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  <title type="html"><![CDATA[Caffè letterario]]></title>
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  <subtitle type="html"><![CDATA[Siamo un gruppo di amici: ogni tanto ci incontriamo per chiacchierare,leggere, scrivere...
Volete condividere le nostre emozioni?]]></subtitle>
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  <name>anneheche</name>
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    <title type="html"><![CDATA[This chains are too long]]></title>
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    <published>2009-11-10T22:48:19+01:00</published>
    <updated>2009-11-10T22:48:19+01:00</updated>
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      <name>Univers</name>
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    <![CDATA[<p>Scosto lievemente la tenda e mi accorgo che fuori piove. Lo stato di trance gioca brutti scherzi e ruba le ultime energie mentali. Energie superflue.
Una tempesta di acqua e fango fin troppo prevedibile.
La citt&agrave; ne &egrave; assalita, solitaria e silente sotto un mantra malvagio e cupo.
Sono giorni, forse mesi di oscurit&agrave; e grigiore. Il tempo si &egrave; congelato, il tempo non vola pi&ugrave; come prima. L'universo non ci appartiene e il mondo &egrave; diventato una pillola amara da ingoiare e digerire.
Le strade che riesco a vedere sono deserte, vuote, ferite.
Ho la febbre. Mi sento spossato e non mangio da due giorni. Sorrido sinistramente e non ho la forza di trascinarmi altrove.
Una febbrucola insolita, che conduce alla stanchezza, accompagnata da macchie sulla pelle, affanno e problemi respiratori.
Ascolto uno strano fruscio di lenzuola nell'altra camera da letto.
Ho paura e non so esattamente qual'&egrave; il nemico. In quest'appartamento condiviso ogni spazio di pavimento &egrave; stato violato da quando tutto &egrave; iniziato.
Ogni tanto mi tornano alla mente delle strambe metafore.
La luce di Dio ha abbandonato la scena, il sipario &egrave; mezzo consumato, la platea non paga pi&ugrave; il biglietto. Una nuova onda, una nuova prospettiva. Cose cos&igrave;.
Non ci impiegherei molto a spiegare a qualcuno che non sa. Mettiamo che ci sia un morbo che sembra curabile, come tante patologie nella storia dell'uomo. Poi qualche variabile insolita accade. Si perde la sicurezza, si perdono le contromisure, si perde il controllo.
Come i dinosauri ci estinguiamo. Si. Siamo una razza impura, sola, in disequilibrio.
La gente adesso non respira pi&ugrave; come prima, sopravvive e poi muore, cos&igrave;, senza combattere il round. Si muore mentre altri si ammalano e si contagiano e magari credono di farcela.
E queste catene sono cos&igrave; difficili da sopportare, queste catene sono ancora tese, queste catene non si spezzano.
Ancora quel fruscio. Poi silenzio. Poi un tonfo improvviso e violento, un suono minaccioso. Un rantolo. Una parola a met&agrave;, al limite del percettibile. Poi il nulla, il reset.
Chiudo gli occhi. Se n'&egrave; andato via un altro tizio. Non ricordo neanche pi&ugrave; chi sia l'ospite della settimana. Come si fa a piangere?
Ho difficolt&agrave; a deglutire. Il respiro mi si strozza.
Mi tremano le mani. Perdo l'equilibrio.
Sudo freddo.
Non ho alcun pensiero di speranza.
Solo vuoto e una linea retta e infinita.
Vorrei suonare la chitarra per l'ultima concessione.
Vorrei.
Ma non sono.
Non sono pi&ugrave;.
Questo &egrave; un incubo da ricordare.
Queste catene sono troppo dure.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/Univers" >Univers</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21672641/This+chains+are+too+long#comment" >Commenti (2)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[UNA VACANZA]]></title>
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    <published>2009-11-05T23:41:16+01:00</published>
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      <name>reminiscenza</name>
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    <![CDATA[<p>








Le immagini si susseguono in un&rsquo;interminabile sequenza come in una pellicola senza fine. Alberi, prati, strade, case e l&igrave; in fondo il mare, la spiaggia, lei. I pensieri non seguono la velocit&agrave; con cui mi sposto, sono fissi, immobili. Legati a quei granelli di sabbia sulla sua pelle, al sapore salato che aveva, al profumo che ne esaltava la freschezza. Giochi di bimbi adulti, di adolescenti maturi, sono stati i nostri continui contatti, per un&rsquo;ennesima conferma che non fosse un sogno, che esistessimo veramente. In quella verit&agrave; fantastica ci sguazzavamo, agitavamo le mani, le braccia, per spiccare il volo, andare lontano io e lei soli; per scappare verso quel mondo che ci siamo costruiti in pochi giorni, per preservarlo e preservarci dal tempo che scorreva sul calendario delle vacanze e ne assottigliava lo spessore. Quante volte le ho chiesto come sarebbe stato, come avremmo affrontato il futuro, dopo la fine dei giorni. Ma erano attimi rubati al presente che non valeva la pena consumare per fare stupide ipotesi e menzognere promesse. La sua mano pronta sulla mia bocca la faceva tacere, e le sue parole pronunciate sottovoce, riaccendevano l&rsquo;allegria, spazzando via quei principi di nostalgia la cui esistenza era assurda. &ndash; Vivere ora, vivere adesso, per il futuro c&rsquo;&egrave; tempo &ndash; &nbsp;questo ripeteva continuamente e affogava la montante malinconia con un bacio. Era il suo modo di vivere e per due settimane &egrave; stato anche il mio. Mi aveva stregato. Ero inspiegabilmente coinvolto in un susseguirsi di azioni, che in altri momenti non avrei mai fatto, e che hanno messo in evidenza un aspetto della mia personalit&agrave; sconosciuto. Mai avrei pensato di provare un piacere cos&igrave; intenso, cos&igrave; assurdo, da togliere il fiato. Chiuso com&rsquo;ero nella mia vita borghese, dove assicurarmi il futuro, anche quello sentimentale, era una necessit&agrave;, sfuggivo a quest&rsquo;altro mondo fatto di precariet&agrave; e di un sottile piacere totalmente appagante. Era il sapore della trasgressione che per la prima volta mi riempiva la bocca. Aveva un gusto esotico l&rsquo;abbandono ai sensi. Instancabilmente continuava a provocarmi, a fare scempio di quell&rsquo;amore che cercavo di costruire, per sancirlo a un livello superiore, dove la carne non era una sua componente, ma solo lo strumento del piacere.


 &ndash; Sei geloso? &ndash; mi aveva chiesto. Sapeva benissimo che lo ero. Lo sono sempre stato. Impazzivo al solo pensiero che potesse toccare un altro, desiderarlo. Allora perch&eacute; quella domanda? Mi chiesi prima di risponderle &ndash; lo sono &ndash;
Aveva sorriso e si &egrave; alzata, con sicurezza percorse i pochi metri che ci dividevano dal bancone del bar e disse qualcosa nell&rsquo;orecchio del barman. Gli fece una carezza lanciandogli un bacio in aria. Poi torn&ograve; a sedere. Guardavo lei e guardavo il barman, alternavo lo sguardo aggrottando le sopraciglia. Il cuore cominci&ograve; a battermi forte, sembrava volesse uscirmi dal petto. Non dissi niente, ascoltai le sue parole &ndash; ti amo, stasera esco con lui, se vuoi puoi venire anche tu &ndash;. Restai basito, incredulo, &nbsp;per quel suo gesto tanto strano. Avrei dovuto mandarla a farsi fottere, ma non lo feci perch&eacute; qualcosa successe: inspiegabilmente mi ero eccitato all&rsquo;idea di uscire in tre. L&rsquo;aveva capito e l&rsquo;aveva voluto constatare, allora sorrise e mi disse &ndash; stronzo &ndash; si alz&ograve; &ndash; ti aspetto in camera &ndash; 
Facemmo l&rsquo;amore in un modo straordinario, l&rsquo;eccitazione resisteva al tempo. Le sue parole alimentavano fantasie insensate, impossibili e sentivo l&rsquo;orgasmo nascere dentro la testa, battere nelle vene del cervello, una due tre volte, dopo scorreva lungo il corpo facendolo fremere. Impazzivo. 
Dopo restammo stesi sul letto a guardare il soffitto e a fumare una sigaretta, mentre i nostri corpi dissipavano il calore nella brezza che penetrava dalla finestra socchiusa. 
&ndash; Dicevi sul serio prima? &ndash; le chiesi buttando fuori il fumo &ndash; certo! &ndash; rispose&hellip;

Cos&igrave; i giorni passarono, mentre le nostre vite s&rsquo;intrecciavano sempre pi&ugrave; con giochi al limite della decenza. Era impossibile fermarsi un attimo a razionalizzare per cercare di capire, eravamo sempre in continuo fermento. Appena finivamo di far l&rsquo;amore, si alzava dal letto proponendomi subito qualcosa, non la definiva mai completamente, la lasciava coperta con un velo di mistero per scoprirla solo quando l&rsquo;avrebbe realizzata. Aveva una fantasia senza fondo, e da tutto traeva spunto affinch&eacute; il nostro piacere fosse pi&ugrave; intenso. I particolari insignificanti di qualsiasi cosa erano quelli che preferiva, diceva che erano pi&ugrave; stimolanti, dimostrandomelo fino alla fine.

