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    <title type="html"><![CDATA[MACADAMIA - Flavio Santi su Simone Cattaneo]]></title>
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    <![CDATA[<p>&nbsp;
A giugno sono usciti i primi due titoli della nuova collana di &laquo;Atelier&raquo;, intitolata Macadamia. Si tratta dei volumi Il sistema limbico di Giovanna Rosadini e Made in Italy di Simone Cattaneo. In attesa di trovare il tempo di parlarne pi&ugrave; diffusamente, cominciamo a raccogliere gli echi che queste due voci andranno pazientemente seminando.
Dalla rivista &laquo;Ore piccole&raquo; (http://www.orepiccole.org), una delle pi&ugrave; belle che ci sia in circolazione, ricopio l&rsquo;introduzione che Flavio Santi ha scritto per alcuni testi di Simone. &Egrave; appena una provocazione, ma di una giustezza che non ha pari.
MM
&nbsp;
Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad esempio uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tiv&ugrave; e seminari universitari. Che &egrave; quello che succede ai suoi colleghi Armitage &ndash; con cui condivide fra l&rsquo;altro lo stesso nome &ndash;, Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire &egrave; che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all&rsquo;estero. Cattaneo &egrave; il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l&rsquo;entusiasmo dell&rsquo;illustre studioso per quegli &ldquo;inediti&rdquo;&hellip;). C&rsquo;&egrave; un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all&rsquo;estero): Cattaneo &egrave; come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. 

Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non &egrave; ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perch&eacute; &ndash; sembrerebbe un paradosso, ma &egrave; cos&igrave; &ndash; Cattaneo pensa a scrivere, e non a &ndash; prendo in prestito la brutalit&agrave; del suo linguaggio &ndash; leccare il culo. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche &ndash; chi non ne &egrave; capace? &ndash;, quando invece il problema &egrave; a monte, ed &egrave; di natura morale (e dunque molto pi&ugrave; arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualit&agrave; e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato. Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto &ndash; che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell&rsquo;arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Cos&igrave; facendo il rischio principale &egrave; di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale &ldquo;normale&rdquo; e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l&rsquo;elenco &egrave; chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto &egrave; spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana). 
Del resto l&rsquo;Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo &egrave; proprio un&rsquo;Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignit&agrave;, votata al pi&ugrave; bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest&rsquo;Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: &ldquo;Questa &egrave; l&rsquo;Italia, e / non &egrave; questa l&rsquo;Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce &egrave; frutto di un buio seme&rdquo;. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale. 
&nbsp;
</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AtelierPoesia" >AtelierPoesia</a> | <a href="http://atelierpoesia.splinder.com/post/17959391/MACADAMIA+-+Flavio+Santi+su+Si#comment" >Commenti (6)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Alfonso Berardinelli su Atelier n. 50 - da L'Avvenire]]></title>
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    <title type="html"><![CDATA[ESCE ATELIER N. 50 – L’editoriale di Giovanni Tuzet]]></title>
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    <published>2008-06-23T09:02:04+02:00</published>
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    <![CDATA[<p>Che ne sanno i poeti ? 
&nbsp;
Spesso i poeti hanno l&rsquo;aria di chi sa certe cose, magari non molte ma importanti. Spesso i lettori si affidano a loro come a fari d&rsquo;esperienza o astucci di pensieri preziosi. Ma davvero la poesia possiede un ruolo o un compito conoscitivo? Che cosa sanno i poeti del mondo che rappresentano e della vita?
Fate questa prova. Leggete una poesia e chiedetevi che cosa vi insegni. Avete imparato qualcosa dai suoi versi? Se no, &egrave; una poesia da buttare. Se s&igrave;, che conoscenza vi ha trasmesso? Chiedetevi che genere di teatro ha dischiuso. Non di rado si parla della poesia come forma di conoscenza, ma di rado c&rsquo;&egrave; chiarezza su che cosa si intenda; quindi non &egrave; facile capire quando ci sia un accordo o disaccordo. Chiediamocelo apertamente allora.
&nbsp;

