o di singole ville di campagna. Un'immediata riposta di tutela come il Parco Agricolo e Culturale potrebbe invece sviluppare l'interesse turistico per la Sabina Tiberina, incanalando la vicinanza di Roma in una direzione giusta e costruttiva (trasformandola cio&egrave; da problema a risorsa) e allo stesso tempo tutelando il territorio e ponendo i presupposti per la creazione - in pochi anni - di uno dei distretti del turismo culturale ambientale ed enogastronomico pi&ugrave; importanti del Centro Italia. Notevole, del resto, &egrave; gi&agrave; l'offerta in fatto di agriturismi, b&amp;b e case-vacanza, che in questa zona raggiungono livelli di qualit&agrave; molto alti rispetto al resto della Sabina, avvicinandosi spesso al livello delle medesime strutture turistiche rurali umbre e toscane.
&nbsp;
2b- La Sabina Farfense:
&nbsp;&nbsp; Imperniata sul corso del Fiume Farfa, la Sabina Farfense ospita la celebre ed antichissima Abbazia di Farfa, custode della cultura occidentale nei secoli difficili dell'Alto Medioevo. Tale presenza costituisce gi&agrave; di per s&eacute; un richiamo di un certo spessore e ha contribuito a sviluppare turisticamente - seppure in maniera modesta - alcuni centri abitati limitrofi (Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina, Toffia, Montopoli in Sabina, Bocchignano, ecc.), che spiccano fra l'altro per un'apprezzabile (e nel caso di Bocchignano eccezionale) integrit&agrave; urbanistica. Il paesaggio agrario poi si mostra fra i pi&ugrave; caratteristici della Sabina: simile a quello della contigua Sabina Tiberina, se ne distingue per&ograve; per la maggiore presenza di frutteti, che oltre a variare notevolmente il paesaggio, lo rendono magnifico nel periodo delle fioriture (aprile). L'avvenuta realizzazione di una rete di sentieri nella Valle del Farfa, con tanto di segnaletica e cartellonistica didattica, permette al visitatore - pur parzialmente - di apprezzare la bellezza del corso del Farfa. Da sottolineare inoltre un discreto patrimonio di edilizia rurale storica (che comprende alcuni mulini in rovina), che andrebbe salvaguardato e valorizzato meglio. Un'altra presenza importante &egrave; il cosiddetto Ulivone di Canneto, albero millenario che da solo costituirebbe un'attrattiva turistica di straordinario valore, ma tuttora scarsamente valorizzata. Splendido e ancora poco valorizzato &egrave; infine il borgo di Frasso Sabino, in cui fra l'altro sono in corso dei lavori per un parcheggio che si auspica non sconvolga l'estetica delicatissima del luogo. 
&nbsp;&nbsp; Il pregio storico e paesaggistico della zona non ha mai indotto le amministrazioni locali ad un'attenta tutela del territorio. Notiamo subito infatti un acuirsi di quell'insediamento sparso che gi&agrave; caratterizza parzialmente la Sabina Tiberina. L'urbanizzazione praticamente aumenta in maniera proporzionale all'avvicinarsi a Roma, raggiungendo un risultato notevole lungo la SS313 da Poggio Mirteto a Passo Corese, da Frasso Sabino ad Osteria Nuova e da Fara Sabina al bivio per Borgo Quinzio sulla Salaria. In pi&ugrave; punti, soprattutto presso Passo Corese, &egrave; da rilevare la presenza di svariati manufatti abusivi, alcuni dei quali addirittura abbandonati allo stato di scheletro. Detto ci&ograve;, si immagini il destino di quest'area nel caso venisse effettivamente realizzato il Polo Logistico di Passo Corese, sia dal punto di vista del traffico sua dal punto di vista del potenziale sviluppo urbanistico. 
&nbsp;&nbsp; La Sabina Farfense si pone dunque come l'area pi&ugrave; indifesa e delicata dell'intera Sabina, e anche come una delle pi&ugrave; preziose per il connubio fra ambiente agreste e testimonianze del passato (l'abbazia, i borghi, i casolari, ecc.), cui va aggiunta la produzione d'olio extravergine d'oliva dop (la zona annovera alcune fra le aziende pi&ugrave; importanti) la presenza stessa di un fiume di grande valore naturalistico come il Farfa: quest'ultimo andrebbe tutelato come riserva naturale, da inserire nel Parco Agricolo e Culturale, potenziandone fra l'altro la sentieristica. 
