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  <title type="html"><![CDATA[Filosofi per Caso: area di discussione metropolitana]]></title>
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  <updated>2009-11-08T16:48:00+01:00</updated>
  <subtitle type="html"><![CDATA["lumache urlanti": 2@_ Anarchiche Proletarie]]></subtitle>
  <rights>Copyright (c) 2001-2006, Tipic Inc.</rights>
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  <name>AntoNatGiu</name>
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    <title type="html"><![CDATA[Giuseppe Barreca: Il poeta non ha un’identità, bensì è un’entità]]></title>
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    <published>2009-11-08T16:48:00+01:00</published>
    <updated>2009-11-08T16:48:00+01:00</updated>
    <author>
      <name>AFoderaro</name>
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    <content type="html" >
    <![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.theatlantic.com/images/issues/200711/bellow2.jpg" />
&nbsp;

&nbsp;
Il libro del premio Nobel per la letteratura nel 1975, Saul Bellow (1915-2005), intitolato Il dono di Humboldt (1975), &egrave; un&rsquo;opera che si presta a diverse interpretazioni: letterarie, filosofiche, forse sociologiche.
Leggendolo come una reale autobiografia di un personaggio che non esiste invece, possono sorgere nella mente alcune considerazioni che esulano dal contesto di un&rsquo;opera che comunque consiglio a tutti di leggere. 

Il protagonista del libro, o meglio, l&rsquo;oggetto del racconto dell&rsquo;io narrante (che &egrave; l&rsquo;intellettuale Citrine), &egrave; il poeta Humboldt Fleischer. Si tratta di un amico di Citrine, anzi, del suo maestro, un poeta morto anni prima, dopo essersi minato l&rsquo;animo e il fisico. Ecco, leggendo queste pagine &egrave; scattata in me l&rsquo;idea, forse un po&rsquo; usurata, della solitudine dell&rsquo;artista, che nel libro di Bellow &egrave; ampiamente tratteggiata. La solitudine riguarda sia Humboldt, sia chi narra, ossia Citrine (e forse anche Bellow, possiamo supporre). 
&Egrave; da poco passato il 59&deg; anniversario del suicidio di Cesare Pavese. Edgar Allan Poe mor&igrave; a quarant&rsquo;anni nel 1849 fuori di s&eacute;. E poi molti artisti sono stati ubriaconi, tossici, suicidi e cos&igrave; via. Ma non &egrave; tanto questo il punto; m&rsquo;interessa sfiorare la questione del ripresentarsi, oggi, nell&rsquo;epoca contemporanea, della tecnologia, dell&rsquo;informatica, del consumismo, del problema della funzione del poeta. Siamo nell&rsquo;epoca dei festival di letteratura, dove anche i poeti hanno il loro spazio e i loro applausi. Pu&ograve; essere corretta l&rsquo;idea di aprire le porte della poesia a un pubblico ampio, non esperto. Dall&rsquo;altro lato, per&ograve;, questa modalit&agrave; di esposizione della poesia, rivolta a un pubblico vasto ed eterogeneo, reca con s&eacute; il rischio di una &ldquo;volgarizzazione&rdquo; eccessiva dei temi e delle tecniche. E mi domando: dove si pu&ograve; trovare oggi quel carattere della poesia che la individua come forma d&rsquo;arte che sa indicare un &ldquo;oltre&rdquo; a chi legge, una sorta di opposizione alla realt&agrave; comune, che non &egrave; una fuga, bens&igrave; ricerca di quell&rsquo;universale che gi&agrave; Aristotele indicava come il contenuto dell&rsquo;opera poetica?

Si tratta di questioni che richiederebbero centinaia di pagine. E allora torniamo, anche qui sinteticamente, a domandarci qual &egrave; oggi la funzione della poesia. &Egrave; la questione delle questioni, e dir&ograve; solo due parole rapide. Io credo che solo il porsi la questione della &ldquo;funzione&rdquo; di un poeta distrugga l&rsquo;immagine del poeta stesso. La poesia non &ldquo;serve&rdquo;, non ha utilizzazioni pratiche, n&eacute; finalit&agrave; materiali. Questo non significa che la poesia abbandoni la realt&agrave;, tutt&rsquo;altro; la famosa espressione &ldquo;arte per l&rsquo;arte&rdquo; (la frase di T. Gauthier) non &egrave; un dogma, perch&eacute; attraverso l&rsquo;arte si pu&ograve; combattere, ci si pu&ograve; in ogni caso spendere per un&rsquo;idea, ma l&rsquo;arte in s&eacute; non serve a nulla. Questa &egrave; una prima convinzione che dovrebbe stare nelle nostre teste. Poi possiamo applaudire il poeta che recita in piazza, andando a casa colmi di quell&rsquo;indefinibile soddisfazione che deriva dal profumo dell&rsquo;arte. E per una volta mi viene voglia di citare il controverso Ezra Pound, allorch&eacute; scrive: &ldquo;L&rsquo;arte non chiede mai a nessuno di fare nulla, di pensare nulla, di essere nulla. Esiste come esiste l&rsquo;albero, si pu&ograve; ammirare, ci si pu&ograve; sedere alla sua ombra, si possono coglierne banane, si pu&ograve; tagliarne legna da ardere, si pu&ograve; fare assolutamente tutto quel che si vuole&rdquo;.

Saul Bellow scrive nel suo libro: &ldquo;I poeti sono amati, ma solo perch&eacute; non sanno stare al mondo&rdquo;, aggiungendo che &egrave; grazie a loro che il resto del mondo sopporta il cinismo a cui la vita lo costringe o a cui l&rsquo;esistenza lo invita. Un poeta come Humboldt esiste perch&eacute; deve portare su di s&eacute; lo &ldquo;sporco&rdquo; del mondo, la sozzura che le persone normali incontrano, producono o subiscono e che non sanno cancellare. Il poeta redime il mondo, soffrendo per le brutture degli altri. E cercando di lavarle via. 
Allora il poeta non serve davvero a nulla, e lo dimostrano le pagine pi&ugrave; pure delle poesie che amiamo. E poi: un poeta non sa operare un paziente, n&eacute; guidare un aereo, progettare una casa o un ponte. Ma &egrave; un&rsquo;entit&agrave; che scrive e crea. E proprio qui c&rsquo;&egrave; il riscatto del poeta, io direi, il nucleo centrale del libro di Bellow, almeno per come l&rsquo;ho letto io. Bellow lo dice chiaramente. Egli afferma, infatti, che il poeta non deve avere un&rsquo;identit&agrave;. L&rsquo;identit&agrave; ci viene concessa dalla sfera sociale ed &egrave; un&rsquo;etichetta che ci rende riconoscibili all&rsquo;esterno, nei nostri rapporti sociali e umani. Siamo operai, impiegati, insegnanti, professionisti, ingegneri, attori, musicisti, disoccupati e cos&igrave; via. L&rsquo;identit&agrave; &egrave; un segno o un odore di riconoscimento. &ldquo;Il tuo cane ti riconosce&rdquo;, dice Bellow. 
Invece, gli uomini di grande valore (e non sempre gli artisti lo sono) sono un&rsquo;entit&agrave;, non si devono quindi limitare ad avere un&rsquo;identit&agrave;. Il poeta non ha alcuna identit&agrave;, intesa come etichetta sociale, come &ldquo;maschera&rdquo; da indossare sempre, perch&eacute; egli sa guardare dall&rsquo;alto quel &ldquo;qualcosa&rdquo;, magmatico e indefinito, che vive nel mondo. Egli dunque &ldquo;&Egrave;&rdquo; un&rsquo;entit&agrave;, ovvero un uomo che non si perdona mai, che non &egrave; indulgente con se stesso, perch&eacute; ha nella testa la sua grandezza e, come un ossesso, sa che deve raggiungerla, a volte sacrificare a lei la propria esistenza. 

Chi ha semplicemente un&rsquo;identit&agrave;, e s&rsquo;accontenta di essa, &egrave; pi&ugrave; indulgente con se stesso; probabilmente vive meglio, con maggiore calma, almeno in superficie: si siede sul suo divano, si versa da bere, guarda la TV, magari legge i poeti. Chi &egrave; un&rsquo;entit&agrave;, invece, &egrave; uno schiavo dell&rsquo;arte. &ldquo;Un&rsquo;entit&agrave; &egrave; una potenza impersonale che pu&ograve; fare spavento&rdquo;, afferma Bellow. Ecco, il poeta dovrebbe imparare a spaventare gli altri, a mettere in crisi, a pungere le anime atrofizzate. Un destino davvero ingrato, ma irrinunciabile.
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Giuseppe Barreca

&nbsp;</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AFoderaro" >AFoderaro</a> | <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21656707/Giuseppe+Barreca%3A+Il+poeta+non#comment" >Commenti (13)</a>
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<br /><br />]]>
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    <title type="html"><![CDATA[Gianni Montieri: certi sguardi]]></title>
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    <published>2009-11-07T01:50:00+01:00</published>
    <updated>2009-11-07T01:50:00+01:00</updated>
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      <name>AFoderaro</name>
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    <![CDATA[<p><img alt="caduta libera" style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center" src="http://files.splinder.com/e156e2c6354c5c8cdf2c0071241f8269_medium.jpg" />
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;


