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  <title type="html"><![CDATA[Altrimondi - Spiegazioni]]></title>
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    <title type="html"><![CDATA[Andremo a Jurassic Park]]></title>
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    <![CDATA[<p>ROBERTO  FURLANI E TELMO PIEVANI PER IL CORRIERE DELLA SERA DI SABATO 29 NOVEMBRE 2008

Dieci milioni di dollari per riportare in vita un mammuth. Ma non solo questo animale. Le nuove tecnologie utilizzate da Stephan Schuster e Webb Miller della Universit&agrave; della Pennsylvania che hanno consentito &mdash; come viene descritto su Nature &mdash; di decodificare sinora il 70% circa del patrimonio genetico dell'antico pachiderma, potrebbero fare rivivere qualsiasi altra specie estinta negli ultimi 60.000 anni. Compreso l'uomo di Neanderthal.
Schuster e Miller hanno utilizzato i peli di due esemplari di mammuth lanosi vissuti 20 mila e 60 mila anni fa (l'ultimo mammuth si estinse circa 4 mila anni fa), riuscendo a decifrare la sequenza di 3,3 miliardi di basi di Dna sulle oltre 4 miliardi che si ritiene costituiscano il genoma completo dell'animale. Grazie a due nuove &laquo;macchine codificatrici &raquo; &egrave; stato possibile avviare e completare l'analisi del genoma, partendo da frammenti antichi di Dna. &laquo;I dati che abbiamo raccolto &mdash; commenta Schuster&mdash; rappresentano la pi&ugrave; estesa descrizione del patrimonio genetico di una specie estinta. Abbiamo dimostrato che &egrave; possibile ottenere dall'analisi di Dna antico risultati simili a quelli conseguiti dagli studi sui genomi delle specie attualmente viventi&raquo;. Ci sono ora le premesse per tramutare la fantascienza in realt&agrave;. Come riferisce Schuster al New York Times, operando direttamente sul patrimonio genetico di una cellula di elefante si potrebbe renderla simile a quella di un mammuth. La cellula in seguito verrebbe trasformata in un embrione, da impiantare poi in un elefante e ottenere cos&igrave; un animale vivo: un progetto del costo di 10 milioni di dollari. Lo stesso potrebbe avvenire per l'uomo di Neanderthal, di cui &egrave; prossima la ricostruzione dell'intero patrimonio genetico. In questo caso, spiega George Church tecnico del genoma alla Harvard Medical School, i problemi etici potrebbero essere superati lavorando su cellule dello scimpanz&eacute; (i cui geni sono simili per il 98% a quelli umani), per renderle simili a quello dell'uomo primitivo. L'embrione che ne deriverebbe potrebbe essere accresciuto da una femmina di scimpanz&eacute;.
Roberto Furlani

Michael Crichton, lo scrittore americano da poco scomparso, lo aveva immaginato in Jurassic Park: dinosauri clonati a partire da Dna fossile e riportati in vita su un'isola per animare un parco di divertimenti, di cui ben presto si perder&agrave; il controllo. Da oggi quella predizione &egrave; un po' meno irreale, anche se certo non dietro l'angolo. Abbiamo la sequenza di tre quarti del genoma del glorioso mammuth lanoso, il quale a differenza del tirannosauro pu&ograve; contare su alcuni parenti stretti viventi, gli elefanti.
Il materiale genetico estratto dal pelo del pachiderma congelato nel permafrost &egrave; di ottima qualit&agrave;. Tuttavia, per dare carne e respiro a un insieme di pezzettini di Dna occorre aggirare ben altri ostacoli. Bisogna definire con un margine di errore accettabile le sequenze complete, confrontando molti genomi, poich&eacute; il Dna antico &egrave; frammentato, degradato e contaminato. Le sequenze vanno poi sintetizzate in un insieme adeguato di cromosomi, contenuti in nuclei cellulari, ma quelli congelati da migliaia di anni sono troppo danneggiati. Superate queste impervie difficolt&agrave;, gli scienziati dovranno poi estrarre cellule uovo di elefante e trasferirvi il nucleo artificiale, sperando che la miscela funzioni. Ottenuta la cellula uovo fertilizzata, attraverso l'inseminazione artificiale la si dovr&agrave; infine impiantare nell'utero di un'elefantessa.
Si tratta di una procedura di riprogrammazione biologia quasi vertiginosa, al momento tecnicamente irrealizzabile anche se non impossibile sul piano teorico. Potrebbe per&ograve; esistere, commenta su Nature il genetista Svante P&auml;&auml;bo, una scorciatoia. E' annunciata fra pochi mesi la sequenza completa del genoma dell' elefante africano. Dal confronto con quella del mammuth si potranno scoprire le regioni del genoma che sono variate in una specie e non nell'altra durante i sette milioni di anni di separazione. Se riuscissimo a capire quali mutazioni in quali geni hanno reso unico il mammuth, per mezzo dell'ingegneria genetica e degli incroci selettivi potremmo ottenere un elefante il pi&ugrave; simile possibile a un mammuth.
In un caso come nell'altro, i dubbi di opportunit&agrave; non mancano. Per rifare una specie occorrerebbero pi&ugrave; individui, diversi fra loro. Servirebbe anche un ecosistema dove inserirli, a meno di non farne attrazioni da zoo. Gli ingenti fondi necessari potrebbero essere spesi per salvare le specie sull'orlo dell'estinzione adesso, evitando cos&igrave; di doverle clonare dopo. Altri pensano invece che sia ingiusto comunque limitare la curiosit&agrave; umana. Le nostre sensibilit&agrave; rischiano per&ograve; di essere messe ulteriormente alla prova dalle possibili applicazioni di queste tecniche a esseri strettamente imparentati all'uomo.
Il prossimo sequenziamento di un genoma nucleare di specie estinta potrebbe infatti essere quello di un nostro cugino stretto, l'uomo di Neanderthal, scomparso poco meno di 30mila anni fa in Europa. E' arduo pensare che le riserve etiche siano eliminabili ipotizzando semplicemente l'utilizzo di scimpanz&eacute;, piuttosto che di esseri umani, come &laquo;incubatori&raquo;. A parte i rischi tecnici di fare pasticci, riportare in vita Neanderthal sfiderebbe la nostra solitudine di specie e i radicati convincimenti a essa connessi. E' uno scenario fantascientifico, ma reale quanto basta per auspicare che forse, anzich&eacute; ambire a far risorgere dal passato creature estinte, potremmo concentrarci su un obiettivo scientificamente assai pi&ugrave; significativo: comprendere le basi genetiche delle differenze e degli adattamenti che hanno moltiplicato le specie nell'albero della vita.
Telmo Pievani</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214793/Andremo+a+Jurassic+Park#comment" >Commenti</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[«Con gli ultrà bisogna parlare»]]></title>
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    <![CDATA[<p>ROBERTO  STRACCA PER IL CORRIERE DELLA SERA DI SABATO 29 NOVEMBRE 2008

&laquo;Una cosa sono i delinquenti, che vanno combattuti. Un'altra sono gli ultr&agrave;, con cui va costruito un dialogo&raquo;. L'affermazione &egrave; di Antonio Manganelli, il capo della polizia, che nel giorno del suo insediamento aveva espresso un sogno: stadi senza forze dell'ordine. Sembrava un'utopia ma, giornata dopo giornata, sta diventando una meta raggiungibile.
Perch&eacute; &egrave; vero che i numeri, forniti dall'Osservatorio sulle manifestazioni sportive sull'ultima stagione, che parlano di incidenti in diminuzione e calo di feriti da stadio, vanno letti e interpretati. In 200 gare tra serie A, B e C e Dilettanti, quelle pi&ugrave; a rischio, i tifosi ospiti sono stati fatti rimanere a casa. Ma un'altra curva, uno stadio con meno divieti (anche l'altroieri Il Riformista tuonava contro le decisioni del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che rendono l'andare alla partita di pallone un'odissea anche per un padre di famiglia), sono forse possibili. E non solo attraverso la repressione.