&nbsp;
2c-&nbsp; La Sabina Reatina:
&nbsp;&nbsp; Si tratta dell'area forse pi&ugrave; &quot;turistica&quot; dell'intera sabina, poich&eacute; favorita dalla collocazione all'interno del comprensorio della Valle Santa di Rieti, recentemente interessato da notevole sviluppo turistico, anche grazie al progetto del Cammino di San Francesco, che unisce ad anello i quattro importanti santuari francescani. Dominata da vari santuari e conventi, fra i quali naturalmente quello di San Francesco a Greccio, la zona &egrave; suddivisa in appena tre Comuni, Contigliano e Greccio e la stessa Rieti, in cui ricade parte del territorio montano e pianeggiante del comprensorio dei Monti Sabini rivolto alla conca. Nell'ambito di quest'ultima, per&ograve;, rimane fuori dalla perimetrazione del Parco tutto il versante dei Monti Reatini, con Poggio Bustone, Cantalice, ecc., intendendo il Parco Agricolo e Culturale comprendere esclusivamente le aree della Sabina &quot;classica&quot;, essendo fra l'altro l'area del Reatino vero e proprio pi&ugrave; legata al comprensorio del Terminillo che al resto della Sabina. 
&nbsp;&nbsp; Il paesaggio agrario &egrave; fra i pi&ugrave; integri e pregevoli non solo della Sabina ma dell'intero Lazio, e la Piana Reatina, dal canto suo, &egrave; considerata una delle pi&ugrave; belle vallate montane dell'Italia appenninica. L'ambiente rurale e gli insediamenti umani appaiono infatti quasi perfettamente integrati, con la straordinaria presenza di edifici rurali d'epoca o di veri e propri monumenti di interesse storico-architettonico sparsi nella campagna (&egrave; il caso in primis della restaurata Abbazia di San Pastore). Fondamentale - ai fini della tutela del territorio - la sussistenza di vastissime tenute d'origine nobiliare e altres&igrave; di colture specializzate e di pregio (granicoltura), che fanno da cornice alla bella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, e che pure dovranno ricadere nel Parco Agricolo e Culturale. Presenti in zona numerose strutture agrituristiche di alta qualit&agrave; (spesso circondate dalle suddette grandi tenute), che fanno di questo comprensorio uno dei meglio attrezzati e dei pi&ugrave; accoglienti della Sabina in fatto di turismo culturale. 
&nbsp;&nbsp; Lo sviluppo urbanistico sia di Greccio sia di Contigliano - entrambi borghi di rara suggestione e mirabilmente ristrutturati e mantenuti - appare ancora piuttosto ordinato, nonostante alcuni episodi di abusivismo e di speculazione edilizia nei pressi di quest'ultimo paese. Purtroppo, negli ultimi tempi sono stati rilanciati folli progetti di insediamenti produttivi e impianti eolici, a riprova di come nemmeno lo sviluppo turistico - se non accompagnato ad un'adeguata tutela formale ed effettiva tramite un'area protetta - non riesca a scongiurare interventi speculativi sul territorio.
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2d- La Sabina Turanense:
&nbsp;&nbsp; E' una delle aree pi&ugrave; marginali della Sabina e dell'intera Provincia di Rieti. Pur essendo un comprensorio molto vasto, che va dal confine con l'Abruzzo (Piana di Carsoli) sino alle propaggini dei Monti Sabini all'altezza di Rocca Sinibalda, l'intera area - imperniata sulla Valle del Turano e compresa fra i gruppi montuosi dei Lucretili, dei Carseolani e dei Sabini - presenta un'identit&agrave; culturale tutta propria con ben definiti caratteri paesaggistici. Interessante anche il rapporto identitario e culturale con il vicino Cicolano, con il quale ha condiviso il destino della trasfomazione di buona parte dei terreni vallivi in lago artificiale e conseguentemente il fenomeno dello spopolamento in massa prima e del turismo poi. Ma notevole rimane - agli occhi dello storico e dell'antropologo - la differenza fra il Cicolano, area tradizionalmente non sabina e pre-aquilana, e la Sabina Turanense, territorio ove i segni dell'incastellamento del resto della Sabina medievale sono evidentissimi. 
&nbsp;&nbsp; Una precisa identit&agrave; - quella della Sabina Turanense - che si scopre gi&agrave; in auto provenendo da Carsoli e da Roma: non appena varcato il confine regionale (e provinciale), i capannoni e le ville moderne lasciano d'improvviso il posto ad un paesaggio antico, ove i segni dell'uomo si manifestano nei rari casali in pietra, adornati da pini e cipressi. Si capisce che ormai si &egrave; in Sabina, insomma, e la situazione non cambia percorrendo tutta la strada che risale la vallata del suggestivo Lago del Turano e si spinge sino allo splendido borgo di Rocca Sinibalda, arroccato nel verde e dominato dalla mole dell'imponente Castello. Anche qui praticamente assenti gli insediamenti produttivi, che danno l'impressione al visitatore di un paesaggio incontaminato e rimasto immutato nei secoli.