&nbsp;
In che senso la poesia potrebbe costituire una forma di conoscenza? In che senso potrebbe assolvere a un compito conoscitivo? Da quali poeti si pu&ograve; apprendere qualcosa? Alcuni incarnano pi&ugrave; di altri un&rsquo;istanza conoscitiva? Le risposte sono varie. Si va dalle istanze realiste per cui la poesia contribuisce alla conoscenza di un periodo storico, alle istanze umaniste secondo cui permette la conoscenza di certe verit&agrave; &ldquo;umane&rdquo;, alle istanze metafisiche secondo cui permette una speciale conoscenza di tipo spirituale. Ma ovviamente la conoscenza di uno spaccato storico non possiede gli stessi caratteri della conoscenza dei sentimenti umani o della conoscenza trascendentale o ancora spirituale. Dunque va chiarito che la domanda va posta innanzitutto in termini critici. Se lo &egrave;, in che senso la poesia &egrave; una forma di conoscenza? Se no, perch&eacute; non lo &egrave; o non pu&ograve; esserlo? E che cosa ci sarebbe di importante nel riconoscerlo?
Per rispondere a questa selva di interrogativi abbiamo raccolto contributi di filosofi, critici, poeti. Li abbiamo selezionati secondo la loro qualit&agrave;, la ricchezza di contenuti e la pertinenza rispetto al tema proposto. Infine li abbiamo divisi in quattro sezioni.
Nella prima, di taglio filosofico, &egrave; compiuta un&rsquo;analisi severa della domanda posta. Prima di saltare alle risposte, &egrave; bene accanirsi sulla domanda. Lorenzo Carlucci distingue due funzioni conoscitive della poesia; Chiara Guarda si chiede se poesia e conoscenza abbiano una relazione ontologica; Marcello Frixione distingue gli aspetti semantici e pragmatici di un testo poetico; Alessandra Palmigiano intende la poesia e la relativa conoscenza come acquisizione di abilit&agrave;; Giovanni Tuzet distingue varie forme di conoscenza chiedendosi a quale di esse possa contribuire la poesia.
Nella seconda sezione, il discorso si apre ad una prospettiva storica e ad una riflessione non disgiunta dalla tradizione e dal contesto in cui siamo collocati. Giuliano Ladolfi si interroga sulla poesia nell&rsquo;et&agrave; globalizzata, nel suo legame con la storia e con le situazioni in cui operano autori e pubblico, in un&rsquo;opera comune e in un dialogo continuo fra varie discipline; Alberto Casadei, compiuto un excursus storico, si chiede se la chiave della poesia come conoscenza stia nei motivi interni della sua genesi; Mauro Ferrari si concentra invece sulla poesia nell&rsquo;epoca della simultaneit&agrave; e intende la conoscenza poetica come capacit&agrave; di visione; Andrea Ponso si interroga infine sulla moderna separazione della poesia dall&rsquo;esperienza e riflette sul simbolo e il rito come luoghi di conoscenza.
Nella terza sezione prevale il profilo critico su autori determinati. Andrea Masetti rilegge Sereni alla luce del suo progetto di recensione e interpretazione della realt&agrave;; Gianfranco Lauretano dispiega l&rsquo;apice paradossale della conoscenza in Caproni, quale conoscenza dell&rsquo;inconoscibile; Salvatore Ritrovato risale a Dante e rileva la modernit&agrave; di quella figura assetata di conoscenza che &egrave; Ulisse.
Nella quarta sezione parlano i poeti in prima persona, nell&rsquo;agone delle rispettive poetiche ed esperienze, facendo valere le ragioni delle proprie scelte, difficolt&agrave;, insoddisfazioni o speranze. Davide Nota e Matteo Fantuzzi fanno appello alla poesia come conoscenza di uno spaccato storico o di vicende umane che abbiano un senso non solo per chi scrive; Massimo Sannelli nega radicalmente che la poesia possa costituire una forma significativa di conoscenza, asserendo che quasi tutta la conoscenza che viene dalla lettura di un nuovo poeta si riduce al nome del poeta; per Paolo Febbraro la conoscenza poetica &egrave; legata alla piacevolezza degli incontri fra parole, ma anche alle verit&agrave; umane che essa conduce; per Tiziano Fratus &egrave; preziosa la conoscenza microscopica della vita che la poesia ci dischiude, laddove per Stefano Guglielmin la poesia conosce una vertigine e pensa l&rsquo;infondato, mentre per Paolo Fichera &egrave; la conoscenza di un nodo, della vivente contraddizione ma anche di un&rsquo;acqua organica; infine per Italo Testa &egrave; un&rsquo;istanza di giustizia.
Che bilancio trarre? C&rsquo;&egrave; chi alla domanda posta in principio risponde positivamente (ed &egrave; la maggioranza) e chi risponde negativamente (negando cio&egrave; che la poesia abbia un ruolo o un compito conoscitivo). C&rsquo;&egrave; chi compie analisi e distingue, c&rsquo;&egrave; chi assume la domanda in blocco. Ci sono idee pi&ugrave; convincenti, altre meno. E ci sono temi ulteriori che sbocciano o fluiscono da quello proposto. Non vogliamo assumerci la responsabilit&agrave; di ponderare questa detonazione gnoseologica, anche perch&eacute; il discorso non si chiude qui. I materiali raccolti e di qualit&agrave; eccedevano le pagine qui disponibili: i contributi pubblicati ora non sono che una parte del dibattito innescato su poesia e conoscenza e nei prossimi numeri di &laquo;Atelier&raquo; daremo spazio a quei contributi che gi&agrave; scalpitano e ad altri che eventualmente verranno.
Mi si lasci concludere con una nota: se i poeti sanno molto, &egrave; bene abbeverarsi alle loro fonti; se sanno poco e niente, &egrave; meglio saperlo che illudersi.
&nbsp;
Giovanni Tuzet</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AtelierPoesia" >AtelierPoesia</a> | <a href="http://atelierpoesia.splinder.com/post/17569915/ESCE+ATELIER+N.+50+%E2%80%93+L%E2%80%99edi#comment" >Commenti (2)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[OMAGGIO DI BORGOMANERO ALLA RIVISTA «ATELIER»]]></title>
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    <published>2008-06-20T08:21:24+02:00</published>
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    <![CDATA[<p>Sabato 14 giugno scorso nel Salone d&rsquo;Onore di Villa Marazza autorit&agrave;, rappresentanti del mondo della poesia e qualificato pubblico si sono riuniti per rendere omaggio ad una delle pi&ugrave; belle realt&agrave; culturali italiane: la rivista &laquo;Atelier&raquo;. Nata a Borgomanero nel 1996 per iniziativa di Giuliano Ladolfi, Marco Merlin, Paolo Bignoli e Riccardo Sappa ha conseguito in breve tempo la stima nazionale ed internazionale per la genialit&agrave; con la quale ha saputo proporre idee di rinnovamento della poesia. 
Il Presidente della Fondazione, dott. Paolo Bignoli, nel salutare gli intervenuti, dopo aver ricordato con commozione gli esordi in cui egli stesso ha rivestito la parte di protagonista, cos&igrave; ha motivato l&rsquo;iniziativa: &laquo;Negli scorsi mesi, l&rsquo;Assessorato alla Cultura ha chiesto al Consiglio di Amministrazione di ospitare in modo permanente Atelier, dedicandole un appuntamento annuale. Questo in termini pratici significa che dopo tanti anni di lavoro, abbiamo visto un delicato gesto di gratitudine nei confronti di una rivista che &egrave; stata in grado di portare a spasso per l&rsquo;Italia e un bel pezzo d&rsquo;Europa il nome della citt&agrave; di Borgomanero. E chi &egrave; attivo nel mondo culturale comprende perfettamente come, con i tempi di che corrono, non si una cosa da poco&raquo;.
&nbsp;