Il nuovo questore di Roma, Giuseppe Caruso, vuole ripetere quanto fatto a Palermo: dialogo con le frange pi&ugrave; dure della curva. La capitale &egrave; una piazza difficile, ma la volont&agrave; &egrave; ferma e decisa. I funzionari da campo, quelli che i vecchi ultr&agrave; li hanno visti crescere e ora si ritrovano con minorenni accecati da un odio senza motivo, lo ripetono da tempo: &laquo;Il muro contro muro non serve e fa solo il gioco di chi vuole alzare la tensione&raquo;.
E anche nell'Agenzia informazioni e sicurezza interna (l'ex Sisde), chiamata da quest'anno a monitorare in maniera pi&ugrave; attenta la galassia delle curve, si va diffondendo un'idea: &laquo;Non v'&egrave; dubbio &mdash; si legge in un documento &mdash; che tra le fila degli ultr&agrave; vi siano delle persone che arrivano a sfruttare l'evento calcistico, con tutto il carosello che l'accompagna, per perpetrare atti vandalici e violenti. Eppure il fenomeno ultr&agrave; &egrave; anche e soprattutto altro, un mondo estremamente vivace, palpitante, ricco, che costituisce un potenziale sociale importante. &Egrave; necessario pensare a nuovi modi per arginare la violenza e l'aggressivit&agrave;, ma anche per valorizzare un bacino di energie ed emotivit&agrave; sociali forti &raquo;.

Tutto questo mentre una corrente di pensiero che invita, un po' come faceva il professore Keating con i suoi studenti ne &laquo;L'Attimo fuggente&raquo;, a guardare il mondo delle curve da un'altra prospettiva si sta facendo, pian piano, largo. Fatta da chi, arrampicato su una balaustra o in piedi nel secondo anello, ha avuto una sorta di iniziazione alla vita. &Egrave; il caso di Enrico Brizzi, lo scrittore cresciuto nella curva Andrea Costa del Bologna. &laquo;La curva &egrave; l'unico grande centro di aggregazione giovanile. E non ci sono i mostri giunti da un passato remoto per massacrarci tutti mentre mangiamo i nostri &quot;quattro salti in padella&quot; in ciabatte davanti alla televisione&raquo;.
&Egrave; allineato e coperto Valerio Mastandrea, l'attore romano che una volta si present&ograve; nel salotto televisivo di Maurizio Costanzo con il volto tumefatto per aver preso un seggiolino in faccia durante una trasferta al seguito della squadra giallorossa. &laquo;Non criminalizzate le curve&raquo; &egrave; il suo grido di battaglia. &laquo;Giornalisti e intellettuali il mondo della cultura ultr&agrave; e le curve non li conoscono proprio. Ci si facessero una bella immersione prima di sparare sentenze &raquo;. Magari attraverso la lettura di alcuni libri. Dove la curva non &egrave; il miglior mondo possibile. Ma neanche un girone infernale. Sentire Elisa Davoglio, una poetessa che non sognava Beckham, n&eacute; di fare l'ultr&agrave;. Ma, per &laquo;Onore ai diffidati&raquo;, si &egrave; calata tra odore acre dei lacrimogeni, cariche della polizia e regolamenti di conti per interessi economici. E dipinge cos&igrave; gli ultr&agrave;. &laquo;Hanno valori e ideali in una societ&agrave; che ne ha sempre di meno e dove la politica &egrave; sempre pi&ugrave; di assente&raquo;.

Giovanni Francesio ha fatto il percorso inverso. Dopo una vita, o una buona fetta di essa, passata sugli spalti ha raccontato in &laquo;Tifare contro&raquo; quello che gli ultr&agrave; non dicono. &laquo;Ho fatto migliaia di chilometri di trasferte, sono stato coinvolto in scontri con tifosi avversari e forze dell'ordine. Sono scappato e ho avuto paura, ma ho provato le uniche emozioni collettive della mia vita, a gioire e soffrire insieme agli altri, a sentirmi parte di un mondo &quot;libero e vero&quot;. Ma fuori di l&igrave;, nessuno aveva la pi&ugrave; vaga idea di cosa fosse veramente quel mondo, per me cosi importante(...)un mondo schizofrenico, sempre impegnato a combattere contro tutto e tutti, compreso se stesso&raquo;.
Michele Monina, nel suo viaggio, ora ironico ora crudo, di &laquo;Ultimo stadio&raquo; annota, con acuto spirito di osservazione, quello che non va nelle domeniche della gente di curva. &laquo;Qui sono a casa mia&raquo; urla, alla fine, pur tra personaggi con enormi cicatrici in viso e una violenza incombente. Perch&eacute;, come accade nei siti internet di controinformazione, nessuno parla mai di un mondo di angeli. Gli sbagli e gli errori degli stessi ultr&agrave; (&laquo;Che hanno nella loro complessit&agrave; sia la forza che la grande debolezza &raquo;, spiega Enrico Brizzi) non vengono mai taciuti.

Ma, allo stesso tempo, non ci stanno a passare sempre per demoni e, spesso, raccontano un'altra storia, rispetto alla vulgata ufficiale. E, soprattutto, vogliono la verit&agrave;. Dall'11 novembre 2007, la domenica della tragedia di Gabriele Sandri, non c'&egrave; partita, internazionale o amichevole, in cui da tutte le curve d'Italia non parta la richiesta di &laquo;giustizia&raquo; per il tifoso laziale, ucciso da un agente di polizia.
Tra le forze dell'ordine (-48%) e i tifosi (-20%) &egrave; calato il numero dei feriti. Anche se sono ancora troppe le partite con divieti, limitazioni e settori ospiti chiusi. I presidenti dei club non ci stanno. E si iscrivono anche loro al partito del dialogo. Di chi vuole un ritorno alla normalit&agrave;. Anche attraverso il dialogo con gli ultr&agrave;.
Roberto Stracca</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214766/%C2%ABCon+gli+ultr%C3%A0+bisogna+parla#comment" >Commenti (1)</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[A proposito di Svizzera: dal 12 dicembre si aprono le frontiere]]></title>
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    <published>2008-12-02T08:54:33+01:00</published>
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    <![CDATA[<p>CHIARA  BERIA DI ARGENTINE PER LA STAMPA DI VENERD&igrave; 28 NOVEMBRE

Porte aperte per la Svizzera
Si chiama &laquo;Pompei&raquo;, l&rsquo;outlet del sesso in Canton Ticino, a pochi chilometri dalla frontiera di Ponte Chiasso. Un indirizzo cult per i pendolari sporcaccioni che ogni giorno, in fuga dalle mogli e dal ministro Mara Carfagna delle multe ai clienti, si rifugiano in Svizzera, dove la prostituzione &egrave; legalizzata. Parcheggio con doppie recinzioni per nascondere le targhe dei clienti; lap dance; camere accoglienti. E, dal prossimo 12 dicembre finita anche la &laquo;scocciatura&raquo; di mostrare alla frontiera la carta d&rsquo;identit&agrave;, tantomeno di rispondere all&rsquo;imbarazzante domanda: &laquo;Dove sta andando?&raquo;.
Il mercato del turismo sessuale in Canton Ticino avr&agrave; solo da giovarsi dalla decisione formalizzata ieri, a margine della riunione dei ministri degli Interni dell&rsquo;Unione europea, di far entrare la Svizzera (che non aderisce all&rsquo;Ue), nello spazio Schengen che ha eliminato i controlli delle persone alle frontiere, dal Capo Nord alla Grecia. Frontiere aperte ma restano le dogane. La Svizzera che nel giugno 2005 aveva scelto di aderire a Schengen con un referendum (54,6% s&igrave;) il 12 dicembre aprir&agrave; i valichi di terra, il 29 marzo 2009 quelli degli aeroporti alla libera circolazione dei cittadini Ue; continueranno i controlli di merci, perch&eacute; la Confederazione non fa parte dell&rsquo;unione doganale della Ce.