&nbsp;&nbsp; Una zona di straordinario pregio, quindi, ricca di centri storici stupendi e di paesaggi incantevoli, che da sola meriterebbe la tutela come parco naturale regionale (gi&agrave; esiste comunque la Riserva Naturale dei Monti Navegna e Cervia che tutela una porzione di territorio montano) e che invece &egrave; ancora oggi piuttosto negletta al turismo nazionale ed internazionale. 
&nbsp;&nbsp; Ma i problemi di salvaguardia non mancano nemmeno qui. Mentre l'insediamento sparso rimane ben poca cosa, la speculazione edilizia ha provocato danni ingenti soprattutto a Castel di Tora, dove una recente, piccola ma volgare lottizzazione ai piedi del bel borgo medievale ha alterato profondamente il rapporto fra la campagna e l'abitato, oppure a monte di Stipes, ove un'altra (stavolta immensa) lottizzazione ha massacrato il fianco di un'intera montagna e il paesaggio di chi guardi il lago dal Monte Cervia. Situazioni simili sono in progetto in molti altri centri del comprensorio, le cui amministrazioni non paiono avere i mezzi (n&eacute; la volont&agrave;) per respingere tali aggressioni. Nell'ambito del Parco Agricolo e Culturale, una delle finalit&agrave; principali sar&agrave; la salvaguardia e la valorizzazione dell'immenso patrimonio paesaggistico della Sabina Turanense, con progetti di promozione del territorio e di intensificazione della sentieristica, in una delle zone della Sabina pi&ugrave; vocate allo sviluppo del turismo escursionistico. 
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2e- La Sabina Romana e Lucretile:
&nbsp;&nbsp; E' questa una delle zone pi&ugrave; vaste e problematiche della Sabina, con i suoi contrasti e le sue spiccate diversit&agrave;. Sebbene sia costituita da un'area vasta ma non vastissima, al suo interno sono ravvisabili situazioni quasi opposte sotto molti aspetti. La Sabina Lucretile - quasi completamente compresa nel Parco Regionale dei Monti Lucretili - pu&ograve; infatti suddividersi in altre tre piccole aree: la prima &egrave; quella pi&ugrave; vicina a Roma e facente capo grosso modo al comune di Palombara Sabina con le sue frazioni (contemplando ovviamente Sant'Angelo Romano, Marcellina e la stessa Monterotondo nella Campagna Romana pi&ugrave; che nella Sabina vera e propria); la seconda &egrave; un'ampia zona di transizione, costituita dal territorio di Monteflavio, Moricone, Montelibretti, Montorio Romano e Nerola; una terza zona ricadente nei Comuni di Scandriglia, Poggio Moiano e Orvinio, tutti in Provincia di Rieti e - pi&ugrave; a sud - di Licenza, Percile e Roccagiovine, in Provincia di Roma. 
&nbsp;&nbsp; Iniziamo dal paesaggio, che in generale (fatta eccezione per Orvinio come vedremo) risulta eccezionalmente caratterizzato dalla coltura dell'olivo, predominante su tutte le altre colture ma che, ci&ograve; nonostante, lascia un notevole spazio alla frutticoltura; ben pi&ugrave; vario e complesso &egrave; il discorso sulla qualit&agrave; urbanistica, che varia molto da Comune a Comune: intorno a Palombara Sabina &egrave; da rilevare il maggiore insediamento sparso, che in alcuni punti ha seriamente alterato il paesaggio agrario, a causa non solo dell'edificazione in s&eacute; ma dalla realizzazione di manufatti (spesso abusivi e condonati) assolutamente incompatibili con esso (ville moderne a fini residenziali) e talvolta addirittura nei pressi di emergenze storiche ed architettoniche importantissime (come ad esempio le brutte ville che ormai quasi circondano l'Abbazia di San Giovanni in Argentella); il degrado urbanistico continua inoltre ad interessare lo stesso abitato di Palombara, mentre la vicenda dell'antenne gi&agrave; installate (e da installare) sul Monte Gennaro pare fortunatamente inoltrarsi su una strada positiva grazie all'interessamento da parte del FAI. Migliora decisamente la situazione negli altri Comuni del versante romano dei Lucretili, sebbene in pi&ugrave; di un caso occorra sottolineare episodi di abusivismo edilizio e speculazione (in particolare ai piedi di Monteflavio, Moricone e Montelibretti) risalenti all'ultimo scellerato condono; un vero scempio invece appare la collocazione di un&rsquo;area di esercitazione dell&rsquo;Esercito e dei Vigili del Fuoco nel Comune di Montelibretti, all&rsquo;interno di una zona rurale. 