&nbsp;
La parola, quindi, &egrave; passata al Sindaco, dott.ssa Anna Tinivella, la quale ha ribadito la convinzione che &laquo;Atelier&raquo; costituisce una vera e propria ricchezza cultura per la citt&agrave;, ricchezza per cui l&rsquo;Amministrazione esprime fierezza e plauso: da umili origini la rivista ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Moltissime sono le pubblicazioni del genere nella penisola, ma solo &laquo;Atelier&raquo; sta lasciando un segno nella letteratura italiana.
Giuliano Ladolfi, direttore insieme a Marco Merlin, &egrave; quindi, intervenuto per chiarire gli orientamenti del trimestrale: &laquo;La sua forza propositiva consiste nella capacit&agrave; di rinnovamento. La storia dimostra che sopravvivono per lungo periodo solo le riviste &ldquo;accademiche&rdquo;, le quali pubblicano saggi di docenti&nbsp;come un &ldquo;assemblaggio&rdquo;. Le riviste militanti, come &laquo;Il Leonardo&raquo;, &laquo;La Voce&raquo;, &laquo;Solaria&raquo;, &laquo;Campo di Marte&raquo;, &laquo;Il Politecnico&raquo;, &laquo;Il Verri&raquo;, &laquo;Il Menab&ograve;&raquo; ecc., durano soltanto il periodo della stagione propositiva; poi, esaurita la carica propulsiva, chiudono i battenti. &laquo;Atelier&raquo; ha accompagnato il decennio di trasformazione della poesia e della critica italiana con piglio &ldquo;militare pi&ugrave; che militante&rdquo;. &Egrave; nata per combattere gli orientamenti della critica strutturalista e dello sperimentalismo poetico: dopo dodici anni anche Todorov e Segre hanno ampiamente ammesso i limiti di tali studi incapaci di formulare giudizi di merito; la poesia ha definitivamente abbandonato gli epigoni delle Avanguardie novecentesche. La rivista borgomanerese, inoltre, ha valorizzato i giovani, ha avviato il dibattito sulle generazioni, si &egrave; aperta alla prosa, ha traghettato la cultura italiana al di l&agrave; di quel fenomeno denominato &ldquo;novecento&rdquo;, che consiste nel distacco della parola dalla realt&agrave;&raquo;.
Il redattore Giovanni Tuzet, docente universitario a contratto alla Bocconi di Milano, &egrave;, quindi, intervenuto per presentare il n. 50, da lui curato e dedicato ad rapporto tra Poesia e conoscenza: &laquo;Spesso i poeti hanno l&rsquo;aria di chi sa certe cose, magari non molte ma importanti. Spesso i lettori si affidano a loro come a fari d&rsquo;esperienza o astucci di pensieri preziosi. Ma davvero la poesia possiede un ruolo o un compito conoscitivo? Che cosa sanno i poeti del mondo che rappresentano e della vita? Fate questa prova. Leggete una poesia e chiedetevi che cosa vi insegni. Avete imparato qualcosa dai suoi versi? Se no, &egrave; una poesia da buttare. Se s&igrave;, che conoscenza vi ha trasmesso? Chiedetevi che genere di teatro ha dischiuso. Non di rado si parla della poesia come forma di conoscenza, ma di rado c&rsquo;&egrave; chiarezza su che cosa si intenda; quindi non &egrave; facile capire quando ci sia un accordo o disaccordo. Chiediamocelo apertamente allora. In che senso la poesia potrebbe costituire una forma di conoscenza? In che senso potrebbe assolvere a un compito conoscitivo? Da quali poeti si pu&ograve; apprendere qualcosa? Alcuni incarnano pi&ugrave; di altri un&rsquo;istanza conoscitiva? Le risposte sono varie. Si va dalle istanze realiste per cui la poesia contribuisce alla conoscenza di un periodo storico, alle istanze umaniste secondo cui permette la conoscenza di certe verit&agrave; &ldquo;umane&rdquo;, alle istanze metafisiche secondo cui permette una speciale conoscenza di tipo spirituale. Ma ovviamente la conoscenza di uno spaccato storico non possiede gli stessi caratteri della conoscenza dei sentimenti umani o della conoscenza trascendentale o ancora spirituale. Dunque va chiarito che la domanda va posta innanzitutto in termini critici. Se lo &egrave;, in che senso la poesia &egrave; una forma di conoscenza? Se no, perch&eacute; non lo &egrave; o non pu&ograve; esserlo? E che cosa ci sarebbe di importante nel riconoscerlo? Per rispondere a questa selva di interrogativi abbiamo raccolto contributi di filosofi, critici, poeti. Li abbiamo selezionati secondo la loro qualit&agrave;, la ricchezza di contenuti e la pertinenza rispetto al tema proposto&raquo;.
La seconda parte della manifestazione &egrave; stata dedicata alla presentazione di Marco Merlin della nuova collana di poesia dal titolo Macadamia: &laquo;Dopo il successo della collana Parsifal, che ha pubblicato alcuni tra i testi pi&ugrave; importanti delle raccolte in versi edite in Italia negli ultimi anni, nonostante le difficolt&agrave; finanziarie, l&rsquo;Associazione Atelier intende proseguire nel lavoro di lanciare opere che hanno acquistato credibilit&agrave; in tutta la penisola e non solo. Muta la copertina, che conserva, tuttavia, la semplicit&agrave; e l&rsquo;essenzialit&agrave; precedente. La denominazione si pone anche come programma: l&rsquo;albero delle noci di Macadamia produce frutti maturi solo dopo dieci anni, ma da quel momento non smetto pi&ugrave; di fruttificare&raquo;. Egli stesso, ha presentato, quindi, gli autori delle prime due pubblicazioni: Il sistema limbico di Giovanna Rosadini e Made in Italy di Simone Cattaneo.
La poetessa, che ha lavorato per anni come direttrice editoriale all&rsquo;Einaudi, ha introdotto la lettura di alcune liriche, motivando la scelta di abbracciare la poesia, dopo anni di critica e di saggistica: la scintilla &egrave; scattata durante un viaggio negli Stati Uniti, il quale ha risvegliato in lei la necessit&agrave; di individuare un altro modo di espressione. Il giovane Simone Cattaneo si &egrave; limitato a leggere un gruppo di testi, un vero e proprio pugno nello stomaco: essi descrivono la situazione giovanile italiana contemporanea.
A questo punto &egrave; stato lasciato spazio ai poeti presenti, invitati a presentare e a leggere le proprie composizioni: Giancarlo Micheli (Viareggio), Aldo Ferraris (Novara), Rosanna Travaglino (Borgomanero), Patrizia Berrini (Arona), Gaetana Castellano (Borgomanero), Alessandro Rivali (Genova), Matteo Fantuzzi (Bologna), Giuseppe Tassitano (Padova).
Prima della conclusione affidata al Presidente Paolo Bignoli, Giuliano Ladolfi ha rilevato anche l&rsquo;aspetto morale della collana Macadamia: Atelier, unitamente a pochissime case grandi editrici nazionali, pubblica opere senza richiedere agli autori alcuna forma di sovvenzione. E questo in un mondo economicamente centrato costituisce una testimonianza del valore della poesia.
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    <title type="html"><![CDATA[TEMA DI ITALIANO / 18.06.2008]]></title>
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    <published>2008-06-18T20:31:51+02:00</published>
    <updated>2008-06-18T20:31:51+02:00</updated>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>Ripenso il tuo sorriso, ed &egrave; per me un'acqua limpida 