Eravamo in stazione, ormai il tempo era finito. Ci tenevamo stretti, fusi nell&rsquo;abbraccio come se dovesse durare in eterno. Incuranti delle persone in attesa sulla banchina, stavamo a modo nostro, consumando l&rsquo;ultimo orgasmo. Davanti a tutti. 
&ndash; Ti faccio venire per l&rsquo;ultima volta &ndash; mi aveva sussurrato nell&rsquo;orecchio. E si stingeva sempre pi&ugrave; e dava dei piccoli colpi col bacino. Colpi impercettibili perch&eacute; li sapeva sapientemente inserire nella danza dei nostri corpi. A pochi metri c&rsquo;era il capostazione che ci osservava e ogni tanto muoveva il capo con dissenso. Quando decise di intervenire per invitarci ad assumere un contegno decoroso, stava per arrivare il treno e comunque tutto era gi&agrave; compiuto. 
Era stato un distacco semplice, era cos&igrave; che lei voleva. Appena arriv&ograve; il convoglio, mi invit&ograve; a salirci. Dal finestrino l&rsquo;ultimo tocco, nessuna parola, solo un bacio soffiato nella mia direzione mentre si allontanava, ancor prima che il treno partisse. La vidi fermarsi con il capostazione, scambiare qualche parola; e nel momento in cui fischi&ograve; e agit&ograve; la paletta per la partenza, stringergli il sesso con una mano e poi scappare via. Si volt&ograve; per l&rsquo;ultima volta prima di entrare nel sottopassaggio e la sentii gridare, &egrave; stato bello, agitando in aria le mani. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/reminiscenza" >reminiscenza</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21641530/UNA+VACANZA#comment" >Commenti (6)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[L'INVIDIA DEI FIORDALISI]]></title>
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    <published>2009-11-04T07:06:06+01:00</published>
    <updated>2009-11-04T07:06:06+01:00</updated>
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      <name>anneheche</name>
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    <![CDATA[<p>&quot;Sei un fenomeno!&quot; 
Glielo dicevano tutti ed era vero perch&eacute; segnava cinque gol a partita. Naturale che fosse destinato al calcio, quello autentico, e infatti a diciotto anni giocava in serie C e a ventidue in B. Ma non arriv&ograve; mai in A. Aveva dei chiari limiti, tecnici, fisici, di personalit&agrave;. Trascorse la carriera fra seconda e terza serie, non andando mai oltre le otto reti a stagione. 
Quando comp&igrave; i trentaquattro anni, aveva le caviglie in disordine e meditava di ritirarsi. Ma quell'estate si ritrov&ograve; protagonista involontario di un complicato giro di acquisti e di vendite, e fin&igrave; alla Roma. Firm&ograve; un contratto per lui pi&ugrave; che sontuoso e naturalmente si vide tutto il campionato dalla tribuna. Andava bene cos&igrave;. Da tempo ormai sapeva di non essere un fenomeno, ma solo uno dei tanti, tantissimi, ragazzi baciati dalla passione ma non dal talento, quantomeno non da &quot;quel&quot; talento necessario per imporsi ad alti livelli. 
L'otto maggio ci fu la finale di Champions League. Spalletti si ritrov&ograve; senza Totti, squalificato, Mancini, Taddei e Perrotta, tutti infortunati. Marco Palestrione, il &quot;fenomeno&quot;, per la prima volta si accomod&ograve; in panchina. Da l&igrave; vide Rooney fare un lancio di quaranta metri, Cristiano Ronaldo addomesticare la palla e involarsi, Tevez mettere in rete. Il Manchester sfior&ograve; due o tre volte il raddoppio, poi si limit&ograve; a controllare la partita senza affanni. La Roma ruminava gioco in modo inconcludente. La sorte di quella finale era gi&agrave; segnata: i red devils si sarebbero confermati campioni d'Europa per la seconda volta consecutiva. 
Palestrione non seguiva pi&ugrave; la partita. Sognava. 
Un piccolo prato alla periferia della citt&agrave;. Marco era orgoglioso della sua maglietta rossa, dei calzoncini bianchi, ma soprattutto del numero nove stampato sulla schiena. Aveva gi&agrave; fatto tre gol e mentre ciondolava per il campo, vagamente insuperbito, incontr&ograve; lo sguardo di una ragazzina bionda. Era piccolina, magra, ma con degli occhi straordinari. Lei si accorse che lui l'aveva notata, e gli rivolse un sorriso timido. Marco ricambi&ograve;, ignorando il passaggio del mediano e perdendo la palla. Non era importante. Due minuti dopo scart&ograve; quattro avversari, portiere compreso, e deposit&ograve; il pallone in rete con un tocco felpato. Poi si disinteress&ograve; completamente del gioco per guardare la biondina. 
Si chiamava Sonia, abitava nel suo stesso quartiere, lavorava come commessa in un supermercato. Faceva l'amore in modo divino. La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna. 
Si sposarono, e lei lo segu&igrave; in tutte le citt&agrave; dove la sua professione lo portava. 
Era una presenza costante, era il vero significato della sua vita: ben oltre il calcio. 
Si trovava talmente assorto in quei pensieri che non si accorse che la Roma aveva pareggiato. Fu riportato alla realt&agrave; dall'entusiasmo degli altri giocatori che sedevano in panchina con lui. Finse di esultare, anche se a dire il vero non gli importava molto. Perch&eacute; era arrivato a un'altra pagina della sua vita. Il giorno pi&ugrave; brutto. Quando quell'orribile dottore gli aveva detto che non c'erano pi&ugrave; speranze. A distanza di poche ore Sonia lo lasci&ograve; per sempre. Nel vuoto della solitudine e dell' infelicit&agrave;. Del rimpianto di un amore unico, assoluto, meraviglioso. 
Una mano si pos&ograve; sulla sua spalla facendolo sobbalzare. Era l'allenatore. &quot;Mancano due minuti.&quot;, disse. &quot;Entra.&quot; 
Palestrione lo guard&ograve; sconcertato. &quot;Io?&quot; 
&quot;S&igrave;, tu!&quot;, rispose Spalletti spazientito. &quot;Sei fresco e sai tirare bene i rigori. Andrai sul dischetto per ultimo. Non pensarci troppo, tira una gran botta e segna.&quot; Poi si gir&ograve; per richiamare l'attenzione del quarto uomo. 
Palestrione fece il suo ingresso in campo un istante prima che l'arbitro fischiasse la fine. La finale si sarebbe decisa ai rigori. Lui fece qualche corsetta, giusto per scaldarsi un po'. 
&quot;Sai tirare bene i rigori.&quot; 
Lo sapeva. Non ne aveva mai sbagliato uno. Quando vedeva la palla rotolare in rete, cercava sempre lo sguardo di Sonia. Poi... poi non aveva cercato pi&ugrave; niente. Si era sempre allenato con impegno, aveva giocato, bene o male a seconda dei casi, ma non aveva pi&ugrave; tirato dal dischetto. 
&quot;Sei un fenomeno!&quot; Sorrise, ma pi&ugrave; che un sorriso il suo risult&ograve; un ghigno. Anche Sonia gli diceva che era bravo. I compagni lo chiamarono. Toccava a lui. Alz&ograve; gli occhi verso il tabellone luminoso. Gli inglesi avevano trasformato tutti e cinque i rigori, la Roma non aveva fallito i suoi. Se lui avesse segnato, si sarebbe proseguito a oltranza; se avesse sbagliato, la coppa sarebbe tornata a Manchester. 