&nbsp;&nbsp; Venendo poi all'area ricadente in Provincia di Rieti, qui il paesaggio risulta praticamente spaccato in due, con la prevalenza del paesaggio agrario nel territorio di Scandriglia e Poggio Moiano e di quello naturale intorno ad Orvinio; entrambi questi paesaggi nella loro specie rappresentano due degli episodi pi&ugrave; pregevoli dell'intero Lazio, arricchiti peraltro dalla presenza di notevoli testimonianze sia di edilizia rurale sia di architettura religiosa (citiamo solo le suggestive rovine di Santa Maria del Piano, presso Orvinio); negativo invece il discorso urbanistico, che purtroppo svela una gestione riprovevole dei Comuni di Scandriglia e Poggio Moiano, praticamente sdoppiatisi con lo sviluppo edile moderno, e discutibile in quello di Orvinio pur restando la bellezza del suo centro storico, recentemente inserito nel &quot;Club dei Borghi pi&ugrave; Belli d'Italia&quot;. Giungiamo poi alla Valle Licinese, con Percile, Licenza e Roccagiovine, che ripropone il classico paesaggio montano e collinare dei boschi, dei prati e dei pascoli della media-montagna pre-appenninica, con episodi di frutticoltura pi&ugrave; a valle, nel territorio di Licenza. In quest'ultimo &egrave; fra l'altro da sottolineare la presenza delle rovine della villa di Orazio, citata pi&ugrave; volte dal grande scrittore e filosofo romano, che tanto decant&ograve; il suo amato angulus sabino. 
&nbsp;&nbsp; Il turismo in tutta la Sabina Romana e Lucretile &egrave; decisamente modesto, e si basa sull'escursionismo del fine settimana e sulle gite domenicali da parte di un'utenza per lo pi&ugrave; proveniente dalla Capitale. Sporadico il turismo culturale, ambientale ed enogastronomico (diffuso praticamente solo a Palombara) che pare allontanare anni luce questo lembo di Sabina dai recenti &quot;fasti&quot; di Casperia e dintorni o dalla Valle Santa. Eppure i presupposti ci sarebbero tutti, e dovrebbero far leva da un lato sulle possibilit&agrave; escursionistiche dei Lucretili, ancora non sufficientemente promosse, e dall'altro sulla rara bellezza del paesaggio agrario della vallata di Scadriglia e, parimenti, sull'integrit&agrave; e la suggestione del paesaggio naturale fra Orvinio, Percile, Licenza e Roccagiovine e sulla bellezza stessa di questi ultimi (spesso piccolissimi) centri storici. D'altro canto &egrave; qui straordinaria la produzione dell'olio extravergine d'oliva (donde proviene una parte cospicua della DOP Sabina) che dovrebbe incentivare la valorizzazione del paesaggio agrario a fini turistici (tramite fattorie didattiche, agriturismi, percorsi escursionistici campestri, fiere agricole, ecc.), anche e soprattutto nell'area romana. 
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2f- La Sabina interna e la Val Canera:
&nbsp;&nbsp; Nonostante sia praticamente tagliata in due dalla Via Salaria, si tratta dell'area pi&ugrave; tranquilla ed appartata della Sabina. Di ci&ograve; risente positivamente anche il paesaggio quasi ovunque integro e bellissimo, e caratterizzato da un cospicuo patrimonio di edilizia rurale storica, oggi purtroppo in vario stato di abbandono. I molti centri storici, che ripetono la classica tipologia sabina dei borghi di poggio, si presentano in modo piuttosto differente l'un l'altro a seconda della particolare storia amministrativa in fatto di arredo urbano e gestione urbanistica. L'area in questione &egrave; inoltre molto frazionata e in via di spopolamento, anche a causa di un isolamento stradale pi&ugrave; marcato rispetto ad esempio alla Valle del Farfa. il paesaggio agrario risulta dal canto suo molto vario, da quello classico sabino della campagna di Casaprota, Torricella o Monteleone Sabino, a quello gi&agrave; pi&ugrave; &quot;reatino&quot; e &quot;montano&quot; di Ornaro, Monte San Giovanni, Montenero Sabino e della Val Canera. Magnifica l'urbanistica di Montenero, che tuttavia &egrave; interessato da un'annosa (e discutibile) opera - ancora incompiuta - di ristrutturazione del Castello Orsini allo scopo di farne una sede distaccata dell'Universit&agrave; La Sapienza di Roma, e che lascia dei seri dubbi sul rispetto della struttura originaria. Splendidi poi i piccoli borghi arroccati di Ornano, Ginestra, Torricella, Collelungo ed altri, immersi in una natura rigogliosa e circondati da amene campagne. interessante il caso toponomastico di Poggio Perugino, fra l'altro anch'esso piccolo villaggio sommitale, punto d'accesso all'incantevole omonimo altopiano. 