a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed &egrave; per me un'acqua limpida 
scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, 
esiguo specchio in cui guardi un'ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto &egrave; il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con s&eacute; come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma...


(Eugenio Montale, Ossi di seppia) 
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    <title type="html"><![CDATA[RICORDO DI MARIO RIGONI STERN (1921-2008)]]></title>
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    <published>2008-06-17T20:16:48+02:00</published>
    <updated>2008-06-17T20:16:48+02:00</updated>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>
Lass&uacute; la montagna &egrave; silenziosa e deserta. Lungo la mu&shy;lattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pres&shy;si dell'Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che &egrave; qui sulla libreria, ora non passa pi&uacute; nessuno. La neve che in questi giorni &egrave; caduta abbondan&shy;te ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.
Da Sentieri sotto la neve, Einaudi, 1998

Lo scrittore Mario Rigoni Stern &egrave; morto ad Asiago, all'et&agrave; di 86 anni. Malato da tempo, Rigoni Stern &egrave; mancato luned&igrave; sera. La notizia della sua morte &egrave; stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volont&agrave; dello scrittore. I funerali sono stati celebrati oggi pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AtelierPoesia" >AtelierPoesia</a> | <a href="http://atelierpoesia.splinder.com/post/17512236/RICORDO+DI+MARIO+RIGONI+STERN+#comment" >Commenti (1)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[PAOLA FEBBRARO (1956-2008)]]></title>
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    <published>2008-05-25T11:46:28+02:00</published>
    <updated>2008-05-25T11:46:28+02:00</updated>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>
Da La rivoluzione &egrave; solo della terra, Manni, Lecce 2002

Pasqua
senza Victor

i vivi premono troppo e minacciano la vita dei morti

mi sono lavata i capelli
mi sono lavata la testa i capelli la testa mi sono lavata la testa
i capelli e ho detto: 
s&igrave;
sono della specie femminile che piange

22 aprile 2000 
****
Da a fratello stefano (La Volpe e L&rsquo;Uva, Bologna 2000)
mano nella mano attraversiamo l'ennesima ambulanza
*
Incuteva rumore la sostanza del ragionare
sulla qualit&agrave; della nostra mente

Incute rumore
che s'&egrave; rivoltato contro
ribellione e passione
di marce delicate feroci intelligenti
per la pace mai esistita prima mentre la strage ci ha accompagnato
quel piovere di bombe con l'eco
ecco ricordo, come sempre nella nostra casa. 