Raccolse il pallone e lentamente si avvi&ograve; verso il dischetto. 
Il pubblico tratteneva il fiato. 
Come sempre, Palestrione era calmo. Deposit&ograve; con cura la palla, trasse un profondo respiro e si allontan&ograve; per prendere la rincorsa. In quegli attimi non pensava che sarebbe potuto passare alla storia, lui, mediocre calciatore di provincia. Non pensava che avrebbe potuto sbagliare, condannando la sua squadra alla sconfitta. 
La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna. Ci furono molte altre volte, cos&igrave; belle da far invidia ai fiordalisi, cos&igrave; dolci da ricordare il profumo di una serata di maggio. &quot;Ti amo!&quot;, diceva lei. &quot;Ti amo!&quot;, rispondeva lui. &quot;Avremo un bambino e assomiglier&agrave; a te.&quot;, diceva Sonia. &quot;No, tanti bambini, e saranno come te.&quot;, rispondeva Marco. Si stringevano e restavano abbracciati, mentre le stelle si spegnevano una ad una, mentre il vento sussurrava le sue fiabe agli alberi, e la notte avvolgeva il mondo con il suo manto intessuto di sogni. L'alba li vedeva ancora abbracciati, e il suo primo sorriso era per lei. Bevevano il caff&egrave; pregustando l'incanto di una nuova giornata. Ridevano e parlavano del futuro. Lei scherzava, prendendolo in giro per il naso troppo lungo. Lui ribatteva che esistevano delle proporzioni segrete, note soltanto ai saggi, e che un naso lungo era assai importante. Lei lo baciava. Lui le accarezzava il viso. Gli occhi di Sonia splendevano di felicit&agrave;. Gli occhi di Sonia si sarebbero chiusi per sempre. 
Ma non doveva pensare. Scroll&ograve; la testa, come per sgombrare la mente. Guard&ograve; il portiere avversario. 
Corse verso il pallone. 
Ci furono molte altre volte, cos&igrave; belle da far invidia ai fiordalisi. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/anneheche" >anneheche</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21628187/L%27INVIDIA+DEI+FIORDALISI#comment" >Commenti (8)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Il lupo apparirà davanti a te]]></title>
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    <published>2009-10-31T01:59:18+01:00</published>
    <updated>2009-10-31T01:59:18+01:00</updated>
    <author>
      <name>Ariendil</name>
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    </author>
    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>Il lupo apparir&agrave; davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perch&eacute; il lupo conosce l&rsquo;ordine delle foreste. Egli ti condurr&agrave; per via piana verso il Paradiso.
&nbsp;
Sono anni che non vedo tante stelle. Lontano dalle luci della citt&agrave;, il cielo esplode nella sua bellezza in una sfavillante manifestazione della magia pi&ugrave; grande, quella del volto sereno di una notte d&rsquo;inverno. Ce ne sono state un&rsquo;infinit&agrave; nella mia vita, notti tanto belle che mi addormentavo piangendo di gioia. In tutte, tu eri con me. Inizio a scordarle. Amore mio, inizio a scordare quelle notti che avevo giurato di tenere con me per sempre. &Egrave; per questo che sono qui. Ora, prima che io perda anche l&rsquo;ultimo ricordo di noi.
&nbsp;
Il lupo apparir&agrave; davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perch&eacute; il lupo conosce l&rsquo;ordine delle foreste. Egli ti condurr&agrave; per via piana verso il Paradiso.
&nbsp;
Dicevi che ero il tuo lupo, che avevo gli occhi di un lupo quando ti guardavo e ti volevo, che guaivo come un lupo quando mi accucciavo su di te dopo l&rsquo;amore e aspettavo le tue carezze. Io stavo zitta ad ascoltare il silenzio, a godermi il tocco delle tue mani e a respirare il tuo odore. Ma io non sono un lupo, io non conosco l&rsquo;ordine delle foreste. Non ho saputo portarti in Paradiso. Eppure era quello che volevo fare, non desideravo altro che prendere la luna per farle sorvegliare le tue notti e un frammento di sole per farlo splendere sempre sulle tue giornate, non desideravo altro che raccogliere i tuoi sogni pi&ugrave; belli in uno scrigno da lasciarti sul comodino perch&eacute; tu lo aprissi ogni volta che volessi riviverne uno. Non desideravo che la tua felicit&agrave;.
&nbsp;
Il lupo apparir&agrave; davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perch&eacute; il lupo conosce l&rsquo;ordine delle foreste. Egli ti condurr&agrave; per via piana verso il Paradiso.
&nbsp;
L&rsquo;aria &egrave; fredda nel bosco, mi punge la pelle come se volesse avvertirmi di un pericolo incombente. Non importa, non ci sono pericoli che possano spaventarmi pi&ugrave; di quanto non faccia gi&agrave; l&rsquo;idea di un&rsquo;altra alba senza di te. Abbandono il sentiero e prendo la via degli animali inoltrandomi nel fitto degli alberi. Davanti alla mia bocca il respiro si condensa in nuvole bianche che si dissolvono in un istante, davanti ai miei piedi la nebbia gioca a creare volute ingannatrici. Ho perso l&rsquo;orientamento gi&agrave; da un po&rsquo;, ma continuo ad andare avanti: non sto seguendo un itinerario, non ho una meta. Cerco lui. E lo trover&ograve;, dovessi camminare per tutta la notte.
&nbsp;
Il lupo apparir&agrave; davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perch&eacute; il lupo conosce l&rsquo;ordine delle foreste. Egli ti condurr&agrave; per via piana verso il Paradiso.
&nbsp;
Sono venuta fin qui con queste parole nella testa. &Egrave; un antico canto funebre che intonavano gli sciamani rumeni per invocare lo spirito guida del lupo che avrebbe condotto il defunto nell&rsquo;Aldil&agrave;. Al momento non riesco a capire se le sento davvero o se le sto solo immaginando. Non importa neanche questo: lui &egrave; davanti a me, l&rsquo;ho trovato finalmente.
Il lupo mi guarda con occhi fieri. No, amore, non somigliano ai miei, sono molto pi&ugrave; belli, hanno qualcosa di nobile, di antico e di eterno. Un giorno li vedrai anche tu, tra moltissimi anni, quando la vita ti avr&agrave; dato tutto quello che desideri e allora, forse, ti ricorderai di me.
&nbsp;
Il lupo apparir&agrave; davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perch&eacute; il lupo conosce l&rsquo;ordine delle foreste. Egli ti condurr&agrave; per via piana verso il Paradiso.
&nbsp;
&laquo;Portami con te.&raquo;</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/Ariendil" >Ariendil</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21601883/Il+lupo+apparir%C3%A0+davanti+a+te#comment" >Commenti (7)</a>
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    <published>2009-10-28T10:57:15+01:00</published>
    <updated>2009-10-28T10:57:15+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>