Basta controlli
Addio controlli di polizia sui 740 km del confine tra le province di Verbano-Ossola, Varese, Como e Lecco e i cantoni Ticino, Vallese e Grigioni: gli italiani ritireranno e ridistribuiranno poliziotti e carabinieri, al confine rester&agrave; la Finanza per il controllo doganale. Dalle reti con filo spinato, angoscia degli esuli, al Sis, la potente banca dati Schengen con milioni d&rsquo;informazioni. &laquo;La cooperazione con le forze di polizia svizzera &egrave; ottima. Ma ora che anche in Svizzera diventer&agrave; operativo il Sis sara rafforzato il dispositivo di contrasto alla criminalit&agrave; organizzata e, in particolare, al terrorismo internazionale&raquo;, spiega il colonnello Rodolfo Mecarelli che comanda gli 850 uomini della Gdf in provincia di Como. Pi&ugrave; sicurezza e meno stress burocratici. &laquo;Noi comaschi abbiamo sempre l&rsquo;angoscia di aver dimenticato il documento d&rsquo;identit&agrave; o di non accorgerci che &egrave; scaduto. Per questo mandiamo un avviso scritto a casa&raquo;, spiega Franco Bruni, da 6 anni sindaco di Como del centrodestra (al centralino automatico del Comune 3 le opzioni di lingua: italiano, comasco, inglese). Sindaco, dal 12 dicembre cosa cambier&agrave; nella vostra vita quotidiana? &laquo;&Egrave; un passo avanti verso una maggior integrazione e una fluidit&agrave; di flussi e scambi nei nostri territori&raquo;. Dagli esuli mazziniani, anarchici a irridentisti del Risorgimento a corrieri, staffette e capi partigiani della Resistenza. Nel novembre 1943 a Bellinzona furono sbattuti in carcere per 11 giorni con l&rsquo;accusa di contrabbando (avevano tabacco) Ferruccio Parri e Leo Valiani clandestini in Svizzera per un incontro a Lugano con i rappresentanti degli alleati; tra il &lsquo;43 e il &lsquo;45 circa 45 mila persone attraversarono in fuga quella linea di confine (6 mila erano ebrei italiani). Non tutti ce la fecero: &egrave; un&rsquo;epopea mai abbastanza narrata.

Gli spalloni
In epoca leghista &egrave; pi&ugrave; di moda il mito - dimenticando i 110 finanzieri caduti nella lotta al contrabbando - degli &laquo;sfrosadori&raquo;, gli spalloni che portavano pacchi da 40 chili (&laquo;bricolle&raquo;, nel loro linguaggio) con zucchero (&laquo;ossa di morto&raquo;), tabacco e sigarette (&laquo;foglia di Lugano&raquo;) e saccarina (&laquo;coniglio bianco&raquo;). Un mondo spazzato via dagli Anni 70 dal potere immenso fatto sui traffici di droga della criminalit&agrave; organizzata. Con la piena libert&agrave; del movimento di capitali anche gli spalloni stile Anni 70-80 che trasportavano i soldi di lor signori nelle banche svizzere (le banconote nascoste nei sottofondi delle auto o nei bustini con stecche delle donne) hanno ceduto il passo a nuovi traffici via camion. &laquo;Negli ultimi anni abbiamo sequestrato 70 tonnellate di gasolio, soprattutto quello da riscaldamento, che in Svizzera costa meno&raquo;, spiega il colonnello Mercalli. C&rsquo;era una volta la gita a Lugano con l&rsquo;ebbrezza di passare la dogana senza farsi beccare con le sigarette, i dadi da brodo, il cioccolato o di andare a giocare al casin&ograve; di Campione. &laquo;Mai avuto problemi. Avevo molti fan anche tra le guardie svizzere. Tempi passati, ora vado a Lugano a fare passeggiate&raquo;, narra il direttore del Tg4, Emilio Fede. Ben altra musica al confine di Castagneda, frontiera da incubo, sulla via per Saint Moritz dove, anni fa venne fermata persino l&rsquo;ereditiera Cristina Onassis in viaggio verso Milano con milioni in travellers cheques.
Altra frontiera, altro mondo. A Chiasso c&rsquo;&egrave; la coda di auto per fare il pieno di benzina (0,97-98 euro al litro) e c&rsquo;&egrave; la folla - 3 milioni l&rsquo;anno, 60% italiani - pazza del FoxTown di Mendrisio, capitale della moda low cost, 3 km di vetrine, tour organizzati, in progetto un treno diretto da Milano. Grandi affari e interesse degli svizzeri a facilitare la circolazione delle persone.

La paura dell&rsquo;invasione
&laquo;Altro che aprire: bisogna rafforzare l&rsquo;esercito alle frontiere. L&rsquo;ho detto a Bossi: non possiamo accettare che vengano a portare via il lavoro agli svizzeri&raquo;, attacca Giuliano Bisagna, leader della Lega Ticinese, annunciando un controreferendum il 9 febbraio. Operai, tecnici, infermieri. Ogni giorno 40 mila frontalieri si spostano dai 380 comuni italiani entro la fascia di 20 km dal confine per lavorare; con Schengen potr&agrave; essere assunto anche chi vive pi&ugrave; lontano (basta tornare a casa 1 volta la settimana). Ed &egrave; quello che teme Bisagna. Il cerchio si chiude. &laquo;Se vuoi fare una buona azione prendi un bastone e ammazza un terrone&raquo;, recitava un ignobile detto comasco; per i leghisti ticinesi ora quelli di Varese e Como sono l&rsquo;avanguardia dell&rsquo;ondata terronica che, a frontiere aperte, invader&agrave; le loro terre.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214721/A+proposito+di+Svizzera%3A+dal+1#comment" >Commenti (3)</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Sgarbi, eroe a Salemi]]></title>
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    <![CDATA[<p>FABRIZIO  RAVELLI PER LA REPUBBLICA DI SABATO 29 NOVEMBRE 2008