&nbsp;&nbsp; Buona nel complesso la gestione urbanistica della zona, facilitata del resto dallo spopolamento: va sottolineata per&ograve; con forza la presenza di molti manufatti abusivi, alcuni dei quali purtroppo addirittura allo stato di scheletro come nei pressi di Monteleone e nella campagna fra Torricella e Poggio San Lorenzo, o come l'enorme scheletro di cemento a ridosso dell'abitato di Casaprota (e in quest'ultimo caso si pu&ograve; parlare tranquillamente di ecomostro). La solitudine dei luoghi infatti permette spesso anche una certa &quot;liceit&agrave;&quot;, e questa zona della Sabina ne &egrave; la conferma. Compito del Parco &egrave; quello di eliminare immediatamente tali sfregi, che troppo incidono negativamente sull'immagine dei Comuni interessati, bloccandone lo sviluppo turistico. Migliora il discorso nella Val Canera, dove peraltro si assiste ad un certo sviluppo - pur limitato rispetto alle sue notevoli potenzialit&agrave; - di agriturismi e b&amp;b: strutture ricettive, queste, che si sono diffuse negli ultimi anni un po' ovunque anche nel resto della Sabina interna, bench&eacute; all'oggi il turismo sia qui ancora modestissimo. 
&nbsp;&nbsp; Per valorizzare quest'area della Sabina sarebbe auspicabile l'istituzione di un Parco Naturale dei Monti Sabini, o almeno di una Riserva Naturale dei Monti Pizzuto e Tancia, entrambi fra l'altro gi&agrave; inseriti nell'elenco dei SIC dell'Unione Europea e quindi formalmente gi&agrave; assai vincolati. Inoltre, la diffusa presenza di siti archeologici - fra cui spicca quello di Trebula Mutuesca, presso Monteleone Sabino - costituisce un altro elemento su cui occorrerebbe puntare di pi&ugrave;, anche con la creazione di un itinerario escursionistico che unisca le varie localit&agrave; d'interesse storico-archeologico. Dal punto di vista infine strettamente paesaggistico, un'idea sarebbe quella di realizzare dei tabelloni didattici da installare sui belvedere dei centri storici che&nbsp; offrano panorami particolarmente rappresentativi del paesaggio agrario sabino (ad esempio quello della stessa Monteleone Sabino) al fine di spiegarne al visitatore le caratteristiche storiche e scientifiche.
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3. Interventi da attuare sul territorio del Parco
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&nbsp;&nbsp; Gli interventi del Parco sono gli strumenti atti a realizzare le sua finalit&agrave; di tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio agricolo, culturale, ambientale, paesaggistico e turistico della Sabina. Molteplici i settori sui quali il Parco dovr&agrave; programmare il suo piano operativo, in accordo con il principio di fondo del Parco stesso, vale a dire &quot;programmare&quot; lo sviluppo della Sabina, sottraendolo cos&igrave; all'anarchia delle iniziative dei Comuni e dei singoli privati, spesso contrastanti e comunque quasi sempre incompatibili con uno sviluppo armonioso di questo pregiato territorio.
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3a - Agricoltura e tutela e valorizzazione del paesaggio agrario:
- divieto di nuove costruzioni in tutto il territorio interessato dal Parco, tranne quelle di pubblica utilit&agrave; e quelle strettamente connesse alle attivit&agrave; tradizionali agro-silvo-pastorali e artigianali (ad ogni modo ogni nuova costruzione dovr&agrave; rispondere a precisi parametri sia architettonici che energetici stabiliti dal piano del Parco); interventi di riqualificazione paesaggistica, con la demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti; 
- interventi di ingegneria naturalistica, con il recupero delle cave dismesse e di quelle in via di chiusura, e rimboschimenti mirati, in particolare nell'area di Fara Sabina; interventi di bonifica fluviale e delle discariche abusive; divieto di avviare colture aliene dal contesto agricolo tradizionale (es. le coltivazioni in serra); 
- promozione di colture ad alto valore economico e turistico, sul modello del Pian Grande di Castelluccio di Norcia (PG), da realizzarsi in uno (o pi&ugrave;) degli altopiani del Parco che abbia le caratteristiche adatte, non solo dal punto di vista climatico ma anche da quello ambientale (cio&egrave; che sia stato fino a tempi recenti utilizzato a scopi agricoli); 
- avvio di colture collegate alla produzione di biocarburanti nelle aree attualmente incolte, da incentivarsi anche tramite la creazione di piccole cooperative agricole;
- creazione di un Vivaio del Parco e fornitura gratuita di alberi ornamentali tipici della campagna sabina (quercia, pino, cipresso, ecc.) a beneficio di chi voglia piantarli nei pressi del proprio edificio rurale, al fine di attenuare l'impatto paesaggistico dell'insediamento sparso; obbligo viceversa di piantumazione di tali essenze a ridosso delle strutture produttive situate in aree rurali, allo scopo di limitarne il grave impatto estetico. 