POLTRONCINA NR. 8



Pensavo tu dovessi arrivare all'improvviso e cos&igrave; &egrave; stato. 

Prima scena. 
Arrivo dal piano terra, dove ci sono le biglietterie. Salgo le scale con la battuta di ferro, vedo sorgere la Sala 3, dove proietteranno il film, un cartone, tra l'altro. Mi giro per caso o forse no, forse &egrave; il caso che sta lavorando per mettermi in qualche anomalia delle sue. Ti vedo a qualche passo da me, forse vai nei bagni. Il tuo culo nei jeans ondeggia rapido, energico. Sculetti. Da come una sculetta si capiscono tante cose. Ci sono donne che non sculettano. Invece il tuo sculettare viene da dentro, c'&egrave; un canale che porta direttamente al tuo centro, kundalini o che so io. Come il gusto del barricato che non vedi, ma c'&egrave;. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto e la tua energia impalpabile mi prende e si mette dentro e fuori. Ora devo entrare.

Seconda scena.
Prendiamo posto. Siamo solo in cinque nella fila G, io, i miei due companeros, una ragazza. Io ho il numero 7. La ragazza ha il numero 9. 8 ancora vuoto, per il momento. Prendo confidenza con la poltrona, con gli occhialini e nel frattempo dal fondo, che scende le scale, arriva qualcuno. Riconosco i tuoi jeans, le tue scarpe. Sei molto normale, ma non ti trovo nulla fuori posto ed il tuo posto &egrave; il numero 8. Non faccio neanche in tempo a guardarti in faccia che spengono le luci, ti siedi accanto a me, ci camuffiamo con gli occhialini. Ti sento vicina. Cos&igrave; vicina&nbsp; come se mi stessi guardando dentro. Come se ci fosse una misteriosa intesa, fatta di aure che si incrociano prima ancora di un contatto con la carne. Mi stai frugando dentro, come io frugo te. Sar&agrave; vero? 