&nbsp;Alle tre di notte, nella nebbia fredda che avvolge il castello svevo, una pattuglia arranca per le stradine del centro storico. La guida il sindaco, ravviandosi i capelli. Dietro di lui marciano assessori incappottati, signore ondeggianti sui tacchi, il comandante dei vigili in divisa, amici e sodali sparsi. &laquo;Qui, le mettiamo qui le colonne recuperate a Mazara. Domani, subito, al pi&ugrave; presto&raquo;. La pattuglia sogna un letto caldo. Ma il sindaco ha altri progetti: &laquo;Tutti a casa di Cecchini, venite a vedere. Cecchini, dove sei?&raquo;.
Qui a Salemi ormai ci hanno fatto il callo, agli orari antelucani del sindaco, e gli vanno dietro con entusiasmo. &Egrave; l&acute;avventura di Sgarbilandia (copyright di Francesco La Licata), la nuova stagione di un paese della Sicilia pi&ugrave; profonda, noto ai pi&ugrave; solo come patria dei potentissimi esattori Salvo. Tutto dimenticato (o quasi). Il nuovo terremoto, dopo quello del 1968 i cui ruderi ancora si vedono, &egrave; la gestione del sindaco Vittorio Sgarbi. Eletto a capo di una sorta di monocolore democristiano (fra Udc, simil-Udc, Dc di Pizza, eccetera) l&acute;Immaginifico Sgarbi lavora freneticamente perch&eacute; Salemi si affranchi da tutto: da un passato immobile, dall&acute;arretratezza cronica, e anche dall&acute;ombra della mafia.
Il carattere pittoresco e mediatico dell&acute;esperimento pu&ograve; ingannare. &laquo;Da lontano si vede solo il fumo - dice Peter Glidewell, architetto, mercante d&acute;arte, assessore a Cultura e Agricoltura - Ma c&acute;&egrave; anche l&acute;arrosto&raquo;. Per ora, giornali e tv di mezzo mondo parlano di Salemi, dove si vendono case diroccate a un euro, in cambio della ristrutturazione. Parlano di Sgarbi e dei suoi assessori.
Oliviero Toscani alla Creativit&agrave;. Bernardo Tortorici Montaperto, principe di Raffadali, all&acute;Urbanistica e Patrimonio. Graziano Cecchini, il neo-futurista che color&ograve; di rosso la fontana di Trevi, al Nulla. Lo chef pluristellato Fulvio Pierangelini alle Mani in Pasta. Il gastronomo e giornalista Davide Paolini a Gusto e Disgusto.
L&acute;esperimento di Sgarbilandia raccoglie adesioni di Carlin Petrini e Massimo Moratti, riceve visite e contributi di intellettuali e varie star, accetta promesse di sostegno dal presidente della Regione Lombardo. I salemitani sono tutti invaghiti del sindaco, e in particolar modo le signore. E fin qui, saremmo nei confini di un simpatico vaudeville amministrativo. Per&ograve; si pu&ograve; dire, per esempio, che l&acute;idea di recuperare un centro storico a spese dei privati e nel massimo rispetto della conservazione non si era mai vista. N&eacute; si pu&ograve; negare che rimettere in sesto i musei, sostenere l&acute;agricoltura biologica, diffondere prodotti naturali come pane e olio, organizzare mostre, promuovere un provocatorio Museo della Mafia, siano progetti peregrini. Oliviero Toscani, da buon milanese, &egrave; parecchio concreto: &laquo;Mi sono fatto affidare il castello, e ci ho impiantato dei laboratori per giovani. Ho messo un&acute;inserzione, se ne sono presentati 600 in soli 3 giorni. E questi ragazzi non hanno solo entusiasmo. Hanno il potere di produrre idee e di realizzarle&raquo;. Lui, che come il sindaco e gli altri assessori non percepisce compensi, paga di tasca sua un giovane assistente. E la chiave pi&ugrave; interessante dell&acute;esperimento di Sgarbilandia &egrave; proprio quella che Toscani suggerisce: il potere in mano a giovani appassionati, nel vuoto della politica tradizionale. Con il contributo della pattuglia di &quot;matti&quot; pi&ugrave; navigati come lui. Tortorici, Glidewell e Cecchini lavorano per estendere a tutto il territorio comunale il vincolo paesaggistico, stanno chiudendo le pratiche (mai fatte in trent&acute;anni) per annettere al Comune gli edifici terremotati. Tolgono dai cassetti un piano regolatore che dormiva da vent&acute;anni. Sgarbi sistema l&acute;illuminazione pubblica, d&agrave; una mano al parroco per sistemare chiesa e sacrestia, incoraggia il direttore del museo (interessantissimo). Cecchini il neo-futurista abita in locali concessi dal prete, e nonostante la delega al Nulla lavora immerso nelle pratiche amministrative. C&acute;&egrave; poi un curioso segno anti-milanese, a Sgarbilandia. Il sindaco, licenziato dalla Moratti, gira propagandando il suo libro &quot;Clausura a Milano&quot; contro &quot;Suor Letizia&quot;: &laquo;A Milano c&acute;&egrave; la censura, qui no. Salemi &egrave; molto pi&ugrave; evoluta&raquo;. Toscani ha esposto i suoi manifesti contro l&acute;anoressia vietati a Milano, e la terribile foto della ragazza scheletrica non sembra turbare i salemitani. &laquo;Milano ha perso il fascino e la dimensione della grande citt&agrave; - dice il fotografo - Da quando non accetta pi&ugrave; ci&ograve; che &egrave; diverso, &egrave; diventata piccola&raquo;.
&laquo;Faremo di Salemi una citt&agrave; illuminata e colta&raquo;, promette Sgarbi. E ride dell&acute;ultimo divieto milanese, quella foto di donna nella posa del crocefisso, contro la violenza: &laquo;E pensare che nell&acute;iconografia cattolica c&acute;&egrave; anche Santa Giulia, crocefissa a seno scoperto. La Moratti censura anche le sante&raquo;.
Il personaggio Sgarbi conferisce a tutto l&acute;esperimento un tocco di frenetica follia. Ha un studio, con bagno e camera da letto annessi, che si affaccia su piazza Dittatura. Una lapide ricorda: &laquo;Qui si elev&ograve; a dittatore di Sicilia l&acute;eroe generale Giuseppe Garibaldi. Questa citt&agrave; vot&ograve; primiera fra tutte dell&acute;isola l&acute;annessione al regno italico&raquo;. E, dopo Garibaldi, identico entusiasmo accoglie Sgarbi. Ormai conosce e abbraccia tutti, coinvolge chiunque incontri per strada. Dalle 11 del mattino all&acute;alba del giorno dopo, sfreccia sull&acute;auto pilotata dal comandante dei vigili o dal capogruppo Udc. Telefona in continuazione, detta articoli, distribuisce ordini. Corre su e gi&ugrave; per le stradine del centro, seguito da un codazzo arrancante. Non manca mai il suo Pigmalione, l&acute;uomo che ha inventato la candidatura Sgarbi. Pino Giammarinaro, ex-deputato regionale andreottiano, boss democristiano passato indenne (con qualche patteggiamento e un&acute;assoluzione) attraverso diverse indagini antimafia. Sgarbi dice: &laquo;La mafia, grazie all&acute;operato di forze dell&acute;ordine e magistratura, non d&agrave; pi&ugrave; segni di vita&raquo;. &Egrave; convinto che Sgarbilandia sia pi&ugrave; forte del passato mafioso. In paese, molti ridacchiano: &laquo;Hai visto, Giammarinaro adesso parla di cultura&raquo;.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214688/Sgarbi%2C+eroe+a+Salemi#comment" >Commenti</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Stile]]></title>
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    <published>2008-12-02T08:46:27+01:00</published>
    <updated>2008-12-02T08:46:27+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>Lo  stile, dov'&egrave; lo stile? Forse Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI, meritava una biografia pi&ugrave; articolata, circondata dall'alone della sensibilit&agrave; e della cultura, e non un ritratto dove l'enigma viene sistematicamente risolto dalla perplessit&agrave; e da robuste pennellate di retorica. Solo la tensione stilistica &egrave; in grado di restituitici e aumentare il pathos di personaggi e vicende. Purtroppo il biopic (biographic picture) su Papa Montini &egrave; come se avesse deciso di fare a meno della parte visiva: &egrave; un radiodramma che si pu&ograve; seguire a occhi chiusi; al pi&ugrave;, un bignamino illustrato, la solita celebrazione all'italiana, incapace di fare i conti con la scrittura.
Prodotto dalla Lux Vide, scritto da Francesco Arlanch, Maura Nuccetelli e Gianmario Pagano, diretto da Fabrizio Costa (che ha sempre e solo diretto fotoromanzi animati), &laquo;Paolo VI&raquo; &egrave; salvato dall'interpretazione di Fabrizio Gifuni che ci aiuta a entrare nella psiche del personaggio con sobriet&agrave; e rischio calcolato. La storia, tanto per non farsi mancare il fatale flashback di partenza, inizia con il rapimento di Aldo Moro, 1978. Ma subito, con un passo indietro nel tempo, siamo trasportati nel 1924 dove con forzosa analogia, troviamo un Montini testa calda, incitare i giovani della Fuci, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti. Poi, praticamente, fonda la Democrazia cristiana, contando molto sul giovane laureato in legge di Bari. La segreteria di Stato, l'apostolato a Milano, l'elezione al soglio petrino, l'eredit&agrave; del Concilio, il viaggio in Terra Santa sono le grandi tappe di questa ennesima agiografia priva del batticuore della ricerca. Accanto a Gifuni ci sono Licia Maglietta nel ruolo della madre, Antonio Catania (padre confessore), Luca Lionello, Claudio Botosso, Mariano Rigillo, Giovanni Visentin, Sergio Fiorentini, Luciano Virgilio, Mauro Marino, Gaetano Aronica, Luis Molteni, Angelo Maggi, Cloris Brosca, Carlo Cartier.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214672/Stile#comment" >Commenti</a><br /><br />
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    <published>2008-12-02T08:12:34+01:00</published>
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    <![CDATA[<p>TITO  BOERI PER LA REPUBBLICA DI LUNED&igrave; 1 DICEMBRE

Perch&eacute; Tremonti si &egrave; messo a fare il rigorista proprio quando G20, Fondo Monetario e Commissione Europea non solo gli concedono, ma addirittura gli chiedono insistentemente di allentare i cordoni della borsa? &Egrave; una domanda che mi sono posto pi&ugrave; volte in questi giorni. Finch&eacute;, girando per librerie, mi sono imbattuto in un volumetto dal titolo accattivante: &quot;La persecuzione del rigorista&quot; di Luca Ricci. Narra di un giovane prete molto ambizioso spedito in un paesino di montagna e roso dall&acute;invidia per l&acute;idolo locale, un contadino, che non ha mai sbagliato un calcio di rigore in tutta la sua carriera di calciatore dilettante. Il parroco vive nella spasmodica attesa del primo errore del suo antagonista nella gerarchia locale. E fa di tutto per farlo sbagliare.