*
la confusione tra te e me &egrave; onda di mare
ora grigio come piombo
ora scintillante sogno

ritorna sempre poi scompare
*
&quot;e che ora mi sia concesso riposo&quot;


debole stella 
fioca
umile
sveglia
debole stella 

polvere </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AtelierPoesia" >AtelierPoesia</a> | <a href="http://atelierpoesia.splinder.com/post/17232897/PAOLA+FEBBRARO+%281956-2008%29#comment" >Commenti (4)</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Note a margine a due opere di Soldati – di Giorgio Galli]]></title>
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    <published>2008-05-21T19:05:47+02:00</published>
    <updated>2008-05-21T19:05:47+02:00</updated>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>1.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; America primo amore
&nbsp;
La prosa soldatiana scivola via con una leggerezza sorprendente, &egrave; &ldquo;priva di attrito&rdquo;, come diceva Pasolini, &ldquo;priva di adesivit&agrave;&rdquo;: a volte sembra non invitare a soffermarcisi, a rifletterci su; ma piuttosto ad essere consumata, voracemente, velocemente, americanamente. Soldati &egrave; un viaggiatore sensibile, intelligente, pieno di forza rappresentativa e perfino visionaria: forse non ha la tempra del Savinio di Dico a te, Clio, ma i mondi dei due scrittori sono talmente lontani che &egrave; davvero dura compararli. Savinio &egrave; pi&ugrave; bravo a penetrare nella Storia, ad addentrarsi nelle sue viscere, a porle quelle domande che la mettono in imbarazzo; ma Soldati si trova di fronte a un luogo senza storia, anzi non ci si trova di fronte, si trova immerso, con passione, con fuoco, con ardore: con quell&rsquo;amore che, per usare l&rsquo;icastica espressione di Citati, &ldquo;non sapeva trovare un limite nelle cose&rdquo;.
&nbsp;