Terza scena. 
Il film &egrave; cominciato. Ho un orecchio al film e un altro su di te. Ho la sensazione che sia cos&igrave; anche per te. Quelle sensazioni che senti pi&ugrave; vere di un assioma, pi&ugrave; vere di ogni altra cosa. Mi pare di avere la perecezione delle tue percezioni. Non mi perdo un tuo respiro, sono fortunato, mi sei proprio a fianco. Sento le tue risate. Mi piace come ridi. Hai una risata un po' roca e come il tuo culo mi parla di qualcosa che hai dentro. Mi parla di te. MI piace la tua risata un po' roca. Graffia e scalda come mi piacerebbe facessi tu. Ti stiri un po' sulla poltroncina, spingendo fuori il petto. Vorrei accarezzarti mentre ti spingi fuori cos&igrave;. Vorrei che morissi delle mie cure come io vivo di&nbsp; questo desiderio. Le tue cosce sono cos&igrave; vicine. Vorrei accarezzarti. Ho la sensazione che tu ti stia spingendo in fuori per me. Sar&agrave; la mia mente che sogna, per&ograve; &egrave; molto umile in questo momento, &egrave; molto rigorosa. E' come se si attenesse ad un genere di fatti invisibili, ma molto reali.

Scena quarta. 
Incroci le gambe. Appoggi la caviglia sul ginocchio. La suola della tua scarpa tocca leggermente la mia gamba. Non mi muovo, non posso. In altre occasioni l'avrei tolta. L'avrei tolta per qualsiasi altra donna, ma con te ora non posso. Per te, che non conosco, che vedo per la prima volta, che sento dentro come capita solo quando si &egrave; baciati dal destino. Forse ti sei accorta o forse no che mi stai toccando. Lasci la tua suola l&igrave;. E non credo neanche che tu sia zoccola. Forse &egrave; un caso che ti sia messa cos&igrave;, ma neanche tu puoi farci niente. Neanche tu vuoi muoverti. Mi sento cos&igrave; pieno di desiderio. Se l'erotismo &egrave; qualcosa &egrave; quello che sei tu ora. 

Scena quinta. 
Tutto il film cos&igrave;. Ascolto le tue risate, ascolto le mie, sperando che ti piacciano. Ti muovi per spostare la maglia dal bracciolo e mi sposto anch'io, sollevandomi dalla mia finta indifferenza. Tanto lo sai che non mi sono perso una sola tua mossa. Si accendono le luci. Ti alzi in piedi prima di me. Io devo restare seduto un attimo a sistemare gli occhialini. Non ti ho ancora visto in faccia. E magari neanche tu. Non me ne vado senza averti guardata. Sollevo gli occhi per guardarti. Hai i capelli mossi, nervosi, di quella bellezza che ti si agita dentro e di cui immagino mentre me ne nutro correndoti a fianco lungo la Senna o lottando a letto a chi uccide di pi&ugrave;. E mentre ti contemplo, mentre ti bevo con la gola spalancata anche tu ti giri e abbassi gli occhi per guardarmi. Non avevi bisogno di guardarmi. Avevi tutta la sala per guardare. E' troppo innaturale il tuo girarti per guardarmi. A meno che tu non volessi guardare me. E mi guardi, senza alcun dubbio, i tuoi occhi dritti e pieni nei miei. Non hai la faccia che mi aspettavo. Non ti ho vista su nessuna copertina, ma non cambierei una notte d'orgia con un tuo miuscolo grammo. Sei una spada. Ti pianti dentro come un vessillo e il drappo sventola, pesante e odoroso, fumoso. Non posso nemmeno parlarti. 

Scena sesta. 
Riprendiamo la strada. Ti vedo ancora nel parcheggio, ti infili in macchina con la tua amica. 

Come la giostra, ritorni.



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    <title type="html"><![CDATA[The shattered fortress]]></title>
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    <published>2009-10-24T01:26:02+02:00</published>
    <updated>2009-10-24T01:26:02+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>La baracca abbandonata l&igrave; in mezzo, come un neo putrefatto su una vasta distesa di terreno arido, non avrebbe resistito a lungo.
Calcolai qualche notte ancora di autonomia e poi saremmo finiti, spazzati via con essa. Ci identificavamo con quell'ammasso di cemento marcio, ormai. Parole come estinzione, distruzione e cessazione avevano riempito il nostro vocabolario da qualche tempo. Fin da quando l'orizzonte era apparso indefinito, dai colori scuri e minacciosi. Per l'esattezza fin da quando qualcuno aveva confuso le boccette in laboratorio, qualcun altro aveva schiacciato il tasto sbagliato per riempire il codice, qualcun altro ancora aveva dimenticato di monitorare le scorte degli antidoti. Bum. Il mondo &egrave; impazzito. Non esiste pi&ugrave; un briciolo di piet&agrave;. Non che qualche anno prima andasse meglio. Ma il sergente qui, un uomo stanco e avvilito e senza un braccio, staccato via a morsi, ci dice che dobbiamo essere noi i civili. Si fa chiamare sergente e non gli ho mai chiesto il motivo. A dire il vero, io non ho mai chiesto niente a nessuno. Mi trovavo al supermercato con il mio figlioletto, quando &egrave; scattato l'allarme e si &egrave; inferocito il caos totale. Ho perso tutto, cognizione del tempo, lavoro, reputazione, sentimenti, tutto, nel giro di una giornata interminabile. I film diventano realt&agrave; ogni tanto.
Ora, mentre scrivo il resoconto di oggi, non abbiamo niente: via la fiducia, via la speranza, via i residui di salute. Solo disperazione, combattiamo con quella, quasi a mani nude. I pochi disperati sopravvissuti, racconterebbero. I pochi stronzi che non hanno ancora il coraggio di farla finita, correggo io.
Oggi &egrave; morto un altro compagno. Ha iniziato a urlare come un pazzo appena sveglio, poi si &egrave; strappato i capelli e i vestiti di dosso, correndo nudo verso il sole pallido e la scogliera a poca distanza da questa radura squallida. E' finito in qualche modo: squartato, soffocato, caduto in mare? Non saprei, abbiamo tirato a sorte e la sorte continua a ridere di noi derelitti.
Il sergente ha mormorato qualcosa e poi ha richiuso gli occhi. Non fa altro che dormire quasi tutto il tempo, reggendo in mano la sua vecchia pistola scassata. Lui dovrebbe sostenerci, forse &egrave; l'unico in grado di farlo con le parole. Conosce l'alfabeto e sa mettere insieme un discorso giusto al momento opportuno.
Poi ci sono loro. I nostri invasori. Il tumore che ha voluto distruggerci. Non sono alieni, non sono bestie, non sono parassiti o virus. Sono proprio come noi. Solo un po' meno morti, magari meno butterati e di aspetto pi&ugrave; presentabile. Camminano, non si fermano mai, giorno e notte. Hanno tagliato i fili, hanno sterminato i collegamenti, hanno calpestato le strutture che mettevano in condizione di abitare il pianeta nel modo ipocrita che sapevamo. 
Deglutisco a fatica, continuo a osservare come una sentinella dietro agli alberi l&igrave; in fondo. L'aria si sta raffreddando lentamente qui fuori. Scoppiano tempeste di pioggia e grandine improvvise, il fumo degli incendi ci annerisce la vista, deperiamo a vista d'occhio per la fame.
Loro invece sopravvivono, germogliano. E avanzano. E divorano la terra sotto i piedi. E conquistano. Ci fanno capire dove abbiamo sbagliato con il resto della loro umanit&agrave;.
Sono i nostri fratelli fortunati chiamati a punirci. A fare tabula rasa sulla Terra, all'alba tetra di una nuova era. E io ho capito il motivo, ma mi guardo bene dall'esternarlo agli altri.
E tra poco ci arrenderemo. Non abbiamo altra scelta. Le opportunit&agrave; sono sfumate, il gioco non da altre caselle su cui puntare.
Lontano, ma non abbastanza, si solleva la polvere. Stanno arrivando e hanno anticipato ogni nostra inutile previsione.
Li riconosco, seppur a fatica. Orribilmente la luce illumina i loro volti cattivi e risoluti. Eccoli, il mio vicino, mia moglie, il capo della fabbrica dove ho buttato via energie per anni, il dottore che abita al terzo piano, gli amici di scuola. Armati fino ai denti, gridano vendetta e cose come pulizia, ordine, giustizia.
E ancora non dico agli altri il motivo per cui siamo braccati. Ansimo e digrigno i denti, in una smorfia mostruosa.
Non siamo altro che anime infette e tormentate, tratteggiate da tenebre e rimpianti. E il nostro inferno &egrave; prossimo quanto la loro salvezza.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/Univers" >Univers</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21557678/The+shattered+fortress#comment" >Commenti (17)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[L'enigma del tempo]]></title>
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    <published>2009-10-20T19:58:02+02:00</published>
    <updated>2009-10-20T19:58:02+02:00</updated>
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      <name>Luna70</name>
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    <![CDATA[<p>Vi &egrave; mai capitato di assistere a uno slittamento temporale? Di vedere cose appartenute a un altro tempo? Forse non crederete al mio racconto, io stessa non mi capacito di come possa essere accaduto, ma sono stata testimone di un fatto incredibile. Mi chiamo Jane O&rsquo;Neill e un giorno, in compagnia di un amico, visitai la chiesa di&nbsp; Fotheringay. Appena entrata, rimasi affascinata da un dipinto che si trovava dietro l&rsquo;altare maggiore. Si trattava di una tela raffigurante la crocifissione e mi colp&igrave; a tal punto che mi soffermai a lungo ad ammirarne le linee e i colori. Forse fu il viso di quel Cristo sofferente ad entrarmi nell&rsquo;anima; la cosa certa &egrave; che, tornata nella mia camera d&rsquo;albergo, parlai col mio amico delle sensazioni che aveva suscitato in me quel quadro.
Lui mi guard&ograve; aggrottando la fronte. &ldquo;Scusa, ma di che quadro stai parlando?&rdquo; mi chiese con stupore. L&igrave; sul momento risi di quella che credevo una battuta. Non potevo pensare che non avesse visto il dipinto. Era piuttosto grosso ed era praticamente impossibile non notarlo. 
Quella notte faticai ad addormentarmi. Sentivo una forte agitazione, quello che ignoravo era il motivo per cui provassi queste strane emozioni.
Tuttavia, il mattino dopo l&rsquo;episodio fu completamente archiviato. Mi convinsi di essermi &nbsp;lasciata suggestionare da quello strano quadro e che il mio amico volesse solo tirarmi un brutto scherzo, affermando che secondo lui dietro all&rsquo;altare maggiore non vi era alcun dipinto.
La cosa strana mi successe l&rsquo;anno seguente, quando tornammo in quella chiesa. Tutto mi sembr&ograve; diverso: la pala d&rsquo;altare era scomparsa e tutto l&rsquo;interno della chiesa appariva completamente mutato.
Ne parlai col mio amico che rimase sconcertato dalle mie parole. Lui semplicemente non vi trovava nulla di diverso!
Cos&rsquo;era accaduto? Mi chiesi spaventata. Com&rsquo;era possibile che io avessi visto cose che in realt&agrave; non esistevano? E che fine aveva fatto il dipinto? Possibile che l&rsquo;avessi solo immaginato? Eppure mi ero soffermata ad esaminarlo minuziosamente!
Fu allora che cominciai a interessarmi agli slittamenti temporali. Mi recai da un&rsquo;esperta in materia, una certa Joan Forman che mi mise in contatto con un noto antiquario della zona. Dal mio racconto egli cap&igrave; che la chiesa che avevo veduto non era quella attuale. Cos&igrave; si presentava all&rsquo;incirca attorno al 1553.
Dunque io avevo compiuto un salto nel tempo! Per quanto possa sembrare folle l&rsquo;idea, questo &egrave; quello che mi accadde. A volte la fantasia pu&ograve; superare la realt&agrave;.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/Luna70" >Luna70</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21536599/L%27enigma+del+tempo#comment" >Commenti (18)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Partono le tradotte]]></title>
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    <published>2009-10-16T12:46:39+02:00</published>
    <updated>2009-10-16T12:46:39+02:00</updated>
    <author>
      <name>Nico24</name>
      <uri>http://occhilimpidi.splinder.com</uri>
    </author>
    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>