Risparmi
&nbsp;
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza pi&ugrave; che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-
&nbsp;
(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)
&nbsp;
se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista
&nbsp;
dicono che non ho l&rsquo;accento
particolare privo d&rsquo;importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
&nbsp;
(all&rsquo;una tornavamo a casa
l&rsquo;appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).
&nbsp;
&nbsp;
L'ascesa 
&nbsp;
Precipito, rara acqua piovana
come foglia d'inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
&nbsp;
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
&nbsp;
&egrave; questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d'aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicit&agrave; &egrave; un abisso.
&nbsp;
&nbsp;
Parzialmente terreni
&nbsp;
Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente come si pone
la scelta fra l'andarsene e il sognare
&nbsp;
non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi 
del suono certo del tacco sull'asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non &egrave; concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-
&nbsp;
coltiviamo&nbsp;speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza 
sui tratti autostradali.
&nbsp;
&nbsp;
Stagione di concerti
&nbsp;
E&rsquo; un rarefarsi lento d&rsquo;aria livida
un colpo battuto in terra di nessuno
questo sintomo di vento umido
che non&nbsp;scompone foglie
su noi non lascia traccia
&nbsp;
non piove in segno di rispetto
in memoria di un&rsquo;estate troppo breve
di nuotate in vasca corta
&nbsp;
mentre &egrave; gi&agrave; stagione di concerti
di code ai botteghini
(l&rsquo;ennesimo sold out)
&nbsp;
stiamo in maniche di camicia
indecisi tra un da farsi fuori casa
e un auspicio d&rsquo; inverno.
&nbsp;
&nbsp;
Cedere al silenzio
&nbsp;
La neve &egrave; una rinuncia
&nbsp;
non entro nel merito del bianco
dell&rsquo;ammantarsi lieve
degli occhi dietro i vetri
&nbsp;
&egrave; cedere al silenzio
a un avanzare di&nbsp;luce
-ferite senza dolore-
&nbsp;
la pioggia &egrave; indecisione
&egrave; non variare scarpe, traiettorie
un finto rincuorarsi
&nbsp;
faccio a meno di qualcosa
-aspetto-
un balen&igrave;o di pace dopo il punto.
&nbsp;
&nbsp;
Milano, ore 19.30
&nbsp;
C&rsquo;&egrave; una luna gialla 
altezza guglie
a illuminare le conversazioni
gli aperitivi a Piazza dei Mercanti
&nbsp;
passi rapidi 
verso le scale di Cordusio
o in direzione opposta
in coda per il cinema
&nbsp;
un diniego negli occhi della donna
dice all&rsquo;uomo che torner&agrave; da solo
al tavolino fa di colpo freddo
-il conto, per favore- .
&nbsp;
Permesso di soggiorno giornaliero
&nbsp;
Gli occhi sono stipiti
socchiusi su vicoli ciechi
intarsi di strette periferiche
-fermate fuori mano-
&nbsp;
i tram vengono da qui
&nbsp;
dai condomini di Gratosoglio
da Quartoggiaro o pi&ugrave; indietro
&nbsp;
raccolgono pezzi di noi
da depositare in centro
poche ore d&rsquo;aria
&nbsp;
l&rsquo;istante in cui si mischiano i corpi
sulle scale della metropolitana
quando nulla pare deciso
prima dei caff&egrave;, delle brioche
si fa finta di essere uguali.
&nbsp;
&nbsp;
Absolute Beginners 
&nbsp;
&ldquo;Principianti&rdquo; mi sembra buono, Raymond
sarebbe perfetto, a pensarci bene
perfino per un sabato cos&igrave;
i due ragazzi che ballano fra i mobili sul vialetto
poi lei con l&rsquo;altro tizio
&nbsp;
hai ragione, &egrave; sempre la vita
qui cade una pioggia per nulla leggera
un tratto scuro su colore che non rende
piuttosto invade, disturba
chiudo il libro, sto un attimo seduto
(questa ti piacerebbe)
poi mi alzo e metto su il caff&egrave;
&nbsp;
certo questa storia dei&nbsp;tagli all&rsquo;epoca
non devi averla digerita nemmeno un po&rsquo;
loro ti dicono: &ldquo;&egrave; il mio lavoro&rdquo; 
e&nbsp;invece &egrave; il tuo
&nbsp;
tornando a noi, che dirti?
Certi giorni l&rsquo;editor&nbsp;servirebbe a me
&nbsp;quando&nbsp;non so risolvermi ad uscire
e&nbsp;nemmeno in giardino so quando potare.
(a Raymond Carver)
&nbsp;
&nbsp;
Accenni minori
&nbsp;
Stiamo appesi ai fili delle nostre debolezze
avvolti nei cappotti fino a primavera
che non si pu&ograve; mai dire
piovesse casomai
&nbsp;
rinunciamo per distacco 
i crocevia tenuti a debita distanza
cos&igrave; speriamo che la vita ci rintracci
ci attraversi senza pena n&eacute; dazio
le mani attente a non sporcarsi
tutto il resto a non amare .
&nbsp;
&nbsp;
Terra di nessuno
&nbsp;
Ti telefono da una retroguardia 
un metro al di l&agrave; della linea di confine 
mastico parole e piango 
lacrime di frontiera. Straniere. 

E&rsquo; il 31 maggio di un altro secolo 
un mattino bianco e distante 
privo di contatto 
-non c&rsquo;&egrave; campo- 
piuttosto terra arsa 