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3b- Edilizia:
- incentivi per la ristrutturazione ed il riutilizzo del patrimonio di edilizia rurale al fine di salvaguardare e valorizzare il paesaggio agrario sabino; nella stessa ottica, gli incentivi dovrebbero riguardare anche la riqualificazione architettonica in stile di edifici moderni ed attualmente alieni dal contesto paesaggistico, fatto di fondamentale importanza soprattutto nelle aree a maggiore insediamento sparso; 
- imposizione di precisi parametri architettonici per le nuove costruzioni, secondo i vari modelli (come forme, colori, materiali, ecc.) delle tradizionali strutture rurali sabine;
- incentivi e sgravi fiscali per le aziende edili che decidano di convertire la propria attivit&agrave; nella bioedilizia.
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3c- Energia e gestione rifiuti:
- sviluppo di energie rinnovabili a basso impatto ambientale e paesaggistico, fra cui: l'incentivazione di coperture fotovoltaiche delle strutture produttive presenti sul territorio e di tutti gli edifici pubblici (scuole, municipi, ospedali, ec...) tranne quelli di spiccato valore storico-artistico-architettonico; 
- sperimentazione negli insediamenti produttivi (sia industriali-artigianali che commerciali) di illuminazione tramite l'innovativa tecnologia del lampione eolico-fotovoltaico; 
- costruzione di una piccola centrale a biomasse in un'area industriale gi&agrave; esistente (es. Rieti, Poggio Mirteto o Monterotondo); 
- riqualificazione energetica di edifici moderni ma inefficienti dal punto di vista energetico (da attuarsi possibilmente in concomitanza alla riqualificazione architettonica) come molte costruzioni del Dopoguerra; 
- incentivazione del microeolico a livello domestico, pubblico e industriale; 
- imposizione di precisi parametri energetici per le nuove costruzioni;
- avvio della raccolta differenziata in tutti i Comuni del Parco.
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3d- Infrastrutture:
- valorizzazione della rete stradale minore con adeguati interventi di segnaletica e cartellonistica stradali, da realizzarsi in punti strategici sia dal punto di vista viario che paesaggistico; l'entrata da ambo i versanti dei tronchi stradali interessati dovr&agrave; quindi essere segnalata al turista in automobile al fine di poter apprezzare l'integrit&agrave; e la genuinit&agrave; dei paesaggi sabini che proprio sulle strade minori si rivelano in tutto il loro splendore (es. la strada da Borgo Quinzio a Percile passando per Scandriglia ed Orvinio, oppure quella da Poggio Catino a Contigliano passando per Casperia, Roccantica, Montasola, Cottanello, o ancora quella fra Osteria Nuova e il Lago del Turano passando per Monteleone Sabino e Rocca Sinibalda, ecc..); 
- manutenzione delle strade sterrate e riconversione in sterrate di asfaltate particolarmente impattanti;
- creazione della &quot;Pista ciclabile pi&ugrave; lunga del Mondo&quot;, che colleghi tutte le aree del Parco in un unico itinerario ciclistico; il tracciato dovr&agrave; utilizzare e riqualificare strade rurali gi&agrave; esistenti (sterrate, carrarecce, mulattiere) e soltanto in caso di necessit&agrave; costituire un pista di nuova costruzione; lungo tutto il tracciato (bordato da staccionata) saranno naturalmente installati pannelli informativi ed indicazioni sull'itinerario da percorrere, le tappe consigliate e tutte le deviazioni possibili. 