I tedeschi sono noti per essere dei grandi rigoristi. La loro nazionale di calcio &egrave; quella che ha la percentuale pi&ugrave; alta di vittorie ai calci di rigore nella fase finale della Coppa del Mondo. Ben l&acute;85 per cento di successi contro un misero 29 per cento dell&acute;Italia. E italiani sono gli unici calciatori immortalati dalle cronache sportive per avere sbagliato due rigori nella stessa partita. Non ricorder&ograve; i loro nomi come riconoscimento del loro coraggio. Forse il nostro ministro dell&acute;Economia, mi sono detto leggendo il libro, pregusta la palla del debito pubblico scagliata in tribuna dai tedeschi, dopo che americani, francesi e inglesi hanno gi&agrave; fatto schizzare verso l&acute;alto i loro disavanzi. Forse &egrave; a questo teutonico pallone finito in tribuna che Tremonti pensava nella conferenza stampa in cui ha presentato il modestissimo pacchetto &quot;anti-crisi&quot; varato venerd&igrave; scorso dal Consiglio dei ministri, un misero terzo di punto di pil. Abbiamo un debito pubblico troppo alto, ha detto, non possiamo, a differenza degli altri, permetterci di sbagliare.

Ammesso che sia questa la strategia seguita del nostro ministro dell&acute;Economia, non tiene conto di un problema fondamentale. Se l&acute;Italia si mette in posizione d&acute;attesa, anche gli altri paesi europei, a partire dalla Germania, faranno altrettanto. Invece di varare quelle politiche a sostegno della domanda che favorirebbero grandemente le nostre esportazioni, si limiteranno, al pi&ugrave;, ad aiutare le loro banche o le loro imprese, col risultato di mettere ancora pi&ugrave; in difficolt&agrave; le nostre di banche ed imprese. Il piano varato dalla Commissione Europea mercoled&igrave; scorso &egrave; pi&ugrave; che altro un&acute;ammissione di impotenza e una richiesta di coordinamento fra i vari paesi nel varare politiche di sostegno alla domanda, cui il nostro paese farebbe bene a non sottrarsi. Altrimenti Angela Merkel, come il contadino del romanzo di Ricci, finir&agrave; per realizzare il rigore nonostante il maltempo.

La politica economica del rigore rischia cos&igrave; di trasformarsi nella politica economica del fuori gioco. Non sarebbe la prima volta che ci cadiamo. Come ricostruito da Luigi Guiso e altri ricercatori, nel 1996, quando eravamo in piena fase espansiva, la legge Tremonti stimolava gli investimenti delle imprese, facendo solo schizzare verso l&acute;alto il costo del loro indebitamento. Nel quinquennio 2001-6, quando si trattava di agganciare la domanda internazionale con l&acute;economia mondiale che galoppava a tassi del 5-6 per cento all&acute;anno, il nostro governo tagliava le tasse puntando invece su di un improbabile rilancio dei consumi interni. Ora che bisognerebbe tagliare le tasse e concedere aiuti alle famiglie si procede con il contagocce. Proprio mentre politiche fiscali espansive a casa nostra avrebbero un effetto significativo sui consumi, perch&eacute; sono molte di pi&ugrave; le famiglie che hanno problemi di liquidit&agrave;, che spenderebbero di pi&ugrave; se venisse data loro la possibilit&agrave; di farlo.

C&acute;&egrave; forse allora un&acute;altra spiegazione per questo comportamento, che non ha nulla a che vedere con il rigore. Il decreto di venerd&igrave; &egrave;, pi&ugrave; che altro, uno stillicidio di provvedimenti, tutti di piccola entit&agrave;, tutti basati su criteri fortemente arbitrari, alcuni inspiegabili, alterabili successivamente a volont&agrave;. Sono poi quasi tutti provvedimenti temporanei. Il governo decider&agrave; poi cosa prorogare nel tempo e cosa no. Si sono aperti tanti piccoli rubinetti sulla cui apertura vigiler&agrave; un qualche ministro se non quello dell&acute;economia in persona.
Perch&eacute; solo chi ha meno di due utenze del gas pu&ograve; ricevere la social card? E perch&eacute; si riducono i costi dei mutui solo per coloro che si sono indebitati a tasso variabile, anzich&eacute; tutelare innanzitutto chi aveva scelto un basso profilo di rischio col tasso fisso? &Egrave; una scelta di interventismo, di protagonismo dello Stato in economia, ribadita anche in tutte le altre scelte del decreto. La selettivit&agrave; invocata per spendere di meno diventa sinonimo di completa discrezionalit&agrave;. Questo spiega perch&eacute; alcuni provvedimenti impongano costi amministrativi che possono addirittura risultare superiori alle somme erogate ai cittadini. Come gli ammortizzatori sociali per i co.co.co. che dovrebbero garantire ai pochi beneficiari (meno del 10 per cento dei lavoratori atipici quando si tenga conto dei vari requisiti) circa 55 euro al mese, poco di pi&ugrave; di quanto erogato con la &quot;social card&quot;. Coster&agrave; di pi&ugrave; verificare a chi dare e a chi non dare questi trasferimenti. Ma quel che conta &egrave; che, d&acute;ora in poi, spetter&agrave; al governo decidere come e quando allargare la platea dei beneficiari e se prorogare o meno questi trattamenti. &Egrave; una questione di potere, pi&ugrave; che di rigore.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214441/I+rigori+del+ministro#comment" >Commenti</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Zucchero aspetta l'anguilla]]></title>
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    <published>2008-12-02T08:10:00+01:00</published>
    <updated>2008-12-02T08:10:00+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>EDMONDO  BERSELLI PER LA REPUBBLICA DI MARTED&igrave; 2 DICEMBRE 2008

L&acute;avevamo lasciato lass&ugrave; sugli spalti dell&acute;arena di Verona, Zucchero, inquadrato trionfalmente da un obl&ograve; di luce, in mezzo alla &quot;sua&quot; folla, che cantava You Are so Beautiful, la canzone di Billy Preston resa celebre da Joe Cocker. Era una bella notte nell&acute;equinozio d&acute;autunno, anno 2007: la citt&agrave; meravigliosa, il pubblico festoso, e la trovata di &quot;Sugar&quot;, una canzone cos&igrave; sentimentale eseguita a mezza voce fra la gente, a concerto finito, in quella tiepida fine d&acute;estate, era sembrato un arrivederci tremendamente sentimentale.
Ed eccolo qui di nuovo, invece, Adelmo Fornaciari, dopo oltre 300mila chilometri e pi&ugrave; di duecento concerti in giro per il mondo: alla Carnegie Hall di New York, alla Royal Albert Hall di Londra, ma anche a Petra in Giordania cos&igrave; come in Marocco, Turchia, Armenia, in Sudafrica, in America Latina, e praticamente dappertutto nel pianeta. L&acute;altra sera a Oxford, poi Manchester, quindi di nuovo l&acute;Italia, fin quasi a Natale. Poi, se Dio vuole, basta.

Strana e faticosa vita da giramondo di un emiliano di Roncocesi, sette case in provincia di Reggio Emilia fra la via Emilia e l&acute;Autostrada del Sole, quanto di pi&ugrave; padano si possa immaginare: il padre prima casaro e poi &quot;valutatore&quot; del parmigiano-reggiano depositato dai produttori alla banca locale, il Banco di San Geminiano e San Prospero; la mamma Rina, le nonne, lo zio Enzo detto Guerra, maoista-leninista, quello che aveva la camera piena di libri e suonava l&acute;armonica. Vita di campagna, vita di paese.
Allora, varcata la soglia dei cinquant&acute;anni, come si fa, Zucchero, a condurre questa esistenza dispersa, un concerto ogni due giorni, i viaggi, gli alberghi, senza neppure vedere le citt&agrave;. &laquo;Eh, tutti pensano che la musica sia trasgressione continua, invece ci vuole soprattutto disciplina. Anche da piccolo, quando cominciavo a suonare, ero io quello che arrivava per primo e con il mio organo Vox, una pianola, &quot;tiravo gi&ugrave;&quot; gli accordi delle canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Rokes, dei Nomadi: gli altri, quando arrivavano, trovavano il lavoro fatto&raquo;.

Ma che rapporto ci pu&ograve; essere con la musica in questi mesi di tour furibondo, senza un istante di pausa? &laquo;Quando sono in giro con la band non scrivo: perch&eacute; non c&acute;&egrave; intimit&agrave;, non c&acute;&egrave; il lavoro francescano, da soli, con un musicista amico, con cui ci si intende con un&acute;occhiata. Magari resta qualche intuizione, sensazioni, colori, profumi?&raquo;. Ma il processo creativo viene bene quando sei a casa: &laquo;Succede che ti alzi la mattina, metti le mani sul pianoforte e ti accorgi che tutto quello che fai ti piace. In certi giorni invece c&acute;&egrave; solo la fatica; ma anche la fatica &egrave; utile, perch&eacute; pi&ugrave; fai il mestiere e pi&ugrave; ti avvicini all&acute;arte, a una dignit&agrave; data da un arricchimento continuo. Registro, e poi resto l&igrave; fino alle tre di notte, a lavorarci, a ripensarci&raquo;.