ci attende un lungo giugno 
lampi d&rsquo;estate di cui avremmo fatto a meno.
&nbsp;
&nbsp;
Restyling
&nbsp;
Nuvole rapide 
un silenzio fuori programma
mette voglia di discorsi vacui
&nbsp;
qui di questi tempi &egrave; pieno di gru
la citt&agrave; si espande verso l&rsquo;alto
da ottomila al metro quadro
&nbsp;
(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)
&nbsp;
anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
&ldquo;vai a sapere che ci mettono in quei fritti&rdquo;
&nbsp;
Milano sar&agrave; perfetta, in tempo per l&rsquo;expo
piazza Duomo ripulita ancora pi&ugrave; rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-
&nbsp;
stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos&rsquo;ha Milano che non va?
&nbsp;
&nbsp;
Avanzi
&nbsp;
Il gesto dell&rsquo;apparecchiare possiede grazia
cos&igrave; come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l&rsquo;altra pota
&egrave; un rituale, una funzione
non c&rsquo;&egrave; spavento dentro l&rsquo;abitudine
conoscere l&rsquo;azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caff&egrave; prima di berlo lo certifica
&nbsp;
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravit&agrave; del giorno
-per il troppo vento-
&nbsp;
&nbsp;
Effetti personali
&nbsp;
L&rsquo;armadio a poco a poco
dall&rsquo;alto in basso
camicie&nbsp;jeans pullover
(mi darai una mano)
&nbsp;
i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd
&nbsp;
ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l&rsquo;ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro l&agrave; in cucina
&nbsp;
i passi all&rsquo;indietro per non voltarsi
come l&rsquo;albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.
&nbsp;
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gianni Montieri</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AFoderaro" >AFoderaro</a> | <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21648453/Gianni+Montieri%3A+certi+sguardi#comment" >Commenti (16)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[A che serve studiare? (bis)]]></title>
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    <published>2009-11-05T13:50:30+01:00</published>
    <updated>2009-11-05T13:50:30+01:00</updated>
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      <name>AFoderaro</name>
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Il problema dell'educazione non &egrave; diventato recentemente un problema politico, lo &egrave; sempre stato; 
&nbsp;
Se la scuola si limita a preparare alla vita vera e non &egrave; gi&agrave; da subito una forma di vita nel mondo, &egrave; destinata al fallimento.
(Jerome Bruner, da SWIF, ISSN 1126-4780)
&nbsp;
Si discuteva tempo fa in merito al problema della motivazione allo studio (<a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21513715/%E2%80%9CA+che+MI+serve+studiare%3F%E2%80%9D">clicca qui</a>)
&nbsp;
Riprendo a riguardo una frase introduttiva di Roberto Carradore:
&nbsp;
...si pu&ograve; osservare un crescente disinteresse [degli studenti] per la formazione scolastica, la quale pi&ugrave; degli anni passati viene sentita come una costrizione, una pesante parentesi di tempo sottratta allo svago e al divertimento. Svago e divertimento sono i pi&ugrave; veri impegni sociali delle nuove generazioni, basta soffermare uno sguardo lucido e disincantato sulle trasformazioni nell'intero assetto economico.
&nbsp;
Vorrei tornare sull&rsquo;argomento proponendo un testo chiarificatore di Marco Lodoli, tratto dalla &quot;Dispensa di sociologia politica&quot; di Vaclav Belohradsky, reperibile in rete anche su la Repubblica del 21/11/2007.
&nbsp;
Lodoli esordisce con: &ldquo;a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore&rdquo;. 
E riporta l'intervento di uno studente in una discussione in cui si parlava &ldquo;di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi&rdquo;:
&nbsp;
&laquo;Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. 
&nbsp;
Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perch&eacute; noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realt&agrave; ci impoveriscono sempre pi&ugrave;. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. 
&nbsp;
Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Per&ograve; io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? 
E' semplice. Non producono alcun effetto perch&eacute; tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. 
Si ricorda professore quella pubblicit&agrave; in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perch&eacute; aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli.
&nbsp;
Ecco dov'&egrave; l'ipocrisia.
&nbsp;
Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidit&agrave;, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario &egrave; costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunit&agrave; che esiste finch&eacute; pu&ograve; spendere.
La ruota gira e non si pu&ograve; assolutamente fermare, e neppure rallentare. 
Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove pi&ugrave; conviene. 
&nbsp;
Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. 
&nbsp;
Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perch&eacute; &egrave; da l&igrave; che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre pi&ugrave; deboli, ma non c'&egrave; niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga: se il desiderio si blocca, si blocca tutto. 
&nbsp;
E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perch&eacute; avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. 
&nbsp;
Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalit&agrave;, che separa e contrappone gli esseri umani; che genera un arraffa - arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio e nessuno vi sta a sentire. Noi no, perch&eacute; siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. 
&nbsp;
Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca.
&nbsp;
Fortunatamente oggi la cultura &egrave; inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non pu&ograve; accadere&raquo;. 
&nbsp;
*****
&nbsp;
&quot;Tutto ci&ograve; che sai &egrave; falso&quot; titolava nel 2003 un saggio di Nuovi Mondi Media nel quale si raccontavano alcune delle manipolazioni operate dai mass-media. Il giovane studente del racconto ha percepito la sostanziale falsit&agrave; della narrazione del mondo ricevuta dentro e fuori l&rsquo;ambiente scolastico.
Forse si potrebbe partire da qui per motivare gli studenti: facendo percepire loro la sostanziale vacuit&agrave; dell&rsquo;ideale di vita proposto dai mass-media in modo tale da causare una sorta di &ldquo;trauma&rdquo;, una ferita che abbia bisogno di cure.
La consapevolezza che il mondo impostoci dalle convenzioni sociali sia di fatto una trama di libert&agrave; irrilevanti - preferisci la Pepsi o la Coca? Tifi Roma oppure Lazio? Voti a destra o a sinistra? ... - regolamentato da pochi comandamenti o imperativi categorici del non-senso quali &ldquo;Cresci, Consuma, Crepa&rdquo;, gi&agrave; &egrave; stata acquisita da molti, tuttavia sarebbe utile perorare l'idea che senza una metodologia di studio della realt&agrave;, un'epistemologia o una gnoseologia, si resta sempre schiavi delle favole del potere. 
Certamente sarebbe poi necessario discutere e mettersi d&rsquo;accordo su cosa sia reale e cosa fittizio, si potrebbe partire da Parmenide e dall'ontologia, in ogni caso senza una conoscenza delle &ldquo;armi&rdquo; o strumenti della logica la verit&agrave; serve a poco: verit&agrave; e dimostrazione spesso viaggiano insieme, direbbe Tarski.
&nbsp;
Inoltre, aggiungerei per concludere questa mia breve riflessione, la logica astratta non serve a niente, bisogna saperla applicare. Non si pu&ograve; parlare di logica se prima non s&rsquo;impara ad estrarre significati da sistemi concettuali sconosciuti, trovare un senso in ci&ograve; che potrebbe apparire come una sequenza casuale di simboli. In questo il migliore esercizio &egrave; lo studio e la traduzione delle lingue morte. Forse greco e latino sono troppo recenti, l'antico egizio della stele di Rosetta o le tavolette di Ur sarebbero ottimo materiale scolastico &hellip;
Sulle lingue moderne, come su tutte le materie aventi utilit&agrave; pratica immediata, non perderei eccessivamente tempo, ma mi limiterei a fornire le basi indispensabili per un personale approfondimento (d&rsquo;altra parte chi ha appreso procedimenti pi&ugrave; complessi &egrave; in grado di autogestirsi).
Ecco cosa personalmente tenterei di spiegare ai giovani demotivati, contraddicendo la parte finale dell&rsquo;intervento dello studente che afferma &ldquo;oggi la cultura &egrave; inutile&rdquo;. 
Ritengo infatti che la cultura non solo sia utile, ma anche l&rsquo;unica vera arma contro le mistificazioni del potere. Ed &egrave; bene che sia un&rsquo;arma affilata e capace di andare in profondit&agrave;. Anche perch&eacute; il modello di sviluppo che sembrava inarrestabile, il delirio capitalista -liberista- consumista, comincia a fare cilecca.
&nbsp;
Un&rsquo;ultima nota: attenzione! quando si capisce la falsit&agrave; dei sistemi concettuali in cui viviamo immersi, la tentazione di distruggere tutto &egrave; molto forte, tuttavia non &egrave; detto che la strada pi&ugrave; breve per dare un senso alla propria vita sia la migliore.&nbsp;
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;KayserSose
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Sul numero di ottobre del mensile &laquo;Musica Jazz&raquo; Gian Maria Maletto, per la rubrica &lsquo;Carta stampata&rsquo;, riporta la sintesi di quanto un noto filosofo italiano, Armando Massarenti riferisce su mezza pagina del domenicale supplemento di cultura de &laquo;Il Sole 24 Ore&raquo;del 5 luglio 2009 su un argomento quasi rimosso dal panorama culturale nostrano: il rapporto tra jazz e filosofia. Massarenti ricorda che il trombonista free George Lewis, laureatosi in filosofia ma poi datosi totalmente al jazz d&rsquo;avanguardia, resta comunque fedele alla matrice originaria dei giovanili interessi; e non stupisce quindi che proprio Lewis, al contempo solista, compositore, sperimentatore, didatta, scrittore, attragga come tale l'attenzione dei pensatori pi&ugrave; aperti, a partire dall'americano Arnold Davidson, al lavoro del quale si deve l&rsquo;incontro di Lewis con Masserenti, l&rsquo;estate scorsa, presso la Columbia University (New York) , dove dirige il dipartimento di studi jazzistici. 
E con l'abituale capacit&agrave; di interpretare la filosofia attraverso le cose comuni (o viceversa), Massarenti sa individuare il centro focale di una complessa personalit&agrave; artistica, quando ad esempio afferma che &egrave; &laquo;(&hellip;) l'improvvisazione come modello, o metafora, o, pi&ugrave; precisamente, meccanismo interattivo che, al di l&agrave; della stessa musica, finisce per dirci qualcosa di importante sulla natura umana e sui modi in cui definiamo le nostre identit&agrave; individuali e collettive. A ben vedere la nostra vita &egrave; fatta di continue improvvisazioni, come agenti morali, ma anche come semplici attori di una conversazione. La qualit&agrave; di queste nostre pratiche, e della nostra stessa vita, dipende proprio dalla ricchezza delle nostre esperienze precedenti, che si trasformano continuamente in qualche cosa di nuovo grazie all'interazione responsabile con altre intelligenze&raquo;.
Su quest&rsquo;idea sembra idealmente proseguire lo stesso Lewis nel momento in cui dice che &laquo;(&hellip;) di solito si pensa all'improvvisazione come a una pratica eccezionale prodotta da persone circondate da un'aura mistica. Nel computer non c'&egrave; niente di mistico, e ci&ograve; pu&ograve; infastidire. Lo si programma, e questo appare poco artistico. Ma &egrave; solo l'inizio. II bello &egrave; vedere come interagisce con gli altri strumentisti, mettendo in moto meccanismi inaspettati di accrescimento della conoscenza attraverso l'esperienza. lo posso interagire con lui, e anche tu puoi farlo, e le risposte saranno diverse, manon arbitrarie. &Egrave; stato proprio il lavoro con i programmi per computer svolto negli ultimi trent'anni a farmi riflettere in maniera profonda sull'improvvisazione. Proprio la tecnologia mi ha permesso di capirne la natura&raquo;.