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3e- Tutela e riqualificazione dei centri storici:
- demolizione di edifici abusivi o di costruzioni altamente deturpanti situati a ridosso e nei diretti pressi dei centri storici; 
- incentivi per la riqualificazione (pubblica e/o privata) degli edifici storici; 
- cura ordinaria dell'arredo urbano ed eliminazione (o sostituzione) di elementi deturpanti in punti di particolare pregio nei centri storici (cartelli stradali, tubi di scarico, ecc.); 
- avvio di un progetto sperimentale (&quot;borgo ad impatto zero&quot;) per un centro storico (di modesta entit&agrave; e quasi spopolato) di riqualificazione totale e straordinaria dell'arredo urbano secondo un modello da individuare a seconda delle caratteristiche storiche ed architettoniche del centro storico prescelto, con l'eliminazione estetica e il divieto di tutti gli elementi moderni e deturpanti (antenne e paraboliche, tubi di scarico in lamiera, fioriere ed insegne in plastica, cartelli stradali, spazi per manifesti politici, ecc.) e con particolare attenzione all'illuminazione pubblica, che non dovr&agrave; prevedere energia elettrica ma sistemi di illuminazione tradizionali; i proprietari degli immobili inseriti in questi centri storici sperimentali - per le scomodit&agrave; pratiche connesse al progetto - avranno altres&igrave; diritto ad un incentivo mensile;
- istituzione di un concorso annuale (&quot;Borgo di Qualit&agrave;&quot;) che prevede la premiazione del borgo sabino che pi&ugrave; si sia distinto, durante l'arco dell'anno,&nbsp; nell'arredo urbano ed extraurbano e nella valorizzazione del proprio centro storico. 
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3f- Valorizzazione dei centri storici:
- creazione di almeno due centri commerciali naturali: uno da collocarsi in un centro storico piccolo e in via di spopolamento ma notevole dal punto di vista paesaggistico ed urbanistico ed eventualmente ben collegato (es. Bocchignano, Fianello, Rocchette, Montasola, Pietraforte, ecc.), un altro da collocarsi in un centro storico di media entit&agrave; e gi&agrave; affermato dal punto di vista turistico (es. Casperia, Poggio Catino, Fara Sabina, Poggio Mirteto, Collevecchio, ecc.); 
- realizzazione di una rete di sentieri escursionistici montani, collinari e campestri, che uniscano i centri storici pi&ugrave; suggestivi e i siti religiosi pi&ugrave; importanti, da collegare (quale variante) al Cammino di San Francesco; 
- creazione di un programma annuale di feste a tema e rievocazioni d'epoca che copra tutto l'arco dell'anno e non soltanto la stagione estiva; istituzione in un &quot;Festival internazionale di musica medievale e rinascimentale&quot; da svolgersi durante la stagione estiva nei pi&ugrave; suggestivi borghi sabini, tramite la valorizzazione di piazze o di edifici storici;
- apertura alle visite turistiche di castelli e palazzi storici particolarmente pregiati dal punto di vista artistico ed architettonico, previo accordi fra il Parco e i proprietari dei monumenti; il caso pi&ugrave; eclatante di una mancata valorizzazione di questo tipo &egrave; attualmente il magnifico Castello di Rocca Sinibalda (che se aperto favorirebbe un enorme flusso turistico sia nel paese che nella zona circostante), ma anche castelli minori come quello di Oliveto Sabino, Orvinio, Montenero Sabino, ecc. meriterebbero di essere aperti al pubblico. Caso a parte il Castello Orsini di Nerola, ormai all'interno completamente trasformato a fini di lucro, la cui visita (giustificata dal rilevante interesse architettonico) potrebbe comunque essere concessa in alcuni giorni dell'anno. 
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3g- Promozione del paesaggio agrario e del territorio:
- creazione di un servizio navetta, in ogni area del Parco, che esegua un tour panoramico sulle strade rurali di maggiore interesse paesaggistico con sosta ai borghi pi&ugrave; interessanti e visite guidate;
- realizzazione di documentari turistici, guide e depliant; 
- gestione dell'immagine territoriale, in modo tale da inserire il Parco nei pacchetti dei tour operator nazionali ed internazionali in fatto di turismo culturale, ambientale ed enogastronomico; 
- creazione di un convengo nazionale annuale sul tema del paesaggio agrario, da tenersi ogni occasione in un Comune diverso, all'interno di un edificio storico di pregio, ove invitare esperti del settore (urbanisti, architetti, ambientalisti, proprietari di aziende agricole) e i rappresentanti di Comuni che si siano distinti per progetti virtuosi sul proprio territorio in fatto di tutela della ruralit&agrave;; 
- creazione di corsi sullo studio, la tutela e la valorizzazione del paesaggio agrario, da attuarsi in collaborazione con le istituzioni universitarie;
- istituzione di un concorso fotografico quadrimestrale internazionale denominato &quot;Stagioni in Sabina&quot; aperto a fotografi professionisti e a fotoamatori che abbia come premio una somma in denaro e un soggiorno in un agriturismo o b&amp;b in Sabina e come finalit&agrave; quella di far conoscere la bellezza del paesaggio sabino nei diversi mesi dell'anno. 