&nbsp;
La sua scrittura, raffinatissima, pure scorre via come l&rsquo;acqua su un impermeabile, &egrave; talmente bella da potersi permettere perfino il lusso supremo di qualche imperfezione, qualche &ldquo;svista&rdquo;, di arieggiare il parlato con gustosa ironia, senza che nulla vada perso della sua eleganza.
Questo libro restituisce a meraviglia la febbre vitale del giovane Soldati, e il fuoco devastante che dev&rsquo;esser divampato a contatto con l&rsquo;altra febbre vitale, quella dell&rsquo;America. Paradossalmente, la delusione del narratore rende queste pagine ancor pi&ugrave; infocate anzich&eacute; pi&ugrave; posate: evidentemente, Soldati non sapeva non vivere in modo passionale sinanco la delusione: quella delusione che, in fondo, deriva dall&rsquo;amore, e di cui anzi l&rsquo;amore &egrave; la conditio sine qua non. 
Soldati non conosce l&rsquo;astratta metafisica di Savinio: il suo amore &egrave; fisico, sensuale, &egrave; tutto carne, &egrave; tutto qui ed ora. Anche la critica all&rsquo;America &egrave; realizzata attraverso la descrizione di condizioni fisiche, situazioni materiali, episodi e atteggiamenti rivelatori. Questo corposo realismo visionario non poteva che richiedere d&rsquo;essere espresso in una prosa trasparente.
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&nbsp;
2. La sposa americana
&nbsp;
La prima cosa che m&rsquo;ha conquistato, in questo romanzo, &egrave; stata la leggerezza azzurrina della prosa di Soldati: una prosa che echeggia l&rsquo;America, i suoi ritmi, le sue canzoni, le sue notti senza ricorrere a nessuno stilema facilmente hemingwayano o beat generation: un po&rsquo; come Bizet, nella Carmen, ha dipinto la Spagna evitando il ricorso al folklore spagnolo.
La prosa leggerissima di Soldati quasi non s'avverte, e permette d'immaginare cinematograficamente ci&ograve; che viene raccontato. Non &egrave;, per intenderci, una prosa giornalistica, ed &egrave; anzi molto raffinata; ma &egrave; talmente priva di ogni ostentazione, di ogni durezza, di ogni &quot;stilismo&quot; fine a se stesso, che apparentemente quasi non lascia traccia di s&eacute;: si limita a distendere sul romanzo quella timida tinta azzurrina cui accennavo, e la rapidit&agrave; con cui la si legge rende verosimile persino il pazzesco accelerando finale del romanzo, in cui la vicenda viene conclusa nel giro di mezza pagina, chiarendo che le precedenti 145 erano solo una lunghissima, calibratissima, meravigliosamente costruita introduzione. Da un punto di vista &quot;tecnico&quot;, direi che Soldati merita un bel 10.
Un altro grande pregio dello stile di Soldati consiste nel gustoso &quot;dialogo&quot; che intesse fra il suo bell&rsquo;italiano e le espressioni in inglese che qua e l&agrave; vi fanno capolino. L'uso di certi &quot;nordismi&quot; (come &quot;marron&quot;, sempre usato in luogo di &quot;marrone&quot;) completa il graziosissimo quadro, inserendo, in questa storia che si svolge a cavallo fra due culture, quella giusta venatura regionale che la rende pi&ugrave; &quot;vera&quot; (il protagonista non &egrave; solo un italiano, &egrave; un italiano del Nord, di classe borghese, con abitudini da borghese del Nord, ecc).
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    <title type="html"><![CDATA[MASSIMILIANO MARRANI - CRASH TEST]]></title>
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    <updated>2008-05-12T20:30:34+02:00</updated>
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    <title type="html"><![CDATA[Pasolini poeta - di Giorgio Galli]]></title>
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    <published>2008-05-02T14:27:46+02:00</published>
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    <![CDATA[<p>(diario di un lettore)
&nbsp;
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Ero rimasto abbacinato dal Pasolini &ldquo;corsaro&rdquo; e &ldquo;luterano&rdquo;: le sue analisi, anzi le sue grida di dolore, m&rsquo;erano entrate nelle carni; poi la folgorante forza critica delle Descrizioni di descrizioni m&rsquo;aveva innamorato (sebbene in quel saggio io ravvisassi alcuni errori, ad esempio su Joseph Roth e sul personaggio dostoevskiano di Alesa Karamazov); la radiografia della prosa gramsciana contenuta ne Le belle bandiere e tutto il discorso sulla lingua che occupa la prima parte dell&rsquo;Empirismo eretico, con quel suo magnifico studio sulla pronuncia italiana di Saba e d&rsquo;altri letterati, m&rsquo;avevano mosso a un&rsquo;ammirazione che aveva un non so che di religioso: suscitava quasi tenerezza questo Pasolini scandagliatore degli aspetti pi&ugrave; umili, pi&ugrave; concreti della nostra lingua (la prosodia, la pronuncia, le &ldquo;calate&rdquo; regionali&hellip;) Il poeta m&rsquo;era invece risultato di difficile lettura, e nel complesso lutulento malgrado la bellezza incomparabile d&rsquo;alcuni versi. Solo adesso capisco che Pasolini mirava a un modo nuovo di far poesia, un modo &ldquo;dantesco&rdquo;, cio&egrave; enciclopedico, misto di sublime e di volgare, intessuto anche d&rsquo;invettive e di versi d&rsquo;occasione. Ma quali livelli raggiunge quest&rsquo;impasto, quest&rsquo;ibrido, questa &ldquo;sporcizia&rdquo; l&rsquo;ho capito al contatto con La religione del mio tempo. A una violenza da colpo di fiocina, ad un ubiquo panneggio di morte, quale corrusca maest&agrave; s&rsquo;accompagna, di colori da Rinascimento, da Barocco, di potenti raffigurazioni pittoriche d&rsquo;una densit&agrave; da tempera piuttosto che da olio o da acquerello. Comprendere la poesia di Pasolini significa comprenderne l&rsquo;aspetto visivo. E forse &egrave; per questo che io, che di sensibilit&agrave; visiva non ne ho punta, ho faticato a entrare nel suo mondo poetico. La mia mente &egrave; imbevuta di musicalit&agrave;, ma poco incline al visivo: ed anche questo era un motivo di distanza dalla poesia pasoliniana, il cui incedere lento e corposo non ha alcunch&eacute; di musicale.