Questo &egrave; solo un piccolo assaggio di un dibattito che dovrebbe allagarsi a macchia d&rsquo;olio per meglio far luce su un tema assai poco discusso in Italia, come del resto nel resto del mondo, salvo rare eccezioni. Il problema &egrave; pi&ugrave; generale perch&eacute; di fatto oggi non esiste una vera e propria disciplina chiamata &lsquo;filosofia della musica&rsquo;, ma soltanto una serie di riflessioni operate soprattutto dai filosofi (e di rado dai musicisti); sono riflessioni che peraltro gi&agrave; sussistono fin dall&rsquo;epoca di Platone, ma che a partire dal Novecento riguardano pi&ugrave; direttamente il campo dell&rsquo;estetica e anche quello della sociologia. E proprio da un sociologo, che per&ograve; fin dai suoi esordi come intellettuale si occupa molto anche di arte (e persino di musica quale compositore) arrivano nel corso del XX secolo i saggi pi&ugrave; importanti e controversi: il tedesco Theodor W. Adorno richiama attorno alle proprie teorie l&rsquo;intera realt&agrave; della musica dotta contemporanea, grosso modo tra gli anni Trenta e Ottanta, quasi senza contraddittorio.
E l&rsquo;influenza di Adorno si fa sentire anche sul jazz, bench&eacute; dedichi all&rsquo;argomento solo poche pagine, nel libro Sociologia della musica (e su qualche altro articolo), con giudizi estremamente negativi, frutto di scarse conoscenze, basate perlopi&ugrave; sull&rsquo;ascolto dell&rsquo;orchestra commerciale di Guy Lombardo di ascendenza swing. Eppure per decenni la critica jazz (ancora di recente con il libro di Christain B&eacute;thune, Adorno et le jazz, purtroppo non tradotto in italiano ) si arrovella per tentare di capire se Adorno abbia o meno ragione.
Tuttavia &egrave; proprio la sociologia a venire in aiuto al jazz e a nobilitarlo come musica importante, originale, autorevole soprattutto per la comunit&agrave; afroamericana: tre libri apparsi tra gli anni Sessanta e Settanta, in un periodo in cui al jazz viene unanimamente riconosciuta la paternit&agrave; di forma d&rsquo;arte, mentre lo stesso jazz con il free si trasforma in credo avanguardista, aprono nuovi orizzonti ermeneutici: lo storico marxista inglese Eric Hobsbawm con The Jazz Scene (1961), il poeta e antropologo nero-americano Leroi Jones con The Blues People (1963) e i critici francesi, vicini allo strutturalismo, Philipe Carles e Jean-Louis Comoli con Free Jazz Black Power (1971), vengono prontamente tradotti in Italia, prestandosi a vivaci polemiche, sulle colonne della rivista &laquo;Musica Jazz&raquo;, dalle lettere al Direttore agli articoli di Alberto Ropdriguez, Angelo Leonardi, Arrigo Polillo; lungo due interi decenni insomma, in Italia, tra critici, jazzisti, musicofili, fans del rock e del pop (quasi nulla invece tra accademici, filosofi compresi) infuria il dibattito sulla liceit&agrave; del free di chiamarsi o ritenersi ancora jazz o addirittura musica. I tre libri di Hobsbawm, Jones, Carles/Comolli di fatto risultano altrettante storie sociologiche della musica dei neri, in cui si difende (o si esalta) appunto la negritudine del fare jazzistico, il ruolo primario dell&rsquo;improvvisazione sonora, fra citazioni colte e interdisciplinari, sino allora poco frequenti in una critica jazz spesso autodidatta e anche poco musicologica, per non dire priva di erudizione, di fondamenti tecnici, di agganci profondi ad altre discipline artistiche. 
&Egrave; invece un italiano, Giampiero Cane con Canto nero (1973) a proporre un metodo filosofico per analizzare il jazz: primo docente universitario di storia del jazz, in una cattedra del Dams di Bologna chiamata Civilt&agrave; Musicale Afroamericana, Cane nel libro analizza soprattutto il free degli anni Sessanta, tra riferimenti a Hegel e Marcuse, per giungere a un&rsquo;analisi politica del gesto sonoro: la sua posizione rimane per&ograve; isolata in un contesto artistico-culturale che non lo aiuta e non lo capisce, ma che pi&ugrave; avanti, negli anni far&agrave; tesoro di idee, proposte, invettive, ragionamenti sempre in controtendenza: senza Cane oggi forse non esisterebbero grandi jazzologi come Marcello Piras, Stefano Zenni, Maurizio Franco, Vincenzo Caporaletti, Enrico Merlin, Gianfranco Salvatore, Claudio Sessa, che in Italia, sia pur in maniere anche molto diverse tra loro, dalla fine del secolo scorso, rinnovano per cos&igrave; dire la filosofia della critica jazz, facendo piazza pulita dell&rsquo;aneddotica, del moralismo, dell&rsquo;intuizione lirica, del lavoro storico disgiunto dall&rsquo;approfondimento musicologico, per tentare di portare a galla, nello studio del jazz, proprio il contributo della musicologia, in particolare nell&rsquo;analisi dei dischi dei singoli musicisti.
Difficile, invece, sintetizzare la filosofia di Giampiero Cane, la cui opera successiva, resta in Italia forse il maggior contributo all&rsquo;analisi del jazz in chiave di filosofia politica; di recente, per&ograve;, Giorgio Rimondi, altro jazzologo interessato a scoprire il jazz sotto inedite prospettive culturali, soprattutto attraverso i rapporti con la letteratura (poesia e narrativa) nel suo ultimo volume, Il suono in figure. Pensare con la musica, una bella raccolta di saggi, pi&ugrave; che un lavoro sistematico, in un lunga intervista allo stesso Cane fa capire riferimenti e weltanschauung: &ldquo;Io sono sempre - dice Cane - &nbsp;per mettere in relazione le cose con l&rsquo;altro da quel che esse sono, perch&eacute; solo cos&igrave; diventano interessanti. L&rsquo;aspetto che privilegiavo del jazz di quegli anni, e forse ho continuato a farlo, &egrave; quello della sua relazione col mondo politico, con l&rsquo;esistenza dei neri americani e col fatto che essi hanno una certa identit&agrave; politica. Che capita loro addosso, certo, senza nemmeno che se la cerchino, insieme al colore della pelle. Ci&ograve; fa s&igrave; che quella musica sia da leggere dentro queste coordinate&rdquo;.
Cane insiste in particolare sull&rsquo;importanza di quell&rsquo;epoca, del free anni Sessanta: &ldquo;Il free jazz ha liberato i neri dal dover fare il jazz, i bianchi si sono sentiti liberati dal dover imitare i neri, quindi si &egrave; sciolta quella che era la banale &lsquo;visione&rsquo; del jazz: armonia europea pi&ugrave; melodia statunitense pi&ugrave; ritmo africano. A quel punto tutte le strade erano possibili. O almeno sembrano esserlo&rdquo;.
E si arriva, alla fine, al tema gi&agrave; individuato poche righe pi&ugrave; sopra sia dal filosofo Armando Massarenti sia dal jazzman George Lewis: l&rsquo;improvvisazione. Cane rammenta che &ldquo;alcuni musicisti hanno improvvisato, a causa di categorie che attraversano il mio pensiero e forse non necessariamente il mondo della musica. Il punto &egrave; un altro. Per me l&rsquo;improvvisazione &egrave; un paradosso del pensiero. &Egrave; una difficolt&agrave; del pensiero che va affrontata per quello che &egrave; (&hellip;) la parola &lsquo;improvvisazione&rsquo; non significa in alcun modo una qualit&agrave;, che per&ograve; viene venduta come una qualit&agrave;&rdquo;. In fondo sia Massarenti sulla vita sia Lewis a proposito del rapporto musica/computer non fanno che ribadire lo stesso concetto, anche se il problema della filosofia del jazz resta proprio l&rsquo;inafferrabile significato dell&rsquo;improvvisazione medesima.
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Guido Michelone</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AFoderaro" >AFoderaro</a> | <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21627502/Per+una+filosofia+italiana+del#comment" >Commenti (4)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[Pasquale Esposito: ... con le sole parole]]></title>
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    <published>2009-11-02T15:22:00+01:00</published>
    <updated>2009-11-02T15:22:00+01:00</updated>
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      <name>AFoderaro</name>
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    <![CDATA[<p><img alt="macina1[1]" style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center" src="http://files.splinder.com/a9ce4d2b769f0ecf81bc1acdf9f89fa4_medium.jpg" />
&nbsp;
Pietra di macina
Pietra di macina l&rsquo;idea del futuro
i miei anni come chicchi di grano
sgranellati, isolati, dispersi, indifesi
in polvere riuniti, raccolti, confusi.
Il mio pane per te, figlio,
briciole sole di vita sulla tua via.
Segui la scia, ritrova la spiga.
Canta l&rsquo;amore che ti ha sfamato
cerca la gioia, arriva al mulino.
Guarda la pietra e ricorda le mani
strette, offerte, protese, a difesa.
Lingua degli uomini da tutti compresa.
Guarda la pietra, osserva il tuo volto.
&nbsp;
Impazzir&ograve;
E&rsquo; tutta qui con me
quella sensazione di inutile vita.
Le parole sono disperse
nel soffio di vento del tuo saluto.
Se proprio devo
vivr&ograve; con la consapevolezza del bisogno.
La mancanza sola
mi servir&agrave; come svago alla perdizione.
Vorrei sentirti cantare.
Impazzir&ograve; senza dirlo a nessuno.
&nbsp;
Da ignoto
Verr&ograve; da sconosciuto 
con le sole parole
senza la luce del nome 
e senza notizie sul come.
Verr&ograve; e ti sar&ograve; ignoto.
Una nuova presenza 
cosciente dei segni
vestito di tutti gli accenni.
Avr&ograve; il tuo io
accumulato negli anni
eppure in mistero celato.
Verr&ograve; per osare
ci&ograve; che a me non &egrave; dato.
Vicenda senza una storia.
Sar&ograve; essenza novella
che inizia da qui
barlume del mito
cercherai ci&ograve; che ero
temendo di avermi tradito.
&nbsp;
Tutto &egrave; gi&agrave; dato
Arpeggia la luce la sua carezza 
svelando ogni dolce segreto del corpo 
e rimarcando l&rsquo;ordita bellezza. 
Indugia lenta sui vuoti e sui pieni 
creando i colori del mio desiderio 
iniettando i suoi voluttuosi veleni. 
Solo il tuo sguardo condivide 
ogni mio recesso pensiero 
attraversa lo spazio tessuto 
che accompagna e divide. 
Tutto si compie anzitempo 
sottraendo all&rsquo;atto 
la ricchezza dell&rsquo;attesa 
svilendo la pienezza del tatto. 
Nulla pu&ograve; essere ancora rubato.
&nbsp;
Puparo d&rsquo;amore
Danza per me.
Nel movimento io esisto.
I fili il corso delle mie ore.
Son puparo d&rsquo;amore
e disegno le scene.
Tela nuda, resto,
senza le tue pene
ad ogni solo gesto.
Ravviva il canto
e tieni voce
a fugar silenzi.
Essi, per me,
solo morte atroce.
Vivi e balla
son tue le movenze
solo tua la presenza.
Danza con me.
Reggimi i fili
della vuota coscienza,
nel tuo movimento
la mia triste esistenza.
&nbsp;
Specchio
Conosci di me
quel che non vedo,
serbi fedele
fuori dal tempo
ci&ograve; che non chiedo,
solo attenzione.
Sei limite e fine
di ogni umano sapere
mare oscuro
nel quale sprofondo
senza ritorno
senza potere.
Ogni mio verbo
scandisci silente,
crei dal nulla
la vita del niente,
sei falso
eppure pi&ugrave; vero
del mio solo presente.
&nbsp;
La mancanza
Drappeggia i suo teli, la notte.
Indossa i monili e invita a danzare.
Ricordo gli amori e di essi,
negli anni,
solo gli odori.
Di fiori del primo, sbagliato.
Di mare, mai pi&ugrave; scordato.
Di lino pulito, tanto cercato.
Unico, rimane,
finch&egrave; dura la danza,
quello che non so definire.
Mi lascia un essenza
della quale conosco
la sola mancanza.
&nbsp;
La belt&agrave;
Tanto sparge intorno
la belt&agrave;
il suo colore
che rimane al cuore
solo
l&rsquo;affidarsi unicamente
al suo tremore.
&nbsp;
Una parola
Quando il tempo
avr&agrave; trascritto
le sue storie
sul mio viso
e le stagioni
lasceranno
sempre il bianco,
allora mia diletta
mi verrai in sogno
e ricorder&ograve; chi ero.
Come un museo
serber&ograve; le parole,
quelle dell&rsquo;amore
e quelle del dolore
e tutte a me
saranno vecchie.
Una sola,
come ora,
mi sar&agrave; amica
eppure ignota,
proprio quella
che a me diede amore
ed a te un compagno.
La speranza.
&nbsp;
Tutte le passioni del mondo
A chi ho detto di me ?
Chi sa dei miei desideri ?&nbsp;&nbsp;&nbsp;
Non mi basta il mio corpo
e l&rsquo;attenzione degli uomini.
Non mi basta pensare,
vorrei poter raccontare
e toccare tutti i colori
del mio cielo.
Vorrei accrescere
le mie mani
per sentire
tutte le passioni del mondo.
&nbsp;
Solo quella
Ho frugato fra tutte
le mie parole
cercando proprio quella
che vorresti sentire.
Ho confrontato
e scartato,
recuperato, ricordato.
Ho rubato tra quelle
trovate da altri,
scolpite nei libri.
Ho inventato
suoni nuovi e diversi.
Sono rimasto, poi,
esausto a guardarti
e all&rsquo;improvviso
m&rsquo;&egrave; tornata alla mente
la parola amore.
Solo quella.
&nbsp;
Vieni amico
Vieni amico
a portare il tuo cuore.
Lo uniremo al mio
per sfamare il silenzio.
&nbsp;
Non voltare lo sguardo