&ldquo;Nonno, nonno, raccontami una storia!&rdquo; url&ograve; Lucia correndogli incontro e buttandogli le braccia al collo. Era appena stato nel bosco, e portava con s&eacute; il profumo del muschio e dei funghi.
&ldquo;Lo sai che non posso rifiutarti nulla, vero? Lascia che saluti la nonna e che appoggi la cesta, e intanto prendi il tuo libro&rdquo; disse il nonno &ldquo;possiamo metterci all&rsquo;ombra del ciliegio, e mangiare quei lamponi che ho appena raccolto. Va bene?&rdquo;
Lucia lo segu&igrave; dentro casa per prendere il suo libro, lo osserv&ograve; mentre salutava la nonna e le mostrava il contenuto della cesta: c&rsquo;erano dei porcini e un mazzolino di ciclamini, poi i frutti di bosco, per Lucia. La nonna dopo qualche minuto torn&ograve; alle sue faccende in cucina, e cos&igrave; lui ebbe tutto il tempo di dedicarsi alla nipotina. Sebbene ci avesse provato, uscendo di casa per raggiungere il giardino, Lucia non riusc&igrave; a nascondere la delusione nei suoi occhi di bambina, e il nonno cap&igrave; subito che c&rsquo;era qualcosa che non andava: &ldquo;Dai, dimmi che c&rsquo;&egrave;, monella!&rdquo;
Il tono era scherzoso e i suoi occhi sorridevano.
&ldquo;Nonno&rdquo; disse lei solennemente &ldquo;non vorrei che mi leggessi qualcosa da un libro, vorrei che mi raccontassi di quando eri giovane e&hellip; della guerra.&rdquo;
La sua voce era diventata seria, cos&igrave; come il suo viso; Lucia rimase impettita, torcendosi le mani dietro alla schiena in attesa di una risposta: gi&agrave; allora sapeva che era un argomento che andava trattato con i guanti, ma voleva capire e sentire dalla voce del nonno quel che era veramente accaduto. Quella voce, infatti, riusciva sempre a spiegarle tutto e sapeva che era quella giusta da cui sentire quella storia.
Lo sguardo del nonno vol&ograve; al bosco che avevano di fronte casa: l&rsquo;estate era calda, ma in montagna si respirava un&rsquo;aria frizzantina e c&rsquo;era un vento leggero, che scostava le fronde e li cullava dolcemente.
Lucia rimase in silenzio per non distoglierlo dai suoi pensieri o disturbarlo, e si sedette sul prato, ancora umido della rugiada del mattino, accanto alla sedia su cui si era accomodato lui. Aspettava.
Pass&ograve; qualche interminabile minuto, quindi lui si accese silenziosamente una sigaretta senza filtro, che emanava un fortissimo odore di tabacco e di tempi andati, mentre la bambina continuava a fissarlo adorante. Poi il vecchio appoggi&ograve; il libro sul tavolino di legno che aveva davanti e incominci&ograve; a raccontare.
&ldquo;Era l&rsquo;agosto del &rsquo;43. Stavo tornando in Grecia, dove ero stanziato, dopo una licenza: ero stato bene a casa. Al paese, nonostante la guerra, le cose non andavano poi cos&igrave; male e tua nonna, che allora era la mia fidanzata, era stata premurosa e piena di attenzioni. Avevamo gi&agrave; deciso di sposarci, sai. Allora le cose si facevano in un'altra maniera&hellip;&rdquo;
Un breve sorriso comparve sul suo volto: la nonna di Lucia, quando veniva evocata nei discorsi o nei pensieri del nonno, aveva il potere di rasserenarlo e renderlo ancor pi&ugrave; dolce di quanto non fosse, con la sua sola e semplice presenza.
&ldquo;Ero contento, ma triste allo stesso tempo&hellip;&rdquo; prosegu&igrave;, aspirando lunghe boccate dalla sua Nazionale. &ldquo;Andare alla guerra. Allora credevamo fosse giusto, ma poi, quando vedi certe cose e senti certe storie, tutto cambia.&rdquo;
Lucia lo fissava con gli occhi sgranati e trattenendo il fiato. Lui guardava le montagne, perso in ricordi che forse avrebbe voluto cancellare, che rimanevano sopiti per la maggior parte del tempo, ma che la nipote aveva risvegliato con le sue richieste, e che oramai lo avevano investito con la forza di una tempesta.
I suoi occhi grigi erano velati di tristezza quando si volt&ograve; per guardarla.
Lucia non era abituata a vederlo in quel modo: il cuore le batteva forte e con un filo di voce trov&ograve; il coraggio di dire: &ldquo;Nonno, se non vuoi non importa&hellip; magari puoi ancora leggermi quel libro&hellip;&rdquo;
Allora lui si volt&ograve; verso di lei e le sorrise: &ldquo;Ci sono stati giorni in cui avrei voluto cancellare tutto questo dalla mia mente, ma ora voglio raccontare, perch&eacute; so che &egrave; la cosa giusta da fare. Capisci che cosa voglio dire?&rdquo;
Annu&igrave;. Lucia era una bambina sveglia, e capiva esattamente quello che voleva dirle il nonno.
Si appoggi&ograve; al tronco del ciliegio e non distolse lo sguardo da lui, che si era girato di nuovo verso le montagne imponenti e le vallate verdeggianti che si estendevano a perdita d&rsquo;occhio davanti a loro.
&ldquo;Viaggiavamo verso Cefalonia in una tradotta, io e altri centoottanta italiani. Dovevamo raggiungere il nostro reparto, cos&igrave; che altri potessero andare a casa, almeno per un po&rsquo;.
Il viaggio era lento e noioso: faceva caldissimo e passavamo il tempo fumando sigarette e giocando a briscola. Poi, in una notte senza luna n&eacute; stelle, ai primi di settembre, quando eravamo in viaggio gi&agrave; da una decina di giorni, la tradotta venne fermata. Dei fari illuminavano il nostro convoglio: eravamo nella stazione di Salonicco e due file di soldati tedeschi avevano circondato il treno. Sulle macchine si scorgevano le sagome dei mitraglieri pronti ad entrare in azione. &nbsp;Non sapevamo cosa stesse accadendo n&eacute; il perch&eacute;, ma dopo meno di un&rsquo;ora la nostra tradotta era stata completamente disarmata e viaggiava gi&agrave; verso nord.&rdquo;
Il sole sbuc&ograve; tra gli alberi, finalmente, portando un po&rsquo; di luce nei pensieri cupi di Lucia. Il nonno invece sembrava pi&ugrave; sereno, quasi tranquillo, nonostante i ricordi pesanti come macigni.
&ldquo;Non avevamo paura sai, perch&eacute; inizialmente credevamo di tornare in Italia; ma dopo Belgrado capimmo che la nostra destinazione era la Germania. Viaggiammo giorno e notte, in un vagone in cui ci avevano stipati come animali&hellip; potevamo mangiare e bere una volta al giorno, se andava bene. Quando finalmente potemmo scendere dal treno, e respirare un po&rsquo; di aria fresca, vedevamo il mondo da dietro un reticolato.&rdquo;
Si interruppe brevemente per accendersi un&rsquo;altra sigaretta e versarsi del rosso in un bicchiere da osteria. Lucia si era accoccolata contro il grosso tronco dell&rsquo;albero a cui era appoggiata, quasi che il contatto con la natura potesse infonderle coraggio, ed acquietare la sua inquietudine.
&ldquo;Dopo la doccia e la disinfezione, venimmo assegnati alle baracche: dormivamo in due su tavolacci di legno, e dividevamo a met&agrave; il cibo, l&rsquo;acqua e le preoccupazioni. E soprattutto, lavoravamo.&rdquo;
Il pensiero del nonno, un uomo profondamente buono e giusto, chiuso in una prigione, colp&igrave; Lucia con la forza di uno schiaffo in pieno viso, violento ed improvviso.
Lucia deglut&igrave; e cerc&ograve; di ricacciare indietro le lacrime. Quindi il nonno aggiunse: &ldquo;E sai qual&rsquo;era la cosa peggiore? Le storie che arrivavano dagli altri campi: fu l&igrave; che ci rendemmo conto di quello che stavano facendo davvero i nazisti, della pura follia che ci circondava. E quando lo capimmo davvero, arriv&ograve; la paura.&rdquo;
La bambina distolse lo sguardo perch&eacute; ero sul punto di piangere, e stette in silenzio, incapace di dire una parola; il nonno, vedendola in quello stato, si chin&ograve; verso di lei e le sorrise, poi asciug&ograve; con le sue mani ruvide le lacrime che prontamente erano sgorgate dai suoi occhi.
&ldquo;Fu cos&igrave; che iniziarono i miei venti mesi di prigionia in un campo di lavoro tedesco, ma forse, tesoro, &egrave; meglio se di questo parliamo un'altra volta&hellip;&rdquo; &nbsp;termin&ograve; lui, dolcemente.
&nbsp;
</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/Nico24" >Nico24</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21509676/Partono+le+tradotte#comment" >Commenti (16)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[IL POSTO DELLE FATE]]></title>
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    <published>2009-10-13T11:38:46+02:00</published>
    <updated>2009-10-13T11:38:46+02:00</updated>
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      <name>anneheche</name>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>Ottobre arriv&ograve; cogliendoci di sorpresa. 
Ci incontrammo nel parco. Ero stato io a pregarla di evitare i soliti bar: non era di un aperitivo che avevo bisogno; e mi infastidiva l'idea di trovarmi confinato in un piccolo tavolo, mentre attorno a noi gente sconosciuta vociava scompostamente, vuote risate echeggiavano volgari, camerieri frettolosi e poco educati sbagliavano le consumazioni. 
Volevo parlarle, ma in un luogo silenzioso. Soprattutto desideravo immergermi nei colori dell'autunno, assaporare la presenza di alberi e piante, dei tappeti di foglie bruciate, del lieve sussurro del vento. In questo quadro, era contemplata solo la presenza di una ragazza che portasse a spasso il cane. Indossavo dei pantaloni grigi di lana e un maglione verde sotto la giacca spigata. Letizia si era presentata in modo pi&ugrave; sportivo, jeans e un giubbino Geox. Si accese una sigaretta, porgendomi poi il pacchetto. Ma io avevo smesso di fumare. Il silenzio si protrasse sino a trasformarsi in una corda tesa, che lei provvide a spezzare. 
&quot;Cosa vuoi da me, Giorgio?&quot; 