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&nbsp;
Quali prodigiose intuizioni poetiche, illuminazioni sconvolgenti si trovano fra le combinazioni verbali di questi versi manieristici: ne ho solo una sottomano,: &ldquo;sfuriate di sole&rdquo; nella seconda parte del poemetto La ricchezza; ma ce ne sono infinite altre, a testimonianza d&rsquo;una passionalit&agrave; che, come tutte le passionalit&agrave; che prendono la forma dell&rsquo;amor mortis, ama oggettivarsi, farsi tutt&rsquo;uno con le cose.
Pasolini amava Gadda. Si potrebbe parlare a lungo del loro binomio: entrambi magmatici, entrambi pluristilistici, entrambi camminanti sul crinale scivoloso che divide (e unisce) Progresso e Conservazione. La differenza fra questi due grandissimi scrittori &egrave; tutta qui: nel fatto che in Pasolini c&rsquo;&egrave; amore, in Gadda meno: il che, forse, rende quest&rsquo;ultimo uno scrittore migliore, perch&eacute; l&rsquo;amore spesso induce in errore.
Con La religione del mio tempo, a mio avviso, Pasolini s&rsquo;inscrive di diritto fra i maggiori poeti del Novecento, almeno italiano. Meno discontinua di altre sue raccolte poetiche, pur con tutti gli &ldquo;errori&rdquo; letterari che caratterizzano il discorso pasoliniano (primo fra tutti, l&rsquo;errore di un descrittivismo talvolta portato all&rsquo;eccesso), La religione del mio tempo d&agrave; il meglio di s&eacute; nel poemetto eponimo e nella sua bellissima Appendice dedicata alla madre, nel poemetto dedicato Ad un ragazzo (in cui &egrave; adombrata la morte del fratello di Pasolini, Guido), e nelle Poesie incivili dell&rsquo;ultima sezione, che, a dispetto del titolo, contiene testi d&rsquo;una meditativit&agrave; quasi leopardiana. La ricchezza, il poemetto con cui s&rsquo;apre la raccolta, tocca il suo vertice con la Riapparizione poetica di Roma, e poi inizia a perder colpi, salvo risollevarsi, delicatamente, verso la fine, soprattutto con l&rsquo;altra rievocazione (pi&ugrave; pudica, quasi mascherata) della morte del fratello.
C&rsquo;&egrave;, in queste poesie, tutto il Pasolini ribelle e struggente, carico di rabbia e d&rsquo;infinita tenerezza, ferito, arso dal contrasto insanabile fra ragione e passione, fra senso d&rsquo;aridit&agrave;, sconforto, esclusione dal mondo, rifiuto addirittura del mondo (con conseguente attesa e assaporamento della morte) e un amore infinito per le creature, una piet&agrave; di pretta matrice cristiana. Per quanto ne so, mai le cocenti contraddizioni di Pasolini avevano dato un risultato cos&igrave; alto in poesia (n&eacute; mai lo ridaranno: il successivo Poesia in forma di rosa alterna pagine stupende ad altre ridondanti o decisamente di maniera, e Trasumanar e organizzar inaugura un modo &ldquo;sperimentale&rdquo; di far poesia ch&rsquo;era poco congeniale alla corda pasoliniana, essenzialmente lirica, mistica, vagamente pascoliana anche nei momenti di maggiore accensione &ldquo;politica&rdquo;).
Ho cominciato a rileggere anche Poesia in forma di rosa, e la prima impressione, a due anni di distanza, &egrave; che sia, nel suo complesso, inferiore alla Religione. Rileggendo La Guinea, ad esempio, mi sono trovato di fronte ad un poemetto in cui la seconda parte, politica, stona terribilmente con la prima, e in cui la conclusione &egrave; raggiunta con un salto troppo ardito, ai limiti del comprensibile. Ci&ograve; che resta, di queste otto pagine di versi, &egrave; l&rsquo;immagine stupenda della &ldquo;pioggia cotta dal sole&rdquo; ai piedi dei castagni. 
Nomi anche illustri hanno asserito che Pasolini, dopo il 1960, non ha pi&ugrave; scritto nemmeno una vera poesia. Io credo che alla radice di tale incomprensione vi sia la mancata considerazione d&rsquo;un fatto: che la poesia pasoliniana non ha nulla di novecentesco e di moderno. Sembrer&agrave; assurdo, poich&eacute; Pasolini forzava le forme metriche tradizionali, forzava le tematiche tradizionali, intercalava i versi con la prosa, e abusava di certi accorgimenti formali come l&rsquo;enjambement in una maniera che ricorda quella in cui Gustav Mahler sforzava il suono dei violoncelli o abusava degli ottoni e delle percussioni in certi punti delle sue Sinfonie. Ma il fatto &egrave; che Pasolini non &egrave; moderno nello spirito, come ho cercato di dire anche laddove ho definito &ldquo;dantesca&rdquo; la sua poesia. Da grande nichilista, egli mira a distruggere la poesia stessa, facendole varcare il confine che la separa dalla vita (di qui le pagine diaristiche, le divagazioni giornalistiche che in Trasumanar e organizzar finiscono per invadere lo spazio, lasciandone ben poco alla poesia nel senso tradizionale del termine).
Pasolini, per me, &egrave; stato l&rsquo;esempio pi&ugrave; lampante di quegli intellettuali che, nel Dopoguerra, scelsero un&rsquo;ideologia rivoluzionaria per un motivo conservatore. Egli s&rsquo;era formato nella buona borghesia del suo tempo. Il padre era un militare. Suo fratello fu un partigiano &ldquo;bianco&rdquo;, cio&egrave; cattolico, che mor&igrave; per mano di partigiani comunisti. Aveva ricevuto dunque un&rsquo;educazione tradizionale. Egli stesso racconta, ne Le belle bandiere, che era diventato antifascista da liberale, e che solo dopo la guerra aveva letto Marx.