Scambierei il mio corpo
con i tuoi pensieri,&nbsp;
le mie mani
con i tuoi desideri.
Vorrei essere ovunque
per non farti voltare lo sguardo.*
&nbsp;
*da Come pagina bianca - Aletti Editore
&nbsp;
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pasquale Esposito</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AFoderaro" >AFoderaro</a> | <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21616739/Pasquale+Esposito%3A+...+con+le+#comment" >Commenti (14)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[... più di una qualsiasi filosofia]]></title>
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    <published>2009-11-01T22:48:10+01:00</published>
    <updated>2009-11-01T22:48:10+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.lietocolle.com/upload/images/merini_bio.jpg" />

La verit&agrave; &egrave; sempre quella,

la cattiveria degli uomini

che ti abbassa

e ti costruisce un santuario di odio

dietro la porta socchiusa.

Ma l'amore della povera gente

brilla pi&ugrave; di una qualsiasi filosofia.

Un povero ti d&agrave; tutto

e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.

Alda Merini 

da &quot;Terra d'amore&quot;

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    <title type="html"><![CDATA[Ivan Crico: Il cielo per sempre - Note su Mario Benedetti]]></title>
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    <published>2009-10-31T17:56:00+01:00</published>
    <updated>2009-10-31T17:56:00+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p><img style="TEXT-ALIGN: center; MARGIN: 0px auto 10px; DISPLAY: block" alt="valle Natisone[1]" src="http://files.splinder.com/0ad42d72d3166306ba253797096f723d_medium.jpg" />
&nbsp;&nbsp; Di sfuggita come tante altre volte - l&rsquo;occhio a cercare freneticamente intorno un posto dove parcheggiare - tornai a intravedere la targa sulla casa di Michelstaedter mentre l&rsquo;ombra della Chiesa di Sant&rsquo;Ignazio, delle sue due verdi guglie laterali, si stendeva su Piazza Vittoria. Ero in ritardo. Sopra le case, in alto, il Castello di Gorizia avvolto nel crepuscolo afoso, torbido di luglio. Presso alcune mercerie ( negozi che qui, durante i giorni feriali, sono presi d&rsquo;assalto da gruppi d&rsquo;acquirenti frettolosi che arrivano d&rsquo;oltre confine ) trovai un posteggio.&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Poche decine di metri mi dividevano dalla libreria di Giovanni come ugualmente vicina, svoltato l&rsquo;angolo, si trovava la casa dov&rsquo;era nato e vissuto Graziadio Isaia Ascoli. Insigne studioso, in una citt&agrave; di frontiera dell&rsquo;altro secolo in cui gran parte della popolazione parlava ancora il friulano, come il tedesco o lo sloveno, da questo estremo, silenzioso angolo del nostro paese riusc&igrave; a rivoluzionare gli studi di linguistica: nell&rsquo;Italia, un&rsquo;Italia appena unificata difatti, al Manzoni che vedeva nel fiorentino colto la lingua da seguire, L&rsquo;Ascoli ribatteva che anche il fiorentino in fondo non era che un dialetto e che la sua considerazione avrebbe portato a non tener conto della storia linguistica italiana precedente. Contro l&rsquo;astrazione di un italiano parlato da una cerchia ristretta di persone Ascoli difese, in questo modo, la realt&agrave; dialettale. E, attraverso questo, una visione estremamente moderna della lingua intesa come una realt&agrave; mobile, aperta, impura: ma che in questo aprirsi ad altre influenze denuncia la sua vitalit&agrave;, la sua capacit&agrave; di incarnare la variet&agrave; e le continue trasformazioni del reale.
&nbsp;&nbsp; Combattivo nel difendere le sue idee, studioso instancabile, fondatore dell&rsquo;Archivio Glottologico Italiano e Senatore del regno, era inoltre, tra i moltissimi altri, in stretto contatto con poeti come il Carducci e Pascoli. 
&nbsp;&nbsp; Non sembrava cos&igrave; strano, allora, ritrovarsi in quella piccola libreria, inconsapevolmente a novant&rsquo;anni esatti dalla sua morte, a parlare della nuova poesia evocando le &ldquo;Odi barbare&rdquo;, molta dimenticata poesia di fine secolo, quasi per cercare, ripartendo da lontano, da una posizione eccentrica, strade poco battute per proiettarsi, con maggior forza, in avanti. 
&nbsp;&nbsp; Incalzato da Gian Mario Villalta, Mario Benedetti, durante l&rsquo;incontro, sembrava sottrarsi alle domande lanciando quasi casualmente, come fossero delle boutade, altri interrogativi, quasi che pi&ugrave; della risposta importi quanto una domanda sia capace di creare nuove, ancora impensate domande. Aggiungere altri possibili punti di osservazione rispetto al problema. 
&nbsp;&nbsp; Nel giorno gi&agrave; al termine fuori, uscendo nel buio, senza aver trovato una risposta ai propri interrogativi, ci si ritrovava in qualche modo cambiati; c&rsquo;era stato come un balzo in avanti nel nostro pensiero, lungo il cammino si erano aggiunti nuovi sentieri, ponti per proseguire oltre. Gorizia, i suoi lunghi marciapiedi di pietra, lucidi sotto la luce dei lampioni, poche automobili, bar chiusi sempre troppo presto, si spalancava davanti, prolungata anch&rsquo;essa, senza fine, nella notte.&nbsp;  
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; I lineamenti fini, gli occhi di un celeste tenero. Mario Benedetti parla raramente. Sembra quasi, ad un primo incontro, poco interessato a ci&ograve; che gli sta succedendo intorno. Ma &egrave; soltanto un&rsquo;impressione superficiale. In realt&agrave;, a volte dopo molto tempo, ci si accorge che i suoi silenzi sono il segno di un&rsquo;attenzione profonda, di una curiosit&agrave; che si esprime nell&rsquo;ascolto, nello sguardo: particolari, anche minimi, frasi, nomi si imprimono nel suo ricordo con forza e, se capita di riparlarne assieme, di riferirsi a qualche occasione particolare, ci si accorge solo allora che fra tutti il pi&ugrave; presente era sempre lui, il pi&ugrave; apparentemente lontano.
&nbsp;&nbsp; Nato tra le colline di Nimis, in Friuli, Mario Benedetti vive da anni a Milano. Sul terrazzo di casa cerca un cielo scomparso. Un&rsquo;aria irraggiungibile.
&nbsp;&nbsp; Torna spesso, appena pu&ograve; da queste parti, a trovare la sua famiglia. Con Donata, o da solo, approfitta di questi momenti per scoprire paesaggi sconosciuti. Paesi dimenticati tra le valli del Natisone, a cui si arriva per strade strette, accidentate. Le distese piatte della Bassa, con i pioppi nudi alla sera in un velo di nebbia. La gente, le tante genti diverse di qui. Con le parole ereditate, cariche di vita, che esplodono tra il fumo delle &ldquo;private&rdquo; come qui vengono chiamate le mescite stagionali di vino. Il profumo della landa carsica nel Terrano o del Traminer illimpidito dal gelo, come un discorso con questi luoghi mai interrotto, che si riapre.
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
Guardo vicino all&rsquo;acqua l&rsquo;acqua.
Quando dici erba piango,
quando nelle tue parole ci siamo noi e c&rsquo;&egrave; tutto
l&rsquo;avere incominciato da piccoli
qui in questa terra, dici, questa nostra terra...