Non risposi subito. La mia mente vagava lontano; ricordi belli e brutti si affastellavano senza un ordine preciso. Fissai lo sguardo su un punto imprecisato del parco, mentre il tramonto rinnovava il suo eterno prodigio. &quot;Vedi&quot;, avrei voluto dirle, &quot;io ti amo ancora. Se ho sbagliato, ho capito anche il mio errore, e sono pronto a ripararlo. Concedimi una possibilit&agrave;. Una soltanto.&quot; 
Invece, dissi: &quot;Ti vedi con qualcuno?&quot; 
Letizia annu&igrave;. &quot;E tu?&quot;, chiese di rimando. 
&quot;Niente di speciale.&quot;, mentii. &quot;Si chiama Luciana.&quot; 
&quot;Non ti ho chiesto il nome.&quot;, replic&ograve; quasi irritata. 
Lasciai che il silenzio ci avvolgesse; intanto mi domandavo di quali parole avrei potuto avvalermi. Avrei voluto parlare di me. Raccontare tutto dal principio. E poi dirle che non esisteva nessuna Luciana, all'infuori di una donna che mi vendeva la frutta. 
Se siamo qui una ragione ci sar&agrave;.
&quot;Vedi&quot;, le avrei detto, &quot;non mi hanno insegnato ad amare. Nessuno mi ha mai insegnato niente. Ho dovuto arrangiarmi da solo, e in certe cose ci sono riuscito, in altre no. Voglio dire che quel poco che so l'ho imparato sulla mia pelle: perci&ograve; &egrave; fatale che le mie conoscenze siano cos&igrave; limitate. Soprattutto per quanto riguarda l'amore. Ho vissuto un'infanzia grigia. Il mio cuore era sempre freddo. Mi sentivo inadeguato; a volte piangevo perch&eacute; non provavo calore. Quel calore che ti entra nell'anima, come prodotto da una stufa magica; quel calore composto da torte di mele, senso di comunanza, un legame familiare cos&igrave; forte da farti sentire protetto, al sicuro. Percepivo il mondo esterno come un'entit&agrave; ostile, tanti mostri pronti a divorarmi: e sicuramente non mi sbagliavo. L'ho imparato a mie spese, e allora mi sono chiuso in me stesso ignorando il pensiero degli altri. Non mi sono mai interessati i pettegolezzi maligni, la maldicenza, l'invidia. Davo per scontato che esistevano e la mia risposta era l'indifferenza. 
Se i tuoi genitori non ti insegnano ad amare, come fai ad amarli? E se il mondo &egrave; crudele, come puoi provare empatia per la gente? Ho sempre pensato ai fatti miei, e se sono egoista lo devo a ci&ograve;: a queste basi di partenza, che, se ci ripenso, ancor oggi mi viene il magone. Ma non volevo neppure trasformarmi in un fuscello piagnucoloso, in balia delle correnti. Perci&ograve; ho chiuso a doppia mandata il mio animo, e ho lottato. Sono diventato pragmatico. Ho imparato a non esternare i miei sentimenti, posto che ci fossero. 
A volte ci sono stati. 
Per te c'erano, e ci sono. Tu non lo sai perch&eacute; non te li ho mai mostrati. Non ne sono capace. 
Ma, qualche piccolo gesto, di consuetudine o all'apparenza irrilevante, andava in quella direzione. Quantomeno, tentava di andarci. Era poco, lo so. Non posso darti torto. Non accampo scuse. Cerco di spiegare, il che &egrave; diverso. 
Se ne fossi stato capace, ti avrei regalato il mondo; ma non era nelle mie corde. Ciascuno ha un suo destino, che &egrave; precostituito, un po' come la storia della salvezza eterna di Calvino. Non credo a salvezze e condanne, ma l'esempio fila. La salvezza e la condanna sono su questa terra. Dopo morti, rimane solo polvere. Futili ricordi che il tempo spazzer&agrave; via. La salvezza &egrave; nei polmoni, nei vasi sanguigni, nel modo di affrontare la vita. In un gesto d'amore. Ma, se nessuno me lo ha mai insegnato, come &egrave; possibile pretendere che io sappia cogliere un fiore, e rivestirlo di mille significati? 
Non ho raccolto fiori per te, non ti ho donato nulla. 
Ma dentro di me l'ho fatto. 
Non sai quante volte.&quot; 
Ma le parole non mi uscivano di bocca. 
Capii che Letizia si stava alterando, che considerava il mio silenzio come una presa in giro. 
Eppure a volte &egrave; tanto difficile parlare, spiegarsi, mostrare il proprio cuore nudo. La guardai per un breve istante, poi rivolsi la mia attenzione alle prime ombre della sera. Il silenzio mi sembrava di ghiaccio, e non riuscivo a romperlo. Ero come bloccato, e allora dissi tanto per dire: &quot;A volte, &egrave; bello rivedersi. Come per una rimpatriata.&quot; 
Compresi di aver peggiorato la situazione, e non mi stupii vedendola alzarsi dalla panchina. 
La osservai mentre si allontanava. Per un momento fui tentato di seguirla. Avevo dovuto insistere a lungo per ottenere quell'appuntamento, e cos&igrave; mi sembrava irrisolto. Ma cambiai subito idea. Non era irrisolto: bench&eacute; non fossi riuscito a parlarle, avevo fatto comunque chiarezza in me stesso. Inoltre, l'avevo vista, un po' sciupata forse, ma pur sempre attraente. E avevo ricordato i suoi difetti, che non erano n&eacute; pochi n&eacute; trascurabili. 
Mi incamminai in direzione opposta, verso il posto delle fate. Sapevo che presto il custode avrebbe chiuso i cancelli del parco; tuttavia conoscevo una via di uscita che rimaneva sempre aperta. 
Immaginai di avere con me una borsa, spaziosa ma leggera. Focalizzai la mia mente sui momenti pi&ugrave; tristi della mia vita. Non mi sforzavo di cercarli; arrivavano da soli, e man mano li infilavo nella borsa. Raggiunsi il posto delle fate, che si trovava al confine settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, c'era un vecchio museo, abbandonato da anni. L'edificio formava un angolo retto con un deposito di legnami. A seguito di uno scandalo, il museo era stato chiuso e le fate avevano abbandonato il parco. La leggenda narrava che fino a quel momento avevano protetto gli innamorati che si recavano fin l&igrave;. 
Nel frattempo avevo gi&agrave; intrappolato cinque ricordi. Il pi&ugrave; triste risaliva forse a dieci anni prima. Erano le sei di una gelida serata invernale. Mi trovavo in una paese che si chiama Canzo, rabbrividivo per il freddo; ci&ograve; nonostante continuavo a osservare le vetrine dei rari negozi. &quot;Se non rincaso&quot;, mi dicevo, &quot;non sar&ograve; solo.&quot; Detto cos&igrave;, non suona tanto terribile: ma, come per i sogni, il punto focale non era rappresentato da ci&ograve; che accadde, in fondo poca cosa, bens&igrave; da quello che provai. Da come vissi quella sensazione angosciosa. 
Canzo nella borsa. 
Poi, via via gli altri; e dovevo sforzarmi di farli entrare uno alla volta, e non prima di averli identificati. Non me ne sarebbe scappato nemmeno uno. 
Alla fine la borsa fu piena, la chiusi bene e la gettai in un cespuglio. Sapevo con certezza che una fata sarebbe tornata, avrebbe preso la borsa e l'avrebbe portata lontano. Guadagnai l'uscita del parco, e forse per la prima volta da quando Letizia mi aveva lasciato, non mi sentii solo. Non del tutto, almeno. 
Per&ograve;, avevo paura che fosse un inganno. 
&quot;E adesso io?&quot;, domandai alla notte che profumava d'autunno. 
La risposta fug&ograve; molte incertezze, sebbene non tutte.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/anneheche" >anneheche</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21490065/IL+POSTO+DELLE+FATE#comment" >Commenti (10)</a>
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    <published>2009-10-08T23:25:07+02:00</published>
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Le sue parole mi avevano lasciato di stucco. Incredulo, stringevo la sua mano e lo guardavo fisso. A tanti presenti nella stanza, sfugg&igrave; quello che disse, presi com&rsquo;erano a parlare di qualsiasi cosa che non fosse la sua salute. Non era una stanza grandissima, ma tanto da contenere una decina di persone in tutta tranquillit&agrave;. Al capezzale di un moribondo, l&rsquo;unico interesse dovrebbe essere il morente stesso. Invece in molti, erano l&igrave;, ad occupare spazio parlando di chiss&agrave; quale importante argomento. Ero confuso e addolorato, sentivo che lo stavo per perdere e dopo le poche parole dette, il poco tempo rimasto pesava come un macigno.
Ero partigiano, tu lo sai bene, tante volte ti ho raccontato le vicende successe nei boschi delle alpi Orobiche, quando facevo parte della brigata Pietro Micca con il nome di Muto. Nel Aprile del &rsquo;44, ero tenente, responsabile di venti uomini: il plotone Lupo. Da circa tre mesi erano entrate a far parte del mio gruppo quattro donne, scappate ad un rastrellamento nazista nelle campagne bergamasche. Ci raccontarono cosa era successo alle donne che non riuscirono a fuggire. Furono selvaggiamente violentate e chiunque s&rsquo;intrometteva, era falciato da una raffica di mitra. Cos&igrave; capit&ograve; a Serafino Brambillasca, un vecchio che viveva con la moglie e la figlia in una fattoria vicino Brembate. Nel &rsquo;41 il vecchio aveva subito la perdita dell&rsquo;unico figlio maschio, caduto in una battaglia durante la grande campagna di Russia. Aveva il cuore pieno di odio, di rancore, nei confronti di chiunque indossasse una divisa, dalla morte del figlio non si era pi&ugrave; ripreso. Quando vide i soldati tedeschi trascinare fuori casa la figlia, non ci pens&ograve; due volte, prese un forcone e corse in suo soccorso, ma fece solo pochi passi, le pallottole lo fermarono. L&rsquo;amaro di queste storie avevano infervorato gli animi di noi combattenti, che non vedevamo l&rsquo;ora di regolare i conti con quegli aguzzini dei tedeschi. Riesci a capire, figlio mio, come potevamo tollerare ancora una simile violenza? Dovevamo assolutamente fare qualcosa per mettere fine alla prepotenza nazista e fascista. Dopo le prime rappresaglie, svoltesi sotto forma di attentati, di crucchi ne uccidemmo tanti, tra cui anche qualche graduato. Puoi immaginare