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4. Conclusioni
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&nbsp;&nbsp; Dall'analisi condotta, appare con evidenza la necessit&agrave; di nuovi strumenti di tutela, valorizzazione e promozione del territorio sabino, in merito alle sue straordinarie qualit&agrave; culturali, storiche, paesaggistiche, ambientali, agrarie ed enogastronomiche. La gestione di tale inestimabile patrimonio da parte delle amministrazioni locali risulta all'oggi insufficiente e in alcuni casi addirittura dannosa. La vicinanza con Roma, dal canto suo, &egrave; finora stata soltanto un problema per gran parte della Sabina, sia dal punto di vista della salvaguardia del territorio, sia rispetto al suo sviluppo turistico. Invece, tale circostanza va trasformata in risorsa e compito del Parco Agricolo e Culturale della Sabina sar&agrave; innanzi tutto quello di respingere le aggressioni proprie della vicinanza ad una metropoli (insediamenti industriali e commerciali, abusivismo e speculazione edilizia, nuove strade) e viceversa portare in Sabina una parte dell'ingente mole turistica della Capitale. Accanto a tale sviluppo &quot;indotto&quot;, poi, sar&agrave; fondamentale trasformare la Sabina, nelle sue diverse realt&agrave; e vocazioni, in un comprensorio turistico &quot;autonomo&quot; e di prestigio nazionale ed internazionale, che vada a costituire una valida alternativa - nell'ambito del turismo rurale, ambientale, culturale ed enogastronomico - a realt&agrave; italiane attualmente ben pi&ugrave; consolidate in tal senso, come il Chianti, la Valdorcia, Le Langhe, il Montefeltro, la Valle Umbra, ecc.. Importante sar&agrave; anche attuare una sinergia con la vicina Provincia di Viterbo e con l'area nord di quella di Roma, allo scopo di realizzare un vero e proprio &quot;distretto turistico dell'Alto Lazio&quot;, che si distingua per qualit&agrave; ed innovazione, sfruttando l'immenso potenziale turistico del settore settentrionale della Regione. 
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&nbsp;&nbsp; Il Parco Agricolo e Culturale permetterebbe uno sviluppo pi&ugrave; sostenibile ed armonioso del territorio sabino, esaltandone le peculiarit&agrave; nel solco sicuro della tradizione ma con una sensibilit&agrave; moderna ed innovativa, che permetta all'offerta turistica della Sabina di porsi agli alti livelli oggi richiesti dal turismo culturale. Un progetto, quello del Parco, che non intaccher&agrave; affatto i modi di vita attuali della popolazione sabina, ma dar&agrave; ad essa nuove prospettive di lavoro, limitando il fenomeno del pendolarismo che tanto incide negativamente sulla qualit&agrave; della vita dei cittadini. Il Parco dar&agrave; inoltre nuova linfa all'agricoltura, permettendo alla dop &ldquo;Sabina&rdquo; - come merita - di immettersi con una nuova immagine e con un maggiore riscontro economico nel mercato nazionale ed internazionale: sappiamo bene, infatti, che oggi le produzioni locali di qualit&agrave; sono strettamente collegate all'immagine del proprio territorio nella loro valutazione economica al'interno del mercato agroalimentare; sicch&eacute; promuovere bene il territorio significa anche poter vendere meglio e a prezzi maggiori i propri prodotti. 
&nbsp;&nbsp; Infine, le tante innovazioni dal punto di vista infrastrutturale, conservazionistico, energetico e di marketing territoriale, faranno del Parco Agricolo e Culturale della Sabina un modello per le altre aree rurali d'Italia, donando cos&igrave; lustro e visibilit&agrave; alle amministrazioni locali e attirando finanziamenti e investimenti di qualit&agrave; sul territorio. Soltanto con il Parco Agricolo e Culturale potr&agrave; essere conservata e sviluppata quella caratteristica di terra genuina, sana e laboriosa propria della Sabina. Alternative del resto non ci sono, ed episodi come l'Outlet del Soratte o progetti come il Polo Logistico di Passo Corese - che attualmente sembrano incontrastabili - sono il segnale che non c'&egrave; pi&ugrave; tempo da perdere.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/lucabellincioni" >lucabellincioni</a> | <a href="http://ambientepaesaggio2000.splinder.com/post/20786559/Idee+per+un+Parco+Agricolo+e+C#comment" >Commenti</a>
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