&nbsp;&nbsp; Un rapporto profondo con la lingua, i luoghi, le persone su cui lo sguardo si &egrave; posato per la prima volta. Uno sguardo che, nel tempo, &egrave; andato spostandosi sempre pi&ugrave; in l&agrave;, lontano, intravvedendo e scontrandosi con problematiche profonde, sono la caratteristica pi&ugrave; evidente - anche se non l&rsquo;unica - del suo lavoro. Sono versi tratti dal suo primo libro di poesie e prose, &ldquo;I secoli della primavera&rdquo;, un libro in cui la parola, attraverso una dura e tesa scarnificazione del dettato lirico, tendeva ad avvicinarsi al manifestarsi della vita colta nel suo aspetto pi&ugrave; nudo, anonimo, come a voler dar voce senza farle violenza a tutta quella infinita quantit&agrave; di esistenze, di gesti e di paesaggi attraversati, destinata a non altro che a sparire, in silenzio: l&rsquo;infanzia con i suoi tremori, la madre e il padre, le corse in bicicletta e il dischiudersi pieno di stupore nel vento, nei giorni, dei primi volti femminili amati. 
&nbsp;&nbsp; Non si delineano risposte, rivelazioni in questi testi rapiti nel turbine dello sgomento di confrontarsi, senza nulla da opporre, al fluire degli anni che trascorrono cancellando, precipitando nella nebbia del ricordo ci&ograve; che fino ad un momento prima era tra noi, dentro di noi. 
&nbsp;&nbsp; Eppure, lontana da ogni opaca immanenza, in queste parole che non parlano d&rsquo;altro che di ci&ograve; che ci circonda, di una realt&agrave; umile, fatta di povere cose, si dilata fino a dissolverne i confini la percezione del mistero che le abita e in cui abitano. Le cose diventano allora il luogo in cui, da ogni direzione, il tempo precipita come sospendendole in un presente irreale, &ldquo;un altro presente&rdquo;:
&nbsp;
E vedo - chiss&agrave; dove - il bianco del soffitto, le porte che si aprono e si chiudono, soltanto pi&ugrave; scure agli stipiti, dove tutto &egrave; presente: ci&ograve; che muore perch&eacute; &egrave; ancora, perch&eacute; rimane, perch&eacute; continua ad essere...di nuovo all&rsquo;angolo, dove le linee ripartono dal punto che conclude le pareti.
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Il suo secondo lavoro invece, Una terra che non sembra vera, &egrave; un piccolo libro uscito nel 1996. Sono ventun poesie appena ma, gi&agrave; ad una prima rapida lettura, si ha da subito l&rsquo;impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo e di diverso rispetto al libro precedente e, insieme, a quanto offre in generale, ancor oggi, la produzione poetica in Italia. Impressione poi via via confermata dalle sue successive raccolte, fino alle recenti, tesissime Pitture nere su carta.
&nbsp;&nbsp;&nbsp; Partendo ancora e sempre dalla vita quotidiana ad esempio - radicata profondamente nei drammi dell&rsquo;oggi ma con vette d&rsquo;intensit&agrave; lirica inattese -&nbsp;senza nessuna retorica questa poesia sembra la sola tra le tante che sia riuscita a restituire fino in fondo, attraverso le parole, il dramma, lo sgomento della guerra oltre confine. Un dramma senza fine che, in Slovenja, Slovenja, emerge senza mai essere nominato ma solo alluso nei versi finali:
&nbsp;
E&rsquo; venuto con i passi nell&rsquo;erba,
&egrave; un vento che pensa e ha avuto un prato l&agrave;
e scende, va cos&igrave;, e sale nella mummia del fieno il suo forcone.
&nbsp;
Su, qui, Silvano Berra ricorda Franco che tagliava ieri i c&agrave;rpini.
Io faccio fatica a dire chi sono perch&eacute; non &egrave; pi&ugrave; niente l&rsquo;erba che capita.
Aspetto sul muro il muro per sedermi, di poter guardare qui davanti
il vento che &egrave; stato, i giorni che erano anche per me giornate di caldo.
&nbsp;
La nonna malata, ma era sempre un po&rsquo; magra malata,
avvilita per le spese del funerale,
come fate, lo ripeteva alla mamma.
L&rsquo;avevano portata con il carro all&rsquo;ospedale e poi quando era venuta
tra quelle due finestre si era fermato.
Uno ubriaco l&rsquo;aveva messa in spalla come un sacco, &egrave; morta cos&igrave;,
l&rsquo;hanno messa in terra ma era morta.
Stava l&igrave;, nel suo vestito, con quello che si era visto sempre,
era buona, era una donna buona.
&nbsp;
Piangi qua, borgo senza nessuno
carbone dei corpi e delle mucche
vestiti bruciati, visi neri
fumo delle carni e del fieno umido.