Zucchero, ovvero Adelmo, anzi, &laquo;&acute;Delmo&raquo;, come lo chiamavano suo padre e le vecchie di casa, abita nella campagna di Pontremoli, in un antico mulino con tanta terra attorno. Ha messo su uno studio in fondo al campo: &laquo;Una house of blues, lo sai cos&acute;&egrave;? Una casupola di lamiera ondulata come ci sono sul Mississippi: mangio l&igrave; dentro, ci dormo, ci lavoro tutti i giorni. Poi, quando sento che siamo vicini alla conclusione, salgo in auto e ascolto. Non sono pi&ugrave; capace farlo in poltrona. Vado in giro per l&acute;Appennino, a caso, dove capita. Mi ritrovo a Reggio in una trattoria, o a Modena come capitava quando c&acute;era Luciano Pavarotti&raquo;.
Forse una volta era pi&ugrave; facile. Pi&ugrave; immediato. &laquo;Gi&agrave;, canticchiavo il mio inglese maccheronico?&raquo;. Come Lucio Battisti. &laquo;Vero, me l&acute;hanno detto. E venivano fuori strofe curiose: &quot;&acute;Cause I&acute;m losing my mind&quot;, e lo si traduceva alla fine in &quot;Dai d&acute;illusi smammai&quot;&raquo;. Facile riconoscere Dune mosse. &laquo;Ma quel che conta, per me come appunto per altri come Battisti, e anche Guccini, &egrave; stata davvero la gavetta, nei locali: alla Bussola il capo orchestra annunciava il titolo della canzone e la tonalit&agrave;, poi dovevi arrangiarti, metterci gli accordi giusti. Si impara e ti rimane dentro, il mestiere&raquo;.

Non si capisce bene tuttavia come si pu&ograve; passare dai locali da ballo al giro internazionale. &laquo;Oh, per me &egrave; stato anche un caso. Eravamo alla fine degli anni Ottanta, e Eric Clapton &egrave; venuto a vedermi ad Agrigento, convinto da Lory Del Santo, e alla fine del concerto mi ha detto: &quot;Your music is fantastic, mi piacerebbe che il mondo sapesse di te&quot;. Credevo fossero frasi di circostanza: e invece mi chiam&ograve; ad aprire i concerti del suo tour europeo, attesissimo. Ragazzi, non ci si pu&ograve; credere: dodici serate all&acute;Albert Hall, con un pubblico esigente, che non guarda solo l&acute;ultimo pezzo in classifica, ti rispetta ma pretende. &Egrave; partito il primo applauso; mi hanno accettato&raquo;.

La carriera internazionale di &acute;Delmo &egrave; partita l&igrave; e non si &egrave; pi&ugrave; fermata. Folle immense a Zurigo, in Canada, a Hyde Park, a San Siro. Sempre cantando quasi tutti i brani in italiano, a parte alcune canzoni come Senza una donna, cio&egrave; &quot;Without a Woman&quot;). &laquo;Agli inizi cantavo di pi&ugrave; in inglese, ma poi mi sono detto: l&acute;opera lirica &egrave; italiana, i cantanti sono tutti obbligati a cantarla in italiano; gli artisti stranieri che vengono in Italia cantano nella loro lingua. E allora voglio vedere se all&acute;estero mi accettano come italiano. In questo conta anche l&acute;autenticit&agrave; delle radici, il fatto che ti riconoscono come uno vero, non solo come un prodotto dell&acute;industria&raquo;.
Molti artisti italiani sostengono di non ascoltare la musica di oggi. E se uno gli cita qualche gruppo o cantautore inglese o americano di grande tendenza fanno musi perplessi. &laquo;No, io continuo ad ascoltare molto, sto attento alle novit&agrave;, ai suoni. C&acute;&egrave; sempre da imparare, da farsi sorprendere, a saper ascoltare&raquo;.
Ormai &egrave; quasi il momento del ritorno a Pontremoli, nel buen retiro con la sua compagna, Francesca, mezza svizzera e mezza italiana, e con il piccolo Adelmo Blu, dieci anni e una maestra all&acute;antica, &laquo;bravissima&raquo;. Per le feste verranno le due figlie grandi, Alice che lavora con stilisti importanti, prima Mariella Burani e poi Roberto Cavalli, e Irene, la voce di Un sole dentro, che sta preparando un nuovo disco sempre piuttosto soul, dopo quello d&acute;esordio, accolto da buone critiche. C&acute;&egrave; un po&acute; di Zucchero anche questa volta? &laquo;Mi ha detto che vuole farcela da sola&raquo;.

Il Sugar-tour finisce il 20 dicembre a Varese. Poi c&acute;&egrave; il Natale a casa, nel mulino settecentesco, il pranzo accanto al grande camino, il fratello Lauro e la cognata, una ventina di persone: &laquo;Una tavolata molto emiliana, con l&acute;anguilla marinata della vigilia, la &quot;stortina&quot; come si dice a Reggio, i tortellini in brodo, il cappone, il lesso&raquo;. E soprattutto la luce del presepio, il calore della cucina. Che forse, almeno per una volta, scalda ancora di pi&ugrave; del faro che illumina la star Zucchero con il suo cappello l&agrave; in alto sui gradoni dell&acute;arena di Verona: &laquo;&Egrave; vero, adesso che ci penso. Be&acute;, il calore di casa, quando sei stato fuori cos&igrave; a lungo, &egrave; pi&ugrave; che un piacere&raquo;. Che cos&acute;&egrave;, &acute;Delmo? &laquo;&Egrave; un sentimento&raquo;.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214424/Zucchero+aspetta+l%27anguilla#comment" >Commenti</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Cristiani]]></title>
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    <![CDATA[<p>MICHELE  SERRA PER LA REPUBBLICA DI MARTED&igrave; 2 DICEMBRE 2008

Alleluia, adesso abbiamo anche il Partito Cristiano di Cristiano Allam. E&acute; un po&acute; allitterante, mi fa venire in mente una vecchia canzoncina sciocca che diceva pi&ugrave; o meno &quot;Sono Gigi del Lago Maggiore, residente sul Lago Maggiore&quot; ma pazienza, &egrave; questo che passa il convento. Dice Cristiano del Partito Cristiano che il Partito Cristiano &quot;punter&agrave; al dialogo con tutti quelli che condividono i suoi stessi valori&quot;. Diciamo che, tra i buoni propositi, &egrave; il meno complicato: ad andare d&acute;accordo con quelli che gi&agrave; sono d&acute;accordo, sono capaci quasi tutti.
In ogni modo, per riflesso, di fronte a questi pii indurimenti viene da ripensare con un certo rimpianto al vecchio partitone cattolico, generalista, lasco di morale, arrangione e compromissorio, in fin dei conti un partito di mondo. Qui la musica &egrave; diversa, e si respirano intransigenze e slanci purificatori che cattolici decisamente non sono. Piuttosto rimandano ai cristiani rinati (come Cristiano), a storie americane di gente che siccome ha visto la Verit&agrave; tiene molto a raccontarlo a tutti. Sinceramente non ne sentivamo la mancanza, tra la Verit&agrave; e la politica il nesso ci sembra discutibile e magari anche pericoloso. Troppa Verit&agrave;, e poi in un colpo solo, rischia di farci rimpiangere le solite amabili balle. Ridateci Fanfani.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214412/Cristiani#comment" >Commenti (2)</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Chi mai se ne accorgerà?]]></title>
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    <published>2008-12-02T08:06:33+01:00</published>
    <updated>2008-12-02T08:06:33+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>FRANCESCO ERBANI  PER LA REPUBBLICA DI MARTED&igrave; 2 DICEMBRE 2008