cosa successe dopo, si scaten&ograve; l&rsquo;inferno, i tedeschi insieme alle milizie di Sal&ograve; cominciarono a rastrellare, passo a passo i nostri monti. Tante postazioni saltarono, tanti combattenti e simpatizzanti dei partigiani furono fucilati. La brigata Pietro Micca perse una decina di uomini e fu costretta a risalire i monti per scampare alla furia tedesca. Quei dieci li conoscevo bene, padri di famiglia, grandi eroi. In seguito, quando le acque si calmarono un po&rsquo;, si seppe che l&rsquo;agguato tedesco riusc&igrave; perch&eacute; nel primo sbarramento, chi era di sentinella s&rsquo;appisol&ograve;, permettendo ai crucchi di avanzare indisturbati. Fu proprio lui, Evaristo Sperati, a confessare al suo comandante di essersi addormentato quella notte, scrivendo cos&igrave; la sua condanna a morte. Il gran consiglio dei combattenti si riun&igrave; il 25 Giugno del &rsquo;44 e sentenzi&ograve; la sua morte per fucilazione. Il giorno dopo fu pubblicato la nuova disciplina partigiana: una serie di consegne tra le quali spiccava quella relativa al comportamento da tenere in caso di sorveglianza delle postazioni e la relativa pena. In caso di inadempienza era prevista la morte, la fucilazione immediata sul posto. Una disposizione dura ma necessaria, condivisa da tutti. Mariella Solfiti era il nome di una delle quattro donne che dalla fine di Gennaio del &rsquo;44 erano entrate a far parte delle nostre schiere. Ella aveva capelli corti di colore castani, gli occhi erano leggermente a mandorla, quasi sempre chiusi a fessura, come se scrutassero continuamente le cose, le persone. Il suo viso tondo la rendeva simile ad un&rsquo;orientale, non era bellissima ma la sua simpatia la rendeva desiderabile. Dopo qualche tempo fece amicizia con Luca Bolzoni, un valido combattente. Luca era con noi dalla costituzione della repubblica di Sal&ograve;, scappato per evitare l&rsquo;arruolamento forzato. Uomo di grande coraggio e molte volte durante le missioni, ha avuto modo di distinguersi per questa sua qualit&agrave;. Aveva venticinque anni e non aveva mai avuto una relazione seria con nessuna ragazza, Mariella fu la prima a stimolare i suoi sentimenti. Gli parlai a quattrocchi, quando cominciai a notare la loro amicizia e gli chiesi se ci fosse un coinvolgimento sentimentale, insomma se stessero insieme. Egli mi rispose di no, che conosceva bene le regole e che in ogni caso me l&rsquo;avrebbe detto subito se il loro rapporto dovesse cambiare. La disciplina non ammetteva che all&rsquo;interno dello stesso gruppo ci fossero persone coinvolte in rapporti intimi, perch&eacute; tale distrazione avrebbe potuto compromettere la sicurezza degli altri.
Ascoltai queste parole con molta attenzione, sapevo che era l&rsquo;ultimo racconto che mi faceva, quello pi&ugrave; importante, quello che l&rsquo;ha tenuto in scacco tutta la vita.
Mariella e Luca montarono di guardia alle ore 23.00 del 10 Agosto del &rsquo;44. Nella buca scavata per ospitare la sentinella si stava stretti, ben nascosti agli occhi di chi volesse risalire il monte. La postazione di guardia era ben mimetizzata, coperta dalla vegetazione e dall&rsquo;ombra degli alberi, la visuale della zona da controllare era ottima. Quella sera la luna aiutava noi militi della libert&agrave;, il suo tenue bagliore illuminava la strada e i prati ai margini del bosco. Era proibito parlare durante il turno di guardia. Nella penombra il viso di Mariella appariva pi&ugrave; bello del solito, avrebbe voluto accarezzarlo, avrebbe voluto dirle che sentiva qualcosa per lei. Qualcosa che non aveva mai provato prima, che da giorni gli dava turbamento, irrequietezza. Aveva notato che il suo cuore cambiava ritmo quando la vedeva, e il vuoto allo stomaco che provava quando ascoltava la sua voce lo faceva sudare. Ma non era quello il momento giusto, erano di guardia, non potevano distrarsi, e poi se si fosse saputo, li avrebbero costretti alla separazione. In quel piccolo spazio il calore dei corpi restava intrappolato e rendeva l&rsquo;atmosfera carica di odori stimolanti. I due si guardarono e non riuscirono a sottrarsi alla tentazione di baciarsi. Luca appoggi&ograve; la mano sul suo viso, sentiva il calore delle sue gote, accese in un profondo rossore, accarezz&ograve; le sue guance e si avvicin&ograve; alle sue lebbre. La baci&ograve;. Un bacio penetrante, che tocc&ograve; il loro animo, che li rese sordi a qualsiasi rumore, a qualsiasi cosa. La voce possente e ferma del tenente Muto interruppe quel idillio catapultandoli nella dura realt&agrave;, c&rsquo;era la guerra e loro aveva trasgredito a delle precise consegne, c&rsquo;era la pena di morte per quello, Luca lo sapeva e lo sapeva anche Mariella. Insieme supplicarono il tenente Muto per risparmiare almeno uno di loro, ognuno si attribuiva la responsabilit&agrave; dell&rsquo;accaduto cercando di salvare l&rsquo;altro. Muto fu irremovibile: il fatto era grave, d&rsquo;una gravit&agrave; assoluta. Hanno messo al repentaglio la postazione, la vita di tanta gente, loro compagni. &ldquo;Muto ti scongiuro, salva lei, l&rsquo;ho provocata io. Lei non centra. Siamo soli, nessuno sapr&agrave; mai niente e tu avrai comunque dato esempio di correttezza. Lascia che sia io a pagare per tutti e due&rdquo; supplic&ograve; Luca. Niente da fare, gli ordini sono ordini, non sono ammesse debolezze. Muto aveva preso le loro armi e aveva ordinato ad altri di sostituirli; poi si avviarono verso il comando per il rapporto. &ldquo;Muto in nome della nostra vecchia amicizia, salvala&rdquo; disse Luca inginocchiandosi davanti al tenente. Muto sordo alle suppliche, lo intim&ograve;, arma in mano, di proseguire e di stare zitto. I due furono fucilati il giorno dopo alle ore 10.00. I loro corpi sepolti nei boschi. Fu rispettata la loro ultima volont&agrave;: morte e sepolture unisone.
Sentivo la stretta della sua mano diventare sempre pi&ugrave; forte, sino al punto della fucilazione, poi s&rsquo;indebol&igrave;. Aveva gli occhi lucidi e guardava il soffitto. Finalmente era riuscito a condividere con qualcuno il peso di quella decisione. La responsabilit&agrave; del rapporto fatto sulla trasgressione alla norma che ha condannato alla morte quei ragazzi. Ma come poteva sentirsi responsabile, lui aveva eseguito il suo dovere, aveva salvato la postazione del plotone Lupo da un possibile attacco dei tedeschi; denunciando quei due, aveva salvato tante vite. Glielo dissi.
Lo so, era l&rsquo;unica cosa da fare, l&rsquo;unica giusta, lo credevo veramente. Quando mi fu ordinato di fucilare Mariella e Luca, ho avuto un attimo di esitazione, non volevo essere io a dare quel ordine. Durante quella notte ho riflettuto molto sull&rsquo;accaduto, sulle suppliche di Luca e di Mariella. In fondo non era successo niente e dopo lo spavento che si erano presi, sicuramente non avrebbero pi&ugrave; fatto cazzate del genere. Avrei potuto chiudere un occhio, facendo pesare sui due la responsabilit&agrave; delle vite degli altri, avrebbero rigato dritto. Non lo feci e mi pentii. Ho dovuto dare quel ordine, guardarli, mentre i loro occhi si fissavano, &egrave; stata un&rsquo;esperienza che mi ha segnato tutta la vita. Ho continuato a vedere quella immagine per il resto dei miei giorni, il loro sorriso, quando hanno affrontato la morte insieme, i loro corpi riversi per terra caduti l&rsquo;uno sull&rsquo;altra. Il fumo bianco della polvere da sparo e il suo odore acre, testimoni dell&rsquo;avvenuta esecuzione, sono stati i compagni della mia vita. Quando dissi &ldquo;si&rdquo; a tua madre sull&rsquo;altare, sentivo Mariella che mi supplicava, sentivo quanto poco valeva l&rsquo;essere stato fedele al regolamento, alla disciplina. Ero stato il carnefice del loro amore. Non mi sembrava giusto che io potessi godere dell&rsquo;amore, quando l&rsquo;avevo negato ad altri. E ora, a due passi dalla morte, sono qui a liberarmi di questo peso, a confidare a te e a qualcun altro, ci&ograve; che mi sono tenuto dentro fino ad ora. Ho trovato il coraggio di chiedere perdono a Luca e a Mariella, posso lasciare questo mondo in pace. Mi disse.
La sua mano allent&ograve; la stretta e rest&ograve; immobile nella mia. Gli occhi si chiusero, lasciando uscire l&rsquo;ultima lacrima, mor&igrave; cos&igrave; il tenente Muto, comandante del plotone Lupo della brigata Pietro Micca, mio padre.
Avevo seguito le indicazioni che mi aveva dato. Sinceramente non avrei mai pensato di riuscire a espletare la sua ultima volont&agrave;, era passato cos&igrave; tanto tempo. I posti, col tempo mutano, l&rsquo;uomo in tanti anni ha apportato tanti cambiamenti: i paesi, le strade si sono moltiplicate e ingrandite a dismisura. Eppure quest&rsquo;angolo di mondo sembra non aver subito alcuna trasformazione. Negli ultimi istanti della sua vita, mio padre mi descrisse dettagliatamente ogni cosa, ogni particolare che potesse essermi d&rsquo;aiuto nel ritrovare il luogo dove giacciono i resti di Luca e Mariella. Il masso su cui incise le loro iniziali e la data mi diede la certezza di essere nel posto giusto. Deposi un mazzo di fiori, rispettando appieno le sue ultime volont&agrave; e dissi qualche parola suggeritimi dal cuore, per sgravare la sua colpa che ora pesava su di me; chiesi perdono anch&rsquo;io. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/reminiscenza" >reminiscenza</a> | <a href="http://bistrotapigalle.splinder.com/post/21464636/IL+SENSO+DEL+DOVERE#comment" >Commenti (6)</a>
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