&nbsp;&nbsp; Un impressione di stupore e spaesamento insieme, accentuata anche dal fatto che la lingua di Benedetti non si discosta di molto da quella di ogni giorno: non troviamo, difatti, termini ricercati o preziosi, cari a tanti poeti; ed &egrave; quasi del tutto assente un uso&nbsp;sperimentale della parola teso, a scardinare il linguaggio proiettandosi - attraverso un ribaltamento dei significati convenzionali - in altre non ancora esplorate dimensioni del dire. O, meglio, il lavoro di Benedetti parte dall&rsquo;interno della lingua e procede per vie nascoste, lievi ma decisivi interventi, &ldquo;scarti minimi&rdquo; (parafrasando il titolo della rivista fondata assieme a Stefano Dal Bianco), in modo tale che, almeno apparentemente, non vi sia una differenziazione cos&igrave; evidente rispetto alla poesia della tradizione novecentesca. Eppure pochi ad esempio, quasi nessuno forse, hanno saputo convogliare la lezione estremamente moderna di Celan - senza forzature - all&rsquo;interno della poesia italiana come questo autore. Una poesia come &ldquo;Marzo&rdquo;, soltanto per fare un esempio, si presenta come una sintesi rara di questo lavoro sulla parola:
&nbsp;
Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.
&nbsp;
Non &egrave; mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case &egrave; dirti guarda
e gi&agrave; ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico guarda quante eriche.
&nbsp;
Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.
&nbsp;
E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perch&eacute; la mano &egrave; cos&igrave;, amore,
lei va alta tra i tuoi capelli.
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Nella parola, maturata nelle lunghe veglie, trovano as&igrave;lo tutte le cose minacciate, la notte condivisa dagli uomini, di cui l&rsquo;umano fa parte. Proteggere la notte, porla in salvo, &egrave; mantenere viva, alta nel vento scuro, la fiamma del mistero. Le molte vite scomparse, i molti volti senza nome di cui siamo la sola, quasi sempre inconsapevole, testimonianza. Attraverso la memoria con cui un presente proiettato solamente nel futuro, nell&rsquo;affinamento sempre pi&ugrave; disumanizzante della tecnica, tende a recidere ogni legame. Decretando, per i morti, abbandonati a se stessi, una morte ulteriore, definitiva se nulla, pi&ugrave;, li congiunge a noi, alla nostra vita. 
&nbsp;&nbsp; Il peso di un&rsquo;enorme responsabilit&agrave;, di cui l&rsquo;uomo deve farsi carico, viene ricordato, esplicitamente o implicitamente, in tutti questi versi . Parimenti, in altre forme, un medesimo appello veniva lanciato nell&rsquo;ultima, lacerata poesia in friulano di Pasolini &ldquo;Saluto e augurio&rdquo;:
&nbsp;
Dif&igrave;nt i pal&egrave;s di mor&agrave;r o aun&agrave;r,
in nomp dai Dius, grecs o sin&egrave;is.
M&ograve;ur di am&ograve;ur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.
&nbsp;
Il ci&agrave;f dai to cunp&agrave;ins, tos&agrave;t.
Dif&igrave;nt i ci&agrave;mps tra il pa&igrave;s
e la campagna, cu li so panolis,
li vas&rsquo;cis dal led&agrave;n. Dif&igrave;nt il prat
&nbsp;
tra l&rsquo;ultima ciasa dal pa&igrave;s e la roja.
I cias&agrave;j a som&egrave;ja a Gl&igrave;siis:
giolt di chista idea, t&egrave;nla tal c&ograve;ur.
La confidensa cu&rsquo;l soreli e cu&rsquo;la ploja,
&nbsp;
ti lu sas, a &egrave; sapiensa santa. *
&nbsp;
&nbsp;&nbsp; Nell&rsquo;attimo in cui veramente capiamo come tutto ci sfugge, come noi sfuggiamo a noi stessi, cominciamo allora, per la prima volta, a comprendere quanto la sopravvivenza e la continuit&agrave; delle cose pu&ograve; dipendere dal nostro volerle o non volerle custodire al nostro interno, garantendo loro - scomparse, sempre sul punto della cancellazione definitiva - uno spazio teso ancora ad accoglierle nel mondo. Dipende soltanto da noi - traghettandole con la nostra testimonianza verso il domani - se l&rsquo;oblio assoluto avr&agrave;, o meno, il sopravvento.
&nbsp;&nbsp; Apparentemente - ma solo apparentemente appunto - rispetto ad altre ricerche pi&ugrave; estreme questa poesia potrebbe allora forse apparire come un ritorno a forme e modi di esprimere pi&ugrave; rassicuranti, come una sorta di riflusso, non riuscendo a trovare pi&ugrave; alcun appiglio stabile, nell&rsquo;alveo protettivo e materno di una realt&agrave; in cui questi riferimenti erano ancora intatti e vivi.
&nbsp;&nbsp; La frattura operata da Benedetti esiste invece; ma forse, per meglio dire, pi&ugrave; che un distacco drammatico, un taglio netto, la sua &egrave; piuttosto da intendersi come una di quelle svolte decisive che accompagnano senza traumi, discretamente e senza il bisogno di doverlo manifestare, un passaggio naturale da un&rsquo;et&agrave; della vita ad un&rsquo;altra, per cui non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; bisogno di dover attaccare il nostro passato per liberarsene e proseguire oltre. Questo passaggio &egrave; anche il risultato di una rara sapienza nel riuscire a costruire testi estremamente equilibrati, in s&eacute; conclusi, &ldquo;classici&rdquo; quasi, con una misura ed un senso del ritmo che nulla, per&ograve;, ha a che vedere con la metrica tradizionale. 
&nbsp;&nbsp; Versi in cui il tempo batte, silenzioso, in perfetta sincronia con quello attuale. Il che li rende quasi inavvertitamente familiari, vicini a noi, diversamente da ci&ograve; che accade con quanti credono (o sperano) di poter ristabilire un rapporto con il passato recuperando semplicemente forme gi&agrave; collaudate. Nate per altri, non pi&ugrave; nostri, tempi.
&nbsp;&nbsp; La poesia di Benedetti - senza mai voler affermare nulla di definitivo, resa forte dalla sua a volte manifesta incapacit&agrave; a dire - apre forse pi&ugrave; di altre ricerche attuali una via, ancora percorribile e vera, verso il domani soltanto immaginabile della parola:
&nbsp;
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 
&nbsp;Mi sento nel giro che facevi a prendere la legna,
&nbsp;nel rumore del camion che va perch&eacute; si possa entrare
&nbsp;in trattoria durante l&rsquo;ora di pausa: nei pensieri
&nbsp;che accompagnano la terra da togliere nel cantiere.
&nbsp;
Questo &egrave; lo sguardo che lo tiene, quando si va la sera,
e volendo ci si pu&ograve; chiedere com&rsquo;&egrave; stata, che cosa, la giornata:
restare in una melodia o con un disegno pi&ugrave; nervoso e impossibile.
&nbsp;
Cos&igrave; mi penso nelle parole che risalgono il cortile,
dopo averti sentita nell&rsquo;aria che ti affaticava: un po&rsquo; intorno
come una sera d&rsquo;aria tra le pietre e sulla campagna.
&nbsp;
Dove la neve &egrave; occuparsi di che cosa sono le erbe e i sassi,
rimanere sulle cose per un po&rsquo;, nel bianco della neve:
con le piane che avevano il tuo sguardo grande,
tu che diventavi le giornate, lavoro e prati di un mondo.
&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;Memorie e sguardi che si fondono nella luce smarrita di un unico, dilatato presente. Rivelazioni che sorgono ancora, anche dalle nuove poesie come questa, dall&rsquo;ascolto di ci&ograve; che passa con noi, dentro di noi, e scompare, oltre una frontiera nascosta, inosservato. Intrattenibile. I muri strappati delle case che non ci sono, l&rsquo;acqua sporca oltre le reti. I volti pieni di vento vivi fino a quando qualcuno continuer&agrave;, nel silenzio, ancora a pensarli.
&nbsp;
&nbsp;

* &ldquo;Difendi i paletti di gelso, di ontano, / in nome degli dei, greci o cinesi. / Muori di amore per le vigne. / Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. // Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese / e la campagna, con le loro pannocchie / abbandonate. Difendi il prato // tra l&rsquo;ultima casa del paese e la roggia. / I casali assomigliano a Chiese: / godi di questa idea, tienila nel cuore. / La confidenza con il sole e la pioggia, // tu lo sai, &egrave; sapienza santa&rdquo;. Pier Paolo Pasolini, &ldquo;Saluto e augurio&rdquo;, p. 257.
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    <title type="html"><![CDATA[Andrea Pomella: Qualcuno mi dia la sua parola]]></title>
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    <published>2009-10-30T00:19:00+01:00</published>
    <updated>2009-10-30T00:19:00+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p><img alt="Purification-Room[1]" style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center" src="http://files.splinder.com/d17fccd70e0915ef9df55f2141fcd0a4_medium.jpg" />
La parola per un poeta &egrave; la casa, l&rsquo;appartamento spirituale in cui conserva le cose che gli appartengono, quelle pi&ugrave; intime e quelle, per cos&igrave; dire, pubbliche, come &egrave; pubblico ci&ograve; che indossiamo ogni giorno andando a lavoro, o le riviste che prestiamo o gli accessori di cui ci serviamo quotidianamente, orologio, chiavi della macchina, occhiali da sole, sigarette, portafogli, taccuino, eccetera. Nella parola i poeti conservano il loro mondo fatto di circolari e di lettere a Dio, di sussulti sfuggiti nel cuore della notte, di tazze di caff&egrave; offerte a personaggi inesistenti, compagni di lunghi pomeriggi di fantasia. Quante volte un poeta cambia casa nel corso della sua vita? Cinque, dieci, cento volte; come pi&ugrave; o meno accade a tutti gli uomini. Quante che siano, quel poeta sapr&agrave; in ogni momento dove si trova il suo luogo familiare per antonomasia, la sua patria sospesa in punta di labbra, la lingua madre con la quale da sempre chiama per nome tutte le cose. La parola &egrave; l&rsquo;elemento base della comunicazione, sia essa verbale o non verbale, &egrave; la radice da cui nasciamo in quanto uomini e che ci distingue nel mondo dalle altre specie, per dirla con Neruda &ldquo;la parola &egrave; un&rsquo;ala del silenzio&rdquo;. Mi sto accanendo con queste riflessioni intorno alla parola dal momento che mi sono imbattuto in questi versi di Rose Ausl&auml;nder, versi che definiscono, appunto, la parola come un luogo abitabile, la sacca che ci portiamo dietro nel nostro infinito vagare e nella quale riponiamo a nostra volta le cose che abitano in noi. E cos&igrave; mi sforzo di cercare la sacca che mi appartiene, la parola che contenga il cuore di tutto ci&ograve; che mi rappresenta al mondo, e subito mi rendo conto che &egrave; impresa titanica e fatalmente vana, che l&rsquo;ubicazione di questo codice che racchiude il mio universo &egrave; in qualche parte in un vasto oceano di sabbia. Come fare allora? A volte, quando mi intrufolo in quello sprazzo d&rsquo;azzurro che definisce i confini della narrazione, mi sembra di poter circoscrivere il campo e avere la parola-madre a portata di mano, mi sento allora come un inquilino ridotto allo stato di prigionia che conosce dal didentro le pareti della stanza che lo ospita, ma ignora completamente l&rsquo;aspetto esteriore dell&rsquo;edificio, il colore del cielo che lo sovrasta, il paesaggio in cui &egrave; confinato. Tuttavia &egrave; solo la sensazione di un momento. Subito, appena esco da l&igrave; per rilasciare la chiave sotto la tela cerata del mio posto nel mondo, ecco che la parola abitabile torna ad essere un&rsquo;utopia, il sogno invisibile di un uomo che si sente come una lumaca turbata dalla propria nudit&agrave;. Faccio allora mia l&rsquo;invocazione della Ausl&auml;nder e chiedo a chi ha la compiacenza di passare di qua, fra queste righe che mi ospitano, di prestarmi una parola, una qualsiasi, purch&eacute; sia comoda, non dico accogliente, quel tanto che basta a ripararmi dai rigori dell&rsquo;inverno e che mi faccia pensare ancora di poter trovare la verit&agrave; anche dove non c&rsquo;&egrave; mai stata. &Egrave; un favore che saprei come contraccambiare. Ve lo assicuro.