Identiche. Salvo qualche taglio e qualche leggera cucitura. La decina di pagine che Vittorio Sgarbi dedica a Botticelli in un volume edito da Skira - e venduto allegato ad alcuni giornali - e quelle che Mina Bacci, storica dell&acute;arte di scuola longhiana, scrisse sul pittore quattrocentesco in un fascicolo dei &laquo;Maestri del colore&raquo; (Fabbri editore) nel 1964 sono, appunto, identiche. Parole, virgole, punti, punti e virgola e capoversi.
Il saggio firmato da Sgarbi si intitola L&acute;estenuata eleganza di Sandro Botticelli e nel volume figura come &quot;presentazione&quot;. Va da pagina 7 a pagina 15. Seguono un lungo saggio di Chiara Basta e una ricca galleria di opere del maestro fiorentino, poi una serie di apparati: una tavola cronologica, la collocazione geografica delle opere, un&acute;antologia critica e una serie di consigli bibliografici. Un volume elegante, curatissimo. Uno fra i venti di una collana, &laquo;I grandi maestri dell&acute;arte&raquo;, che Skira ha approntato per alcuni quotidiani, chiedendo a Sgarbi una nuova introduzione (&laquo;con Sgarbi abbiamo stipulato un regolare contratto per dei testi che lui ci ha inviato e che noi abbiamo impaginato&raquo;, dicono in casa editrice). Nella copertina del libro Botticelli compare un particolare dalla Primavera, le tre Grazie leggiadramente danzanti. E, grande sotto il titolo, la dicitura: Presentazione di Vittorio Sgarbi.

Nei colori luminosi del capolavoro botticelliano, esposti in un&acute;edicola vicino a casa sua, a Milano, si &egrave; imbattuta Silvia Prestini. &Egrave; stata lei a segnalare a Repubblica quelle due prefazioni troppo uguali. Insegnante di materie giuridiche in pensione, la Prestini aveva in programma di visitare la Giuditta (Botticelli la realizz&ograve; nel 1470), esposta al Museo diocesano fino a met&agrave; dicembre. Aveva gi&agrave; pronti alcuni libri da leggere, ma quando ha visto il volume presentato da Sgarbi, ha comprato anche quello. Ha cominciato con il vecchio fascicolo dei &laquo;Maestri del colore&raquo;, una delle prime collane economiche che hanno fatto conoscere i grandi della pittura a centinaia di migliaia di italiani. Ancora se ne trovano in molte librerie che vendono l&acute;usato: formato lenzuolo, in copertina la riproduzione di un quadro su fondo bianco.

Nei &laquo;Maestri del colore&raquo; Botticelli &egrave; illustrato da Mina Bacci. Un breve saggio, poi sfilano le opere. Silvia Prestini legge, sottolinea, e passa al volume appena comprato in edicola. Il tempo di sfogliare le pagine e ha un sussulto: le prime parole di Sgarbi sono molto simili a quelle della Mina Bacci. L&acute;incipit presenta appena qualche variazione. Scrive la Bacci: &laquo;Nato a Firenze nel 1445 da un Mariano Filipepi conciatore di cuoi, il giovane Sandro, &quot;malsano&quot; e inquieto, segue studi di lettere forse pi&ugrave; profondi di quanto non fosse allora consuetudine comune almeno nel suo ambiente e si rivolge poi alla pittura sotto la guida del vecchio Filippo Lippi; si prende cura di lui in questi anni il fratello maggiore, Giovanni detto il Botticello, da cui Sandro erediter&agrave; il soprannome&raquo;. Scrive Sgarbi: &laquo;Il giovane Sandro nasce a Firenze nel 1445 da un Mariano Filipepi conciatore di cuoi. Segue studi di lettere forse pi&ugrave; profondi di quanto non fosse allora consuetudine comune almeno nel suo ambiente e si rivolge poi alla pittura sotto la guida del vecchio Filippo Lippi; si prende cura di lui in questi anni il fratello maggiore, Giovanni detto il Botticello, da cui Sandro erediter&agrave; il soprannome&raquo;.

Sono dati di fatto dell&acute;infanzia di Botticelli. Ci sono molte espressioni in comune. E non &egrave; un bene. Ma potrebbe essere inevitabile. Inoltre spariscono il &quot;malsano&quot; e &quot;l&acute;inquieto&quot;. La lettura &quot;a confronto&quot; va avanti dopo un punto e a capo. E le espressioni in comune si moltiplicano, diventano la quasi totalit&agrave; dello scritto. Bacci: &laquo;Quando il Botticelli esordisce nella vita artistica fiorentina ? lo precedono di pochissimi anni i Pollaiolo e il Verrocchio, lo segue di l&igrave; a poco Leonardo ? Firenze sta vivendo uno dei suoi momenti pi&ugrave; splendidi, potente economicamente e politicamente, ricca della pi&ugrave; aggiornata cultura del tempo, degli ingegni pi&ugrave; alti. Non ancora trentenne Sandro &egrave; gi&agrave; entrato nella cerchia medicea che lo accoglier&agrave; come il suo maestro prediletto:?&raquo;. Sgarbi: &laquo;Quando il Botticelli esordisce nella vita artistica fiorentina - lo precedono di pochissimi anni i Pollaiolo e il Verrocchio, lo segue di l&igrave; a poco Leonardo - Firenze sta vivendo uno dei suoi momenti pi&ugrave; splendidi, ricca della pi&ugrave; aggiornata cultura del tempo, degli ingegni pi&ugrave; alti. Non ancora trentenne Sandro &egrave; gi&agrave; entrato nella cerchia medicea che lo accoglier&agrave; come il suo maestro prediletto&raquo;.

Tranne la frase &laquo;potente economicamente e politicamente&raquo;, attribuita alla Firenze medicea dalla Bacci, il testo di Sgarbi &egrave; uguale a quello del 1964 persino nelle virgole e nei trattini. Non &egrave; solo la coincidenza di alcune parti. Scorrendo il testo la coincidenza &egrave; pressoch&eacute; totale. Interi periodi. Saltano alcune righe all&acute;inizio di un brano che nel testo di Mina Bacci &egrave; intitolato &laquo;Un mondo di aristocratica bellezza espresso in pura musicalit&agrave; di ritmi lineari&raquo;. Ma poi si riprende: &laquo;A riscoprire Botticelli fu nel secolo scorso l&acute;estetismo inglese...&raquo;. E per il resto si procede all&acute;unisono, lungo tutto il saggio, fino alle ultime righe, quelle in cui Botticelli &egrave; definito &laquo;squisito &quot;d&eacute;cadent&quot; del Rinascimento italiano&raquo;. Cos&igrave; lo definiva la Bacci, cos&igrave; lo definisce Sgarbi.
Come spiega Sgarbi tutto questo? &laquo;Non ricordo bene le circostanze&raquo;, risponde. &laquo;Credo che trattandosi di un saggio divulgativo io abbia affidato l&acute;incarico a qualche mio collaboratore, il quale forse ha attinto un po&acute; troppo a dei testi preesistenti, senza avere il buon senso di alterare quei materiali. D&acute;altronde su Botticelli non &egrave; che io abbia una valutazione critica particolarmente originale&raquo;.</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/gda" >gda</a> | <a href="http://gda3.splinder.com/post/19214402/Chi+mai+se+ne+accorger%C3%A0%3F#comment" >Commenti (3)</a><br /><br />
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    <title type="html"><![CDATA[Terremoti? Ce ne vorrebbe un altro]]></title>
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    <published>2008-12-02T08:01:41+01:00</published>
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    <![CDATA[<p>SERGIO  RIZZO PER IL CORRIERE DELLA SERA DI MARTED&igrave; 2 DICEMBRE 2008