Oltre a quella famigliare, l&rsquo;altra esperienza che incise su Pasolini fu l&rsquo;incontro col mondo contadino friulano, con il suo amore un po&rsquo; magico per la terra, e con il suo misticismo un po&rsquo; pagano e un po&rsquo; cristiano. Tutto questo si fuse in lui con la sua naturale tendenza al misticismo e alla piet&agrave;, e con il naturale conservatorismo della sua cultura umanistica e letteraria. Di fronte all&rsquo;avanzare dell&rsquo;industrialesimo, con la minaccia che esso comportava (e che di fatto comport&ograve;) per la tradizionale cultura umanistica, egli scelse un&rsquo;ideologia anticapitalista: ma la scelse per un motivo conservatore e non progressista.
Tracce del suo misticismo sono dappertutto nella sua poesia, nel cinema e nella narrativa. Persino film &ldquo;blasfemi&rdquo; come La ricotta attestano il suo rapporto tormentato, ma mai cessato, col cattolicesimo: la bestemmia era per lui il grido di dolore elevato ad un Dio che non sente (qualcosa che &egrave; poco cattolico, e tipicamente ebraico).
Ma ci sono anche tracce pi&ugrave; sottili di questo misticismo: la Passione secondo Matteo di Bach che fa da colonna musicale ad Accattone e il concerto di Vivaldi che costituisce il refrain di Mamma Roma tendono a stendere, sulle storie raccontate, un velo d&rsquo;imperturbabile eternit&agrave;, &nbsp;quasi che i personaggi pasoliniani, e il loro agitarsi, fossero &ldquo;figure&rdquo; di sempre: non veri e propri esseri umani, ma simboli, manifestazioni del Sacro.
Anche nei suoi scritti &ldquo;corsari&rdquo;, pur nella chiaroveggenza del suo sguardo, Pasolini rivel&ograve; il complesso substrato di tradizionalismo, misticismo e ribellismo ch&rsquo;era alla base della sua indole. Anzi, delle sue molte indoli. Egli non ebbe mai un atteggiamento mediatore, le sue non furono sfaccettature d&rsquo;una stessa personalit&agrave;, furono quasi fratture schizofreniche. La contraddizione in lui era vicina alla scissione di Pessoa: non c&rsquo;era conciliazione possibile fra le sue nature. Egli fu, come scrisse il direttore d&rsquo;orchestra Bernstein del compositore Mahler, &ldquo;un uomo tormentato e diviso, con lo sguardo proiettato nel futuro e il cuore immerso nel passato&rdquo;.
Posso azzardare una spiegazione psicologica di questo suo essere diviso: egli crebbe, infatti, in una famiglia dove padre e madre non andavano d&rsquo;accordo. E fu in essa che matur&ograve;, contraddittoriamente, sia il suo tradizionalismo, sia il suo impulso di ribellione. Non trov&ograve; mai pace, ma questa nevrosi ci ha regalato pagine letterarie fra le pi&ugrave; alte del Dopoguerra.
Per questo dico che per capire Pasolini bisogna capire il suo rifiuto totale della modernit&agrave;. Egli la rifiutava al pari di Guareschi (&egrave; un caso che i due, pur &ldquo;nemici&rdquo; ideologici, stavano per girare un film insieme?). Dichiar&ograve; a pi&ugrave; riprese il suo odio per la pittura e la musica contemporanee, e le sue opere rigurgitano di riferimenti all&rsquo;arte del Rinascimento e del Manierismo, cos&igrave; come le colonne sonore dei suoi films non hanno nulla di moderno: anche il jazz impiegato nel Vangelo secondo Matteo non risuona come musica nuova, ma piuttosto come musica antica, musica della tradizione di un popolo: tradizione che &egrave;, e non poteva che essere per lui, vissuta con un dolore che non ammette consolazioni.
Rivalutare la poesia di Pasolini significa cambiare completamente prospettiva. Come per Mahler c&rsquo;&egrave; chi lo guarda a partire dal Lied e chi dalla Sinfonia, anche per Pasolini c&rsquo;&egrave; un approccio che parte dalla poesia e un altro che parte dai saggi., ed entrambi sono perfettamente legittimi, cos&igrave; com&rsquo;&egrave; altrettanto legittima, ma non unica, una prospettiva olistica (legittima ma non unica perch&eacute; forse, con un autore cos&igrave; diviso, non bisogna cercare a tutti i costi l&rsquo;unit&agrave;). Partire dalla poesia significa addentrarsi in un terreno d&rsquo;una complessit&agrave; spaventosa, talmente spaventosa che l&rsquo;autore stesso non &egrave; riuscito a controllarla bene&hellip; e questo per il semplice fatto che era la sua complessit&agrave;, di cui non aveva un buon controllo neppure nella vita.
La magmaticit&agrave; che molti imputano a questa poesia come un difetto, in realt&agrave; le &egrave; connaturale, e genera tanto i frequenti cattivi risultati quanto i numericamente forse pi&ugrave; esigui, ma a mio avviso altissimi buoni risultati. Le poesie giovanili sono certamente quelle che meglio corrispondono alla sua indole primigenia, e &ldquo;pascoliana&rdquo;. I lavori successivi sono lavori di un uomo ferito ai limiti del trauma dissociativo dalla modernit&agrave;, dunque lavori d&rsquo;una coscienza alterata, violentata quasi da un totale dissidio con la realt&agrave;. Risentono, quindi, del volontarismo con cui egli gett&ograve; sale sulle ferite della propria frattura dal mondo. Per uno come Pasolini, infatti, una frattura non si poteva ricomporre, ma solo aggravare, e quindi lui accentu&ograve; gli aspetti traumatici del proprio distacco. Come negli ultimi films, in cui scelse d&rsquo;essere oscuro proprio per dare corpo in modo provocatorio alla propria condizione di &ldquo;diverso&rdquo;, di &ldquo;non capito&rdquo;. (In questo senso parlo d&rsquo;operazione volontaristica; e, se vogliamo dirla tutta, anche vittimistica.)
Credo quindi che le poesie dell&rsquo;ultimo Pasolini, che da qualcuno ho sentito definire &ldquo;nevrotiche al limite della grafomania&rdquo;, vadano valutate alla luce di ci&ograve; ch&rsquo;esse vogliono esprimere: che &egrave; appunto una nevrosi.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AtelierPoesia" >AtelierPoesia</a> | <a href="http://atelierpoesia.splinder.com/post/16956330/Pasolini+poeta+-+di+Giorgio+Ga#comment" >Commenti (1)</a><br /><br />
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