&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
&nbsp;
Rose Ausl&auml;nder, &nbsp;ABITABILE
&nbsp;
Sono partita
per imparare la vita
&nbsp;
Spogliata della mia casa
abito nella parola
&nbsp;
Essa &egrave; attaccata alle cose
che abitano in me
&nbsp;
Qualcuno
mi d&agrave; la sua parola
&nbsp;
Se &egrave; abitabile
l&rsquo;accolgo
la mantengo
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    <title type="html"><![CDATA[Patricia Panebianco: La ruota da Lun_e_storte ed altre perle]]></title>
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    <published>2009-10-28T15:55:00+01:00</published>
    <updated>2009-10-28T15:55:00+01:00</updated>
    <author>
      <name>AFoderaro</name>
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    <![CDATA[<p>&nbsp;
(Pagina 105 di Lun_e_storte - interpretazione di Francesca Pellegrino)
&nbsp;

&nbsp;
&nbsp;
&nbsp;

madre mi fu Parola e padre il Segno
dispotici ed astiosi e maledetti
bisbigli di segreti e di promesse


e ho disperato anni ad ogni fiato
leggendo per saperli e per amarli
scrivendo per conoscerne le braccia
ma snocciolavo inutilmente grani
ch&eacute; la parola non mi rese figlia
come pi&ugrave; tardi non mi disse donna
*
ora
*
che ho gi&agrave; dimenticato e non so come
tele di lettere scarlatte del mio sangue
che da decenni cola e mi fa colla
per ogni segninsetto avvelenato
che si suicida intossicando me
ma mai mi d&agrave; la grazia di finirmi
*
ora
*
che di bugie so farne fioco lume
l&rsquo;orfana e vedova che fui conosco
dilemmi altrui mi nego e muta taccio
&nbsp;
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La nostalgia del poeta di De Chirico
&nbsp;
Inediti
Illiquida
&nbsp;
Mi si strozza di gioia la mattina
sveglia in questo sensato non amore,
pane nel microonde e niente fumo
ch&eacute; vivere fa male, fa morire.
I passi sono grigi e ben posati
non si muove una foglia se respiro,
non cade, figuriamoci parlare,
discutere del vento, fare amore,
ch&eacute; vivere fa male, fa morire
e ho imparato il perfetto navigare
fra il mio letto, la doccia e la cucina,
ogni tanto si punta verso il nord
ma si sa che &egrave; per finta, per tornare
ch&eacute; vivere fa male, fa morire.
Ma la scure che scende con le gocce
quando piove o nel bagno o nel sudore
&egrave; che quando si scalza fuori il cuore
non c'&egrave; acqua che cade che sia pianto.
&nbsp;
The day after
&nbsp;
Ancora attorcigliata al sonno bianco
miracolavo stimmate ch&eacute; croci
non c'era pi&ugrave; nemmeno da appoggiarle.
Non credo avrei voluto esser felice
mi avessero avvisato il giorno prima
che questa santit&agrave; collaterale
ha il suono devastato del silenzio.
&nbsp;
La vita ha gli occhi belli
&nbsp;
Ciocche di mare a terra e scogli al cielo
sulla riga spartita del dolore
un taglio corto e colpi di rasoio
fra due alghe spezzate e un francobollo
- un messaggio in bottiglia fra le pietre
&egrave; solo vetro sotto i sogni nudi -
Ma l'oceano sa dire in un capello
mille scaglie di vita e nodi a miglia
di destini percorsi e di naufragi
come anelli annegati alle pupille
- la vita ha gli occhi belli amore mio
per chi non ha paura di affogare -
E scuoto il telo bianco del rimpianto
muovo le mani appena sul mio tempo
segno una croce rossa senza nome
volo di nuovo carpiandomi in un tuffo
- ch&eacute; bastano le gambe per volare
e il mare aspetta il mare sa vedere &ndash;
&nbsp;
Vendemmie
e mi ricordo c&rsquo;era l&rsquo;uva piena
quella che la vendemmi e poi la bevi
mosto
e caldo e risa ed api e anche paura
quella che non &egrave; mai passata del futuro
pestato
e poi c&rsquo;era il sentiero quello stretto
che gira il piede quando passi
e c&rsquo;era
l&rsquo;attesa della festa e un bacio in bocca
quello innocente quello che non sai
l&rsquo;amore
e poi &egrave; stata festa e gi&agrave; piegava
l&rsquo;attesa disattesa il ramo
la vita
&nbsp;
*****
&nbsp;
Inediti in dialetto siciliano
&nbsp;
Nunn&rsquo;&egrave; peccatu
&nbsp;
Nunn&rsquo;&egrave; peccatu l&rsquo;amuri ca ti desi
arr&igrave;alatu, ciatu miu ca fuj,
ma nun ti pozzu dari mancu n&rsquo;ura
cchi&ugrave; - si fici tardu ppi nu&agrave;utri uora -
e &lsquo;u tempu i&ugrave; lu pavu c&ucirc; suduri
a rati fitti e fatti di duluri
di spinguli c&rsquo;azziccanu lu cori
di vuci ca &lsquo;nto scuru fanu sgrusciu
I&ugrave; &lsquo;nta &lsquo;sta notti vogghiu &lsquo;a vucca duci
d&rsquo;amuri ca mi vasa &lsquo;n menzu a l&rsquo;occhi
&nbsp;
Traduzione letterale
Non &egrave; peccato l&rsquo;amore che ti ho dato
regalato, fiato mio* che fuggi
ma non ti posso pi&ugrave; dare nemmeno un&rsquo;ora
perch&egrave; si &egrave; fatto tardi per noi adesso
e il tempo io lo pago col sudore
a rate continue e fatte di dolore
di spilli che pungono il cuore
di voci che al buio fanno rumore
Io questa notte voglio la bocca dolce
per l&rsquo;amore che mi bacia in mezzo agli occhi
* espressione che equivale ad &ldquo;amore mio&rdquo;
&nbsp;
Quannu &lsquo;u sonnu nun veni
&nbsp;
Furr&igrave;anu l&rsquo;occhi a tali&agrave;ri &lsquo;stu cielu
chinu di stiddi ca nunn&rsquo;hanu luci
e mancu abbentu &lsquo;nta &lsquo;sta notti duci
ca sapi cu&rsquo; &egrave; ca mori e dunni veni
&lsquo;sta lacrima ca scinni e nunn&rsquo;a teni
&nbsp;
Traduzione
Quando il sonno non viene
Girano gli occhi a guardare &lsquo;sto cielo
pieno di stelle che non hanno luce
e manco pace in questa notte dolce
che sa chi muore e sa da dove viene
&lsquo;sta lacrima che scende e non trattiene

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    <published>2009-10-27T00:38:00+01:00</published>
    <updated>2009-10-27T00:38:00+01:00</updated>
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      <name>AFoderaro</name>
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    <![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.massj.com/wp-content/img/sincerita_sensibilita.jpg" />
&nbsp;





Si sostiene da pi&ugrave; parti che un uomo pubblico dovrebbe essere in grado di esibire una moralit&agrave; a prova di attacco, perch&eacute; inesorabilmente la sua stessa vita privata &egrave; diventata pubblica e quindi appartiene di diritto al giudizio di noi tutti. Forse &egrave; vero, se ne pu&ograve; discutere, ma il mio sconforto &egrave; molto pi&ugrave; profondo di fronte all'immoralit&agrave; privata, cio&egrave; al fatto che una persona (sia essa pubblica, o anche solo privatissimo cittadino) non senta l'esigenza di essere coerente nella sua immagine, non senta l'esigenza di apparire esattamente (o almeno con una buona approssimazione) rispetto a ci&ograve; che &egrave; davvero (e che ritiene di essere): mostrarsi integerrimo cittadino, marito e padre di giorno, e vivere una inconfessabile vita notturna di marginalit&agrave;, di sesso estremo, di esagerazioni. Non &egrave; il fatto in s&eacute; che va riprovato (questo lo lasciamo fare ai bigotti), &egrave; l'incapacit&agrave; di essere pubblicamente trasparenti, &egrave; la mancanza di quella virt&ugrave; che un tempo si insegnava negli oratori, e oggi forse nemmeno pi&ugrave; l&igrave;, la sincerit&agrave;. Che non dovrebbe essere solo la prima virt&ugrave; del politico (virt&ugrave; perduta da tempo), ma anche di noi privatissimi cittadini, senza la quale possiamo solo vivere la dissociazione e l'incoerenza, la follia e la disperazione di una servit&ugrave; tragica all'istinto.

Stefano Zampieri
&nbsp;
Note Biografiche
Stefano Zampieri &egrave; nato a Venezia nel 1960, filosofo consulente ed insegnante. Presidente di &quot;Phronesis - Associazione italiana per la consulenza filosofica&quot;. Ha uno studio di colloquio filosofico individuale a Mestre ove tiene dei laboratori di pratica filosofica. Ha pubblicato varie ricerche di natura filosofica e letteraria ed alcuni libri, tra questi: &quot;Il flauto d'osso&quot; (1996) editore Giuntina, &quot;L'esercizio della filosofia&quot; (2007) editore Apogeo, &quot;Quaderno della sera&quot; (2008) editore Lampi di Stampa.
&nbsp;






</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/AFoderaro" >AFoderaro</a> | <a href="http://filosofipercaso.splinder.com/post/21575696/Stefano+Zampieri%3A+La+nostra+vi#comment" >Commenti (15)</a>
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