Anche i pescatori di seppie molisane dovranno ringraziare il terremoto. Vi chiederete: che cosa c'entrano i cefalopodi dell'Adriatico con le scosse telluriche? Gi&agrave;. E le api da miele, allora? O gli zampognari di Scapoli? Oppure il canneto di Roccavivara e il Museo del profumo di Sant'Elena Sannita? E il programma televisivo &laquo;On the road&raquo;, c'entra forse qualcosa? Troverete le risposte in altrettanti decreti firmati da Michele Iorio, esponente di Forza Italia, commissario del terremoto (e della successiva alluvione). Una pioggerellina di denaro, fitta fitta, che ha bagnato praticamente tutta la Regione di cui Iorio &egrave; presidente dal 2001.
Per la &laquo;sperimentazione del ripopolamento della seppia&raquo; nelle acque del Molise, 250 mila euro. Per il monitoraggio dell'&laquo;apis mellifera ligustica &raquo;, 90 mila euro. Poi 220 mila per la lirica, 450 mila per il museo naturalistico di Monte Vairano, 425 mila per un centro di equitazione, 100 mila per la patata turchesca di Pesche, 800 mila euro per sistemazione di &laquo;sentieri di ippovia e ippoterapia&raquo; e altre amenit&agrave; del genere. Fino ai 144 mila euro destinati alla societ&agrave; milanese Mafea comunication srl &laquo;in qualit&agrave; di concessionaria esclusiva per la gestione finanziaria del programma&raquo; televisivo &laquo; On the road da inserire sul palinsesto di Italia uno e avente ad oggetto il territorio della Regione Molise &raquo;. Anche quello, evidentemente, considerato come tutti gli altri un finanziamento indispensabile &laquo;per la ripresa produttiva&raquo; delle zone terremotate.
Per spiegare che cosa sia successo nei sei anni passati da quel drammatico 31 ottobre 2002, quando una scossa di grado 5,4 della scala Richter spazz&ograve; via a San Giuliano di Puglia una intera scolaresca, non si pu&ograve; che cominciare da qui. Da quello che ormai &egrave; noto come &laquo;Articolo 15&raquo;. Nel marzo del 2003, dopo il terremoto e l'alluvione che l'aveva seguito, con una ordinanza del premier Silvio Berlusconi Iorio venne nominato commissario con tutti i poteri. In quel provvedimento c'era per&ograve; anche una norma, appunto l'articolo 15, che stabiliva &laquo;un programma pluriennale di interventi per la ripresa produttiva della Regione Molise&raquo;. Il piano aveva una dotazione finanziaria complessiva di 670 milioni, di cui 454 milioni di fondi pubblici. Dentro il calderone, praticamente tutto: soldi europei, denari dello Stato e della Regione. Anche fondi ordinari. E siccome l'articolo 15 parla di &laquo;territorio della Regione Molise&raquo;, ecco che il fiume di denaro ben presto cominci&ograve; ad allagare anche le aree fuori dal cosiddetto &laquo;cratere&raquo;: quelle che il sisma l'avevano visto soltanto in cartolina. Un po' come era gi&agrave; successo per il terremoto dell'Irpinia.
Inevitabili le polemiche scatenate dall'opposizione, dove Massimo Romano, un consigliere regionale di 27 anni dell'Italia dei Valori, sul quale ora il molisano Antonio Di Pietro punta per la corsa al posto di sindaco di Campobasso, prese a tempestare la giunta di interrogazioni. Tanto pi&ugrave; perch&eacute; i finanziamenti coincidevano in gran parte con il ciclo elettorale delle regionali 2006, che videro il commissario Iorio trionfare ancora una volta. E inevitabili anche le sue repliche, con le quali boll&ograve; come &laquo;notizie false prive di riscontri&raquo; i fatti che via via emergevano. Ci si mise pure un giornale on line, Primonumero. it, segnalando che molti finanziamenti erano destinati alla Provincia di Isernia, il &laquo;bacino elettorale&raquo; di Iorio che non era stato nemmeno sfiorato dal sisma. A Isernia sarebbero andati 563 euro per ogni abitante, contro i 530 euro della provincia terremotata di Campobasso. Soldi stanziati per le iniziative pi&ugrave; stravaganti, come i 600 mila euro per un &laquo;parco tecnologico dell'acqua&raquo;, sempre a Isernia, e come i 200 mila euro per il Museo del profumo a Sant'Elena Sannita, nella provincia isernina. Oppure riversati a valanga, ha denunciato Primonumero. it, in alcune microscopiche &laquo;roccaforti del centrodestra&raquo; come Sant'Angelo del Pesco, un comune di 416 abitanti a 110 chilometri dall'epicentro che avrebbe avuto per la ripresa produttiva fondi pari a pi&ugrave; di 4 mila euro pro capite. Il triplo dei 1.276 euro a testa destinati ai 28.561 residenti nel &laquo;cratere&raquo;.
Intendiamoci: non che Campobasso si possa lamentare. Anche il capoluogo di Regione ha avuto la sua razione di soldi per alimentare in modo piuttosto singolare &laquo;la ripresa produttiva &raquo;: a cominciare dai 220 mila euro, che secondo Il Regno del Molise,
pubblicazione di prossima uscita di cui &egrave; autore l'ex presidente di Confcooperative, Vinicio D'Ambrosio, sono serviti a finanziare, attraverso l'associazione musicale &laquo;Il Sipario&raquo;, il Festival della lirica. Soprattutto, nella provincia di Campobasso sono arrivati i soldi della ricostruzione. Con un meccanismo, anche questo, gi&agrave; sperimentato per il terremoto dell'Irpinia.
Il &laquo;cratere&raquo;, che inizialmente comprendeva 14 paesi, venne allargato dopo qualche mese, con una ordinanza di Iorio, a 83 comuni: tutti quelli della provincia di Campobasso tranne uno, Guardiaregia, compreso anch'esso con una successiva ordinanza, ma il cui sindaco non aveva mai denunciato danni. Anche in questo caso al presidente della Regione non vennero risparmiate le critiche. Lo stesso capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, gli scrisse sottolineando la &laquo;dubbia legittimit&agrave;&raquo; dell'ampliamento dell'area del sisma perch&eacute; al commissario non spettava il compito &laquo;in ordine all'individuazione dell'ambito di applicazione del provvedimento &raquo;. Ma tutto and&ograve; avanti ugualmente e i fondi iniziarono ad affluire. Talvolta in modo discutibile.
Il comune di Campochiaro, a 70 chilometri dall'epicentro, venne dichiarato terremotato perch&eacute; il campanile della chiesa era risultato leggermente lesionato: 11 milioni di euro. Venne finanziato pure il ripristino di scuole che erano chiuse da dieci anni. Per non parlare dei ponteggi. Il commissariato spese 5 milioni e mezzo per far mettere in opera ponteggi in grado di rendere sicure le chiese danneggiate. In attesa che i lavori di restauro cominciassero, si pag&ograve; l'affitto dei tubi per due anni: 3 milioni di euro. Poi si pag&ograve; la rimozione dei ponteggi: ancora 570 mila euro. Ma mica tutti, tanto che alla fine dello scorso anno una relazione del commissariato rivelava che il costo annuo dei ponteggi &laquo;non ancora rimossi &raquo; ammontava a 900 mila euro. Precisando che le imprese impegnate nella ricostruzione non avevano accettato la proposta di acquistarli. E tutti quei tubi rimanevano sul gobbone del commissario.
Quanto denaro &egrave; gi&agrave; corso effettivamente? Per la ricostruzione circa 400 milioni, ma dopo l'intervento dell'ex ministro delle Infrastrutture Di Pietro le somme disponibili ammonterebbero a oltre 900 milioni. A settembre, tuttavia, il commissariato ha fatto i conti dei soldi che servirebbero ancora: 3 miliardi 193 milioni 726.482 euro, dei quali due miliardi per le case dei privati, 125 milioni per le scuole e 97 milioni per le chiese. Il conto potrebbe salire quindi a quasi 4,1 miliardi: cifra che sommata ai 454 milioni del famoso articolo 15 porterebbe la bolletta a oltre 4,5 miliardi. Vale a dire, 75 euro per ogni italiano. Meglio non dirlo a chi, e sono ancora un migliaio se si eccettua il comune di San Giuliano, l'unico che si possa definire &laquo;sistemato&raquo;, si sta apprestando a passare il settimo Natale consecutivo in un prefabbricato. Con in pi&ugrave; una sgradevole sorpresa. Da giugno scorso i cittadini e le imprese di tutti i comuni terremotati avrebbero dovuto cominciare a restituire allo Stato tasse e contributi il cui versamento era stato sospeso dopo il sisma. Un miliardo e mezzo di euro soltanto per i contributi arretrati. Finora la battaglia del senatore di San Giuliano di Puglia, Giuseppe Astore, per ottenere almeno le stesse condizioni concesse ai terremotati umbri e marchigiani (il pagamento in dieci anni con lo sconto del 60%) non ha dato ancora esito. Il governo ha rigettato tutti i suoi emendamenti. E ora non gli resta che il treno della Finanziaria. Per evitare che al danno si aggiunga anche la beffa.
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