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    <![CDATA[<p>LA CHIAVE DELL'INCHIESTA DE MAGISTRIS
Settembre 2007 


di Andrea Cinquegrani

Cosa c&rsquo;&egrave; di cos&igrave; bollente nelle carte del pm di Catanzaro Luigi De Magistris da mandare in fibrillazione la classe di governo del Paese? In un&rsquo;inchiesta pubblicata a maggio 2007 da La Voce delle Voci forse la risposta. La ripubblichiamo qui. A seguire, il ritratto del capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, personaggio di primo piano nella richiesta di trasferimento per De Magistris. Il ritratto di Miller &egrave; stato pubblicato su La Voce delle Voci di agosto 2007. 
&nbsp;
Zitti e ammutinati 
Per anni zitte e mute le procure di mezza Italia e autorit&agrave; di controllo come Bankitalia e Consob su uno scandalo annunciato e ora al vaglio degli inquirenti a Catanzaro: quello della maxi cartolarizzazione targata Bper-Mutina. Qualche voce, per&ograve;, aveva gi&agrave; denunciato l&rsquo;affaire&hellip; 
Cartolarizzazioni a go go anche in un&rsquo;altra vicenda che sa tanto di Parmalat. Protagonista dell&rsquo;affaire da non meno di 10 mila miliardi di vecchie lire il gruppo Banca Popolare dell&rsquo;Emilia Romagna - BPER per gli aficionados - e il suo braccio operativo, una societ&agrave; a responsabilit&agrave; limitata modenese, Mutina. Il bubbone sta man mano venendo a galla in una maxi inchiesta condotta dalla procura di Catanzaro su una cupola affaristica che ha fatto il bello e cattivo tempo in Basilicata, coinvolgendo, in una sfilza di affari, pezzi da novanta della politica locale, dell&rsquo;imprenditoria, faccendieri, banchieri ma anche magistrati (per questo l&rsquo;inchiesta &egrave; approdata alla procura calabrese). &laquo;Si tratta di un&rsquo;inchiesta - commentano a palazzo di giustizia - che sta facendo luce su grossi business foraggiati con danaro pubblico, fondi regionali, nazionali ed europei. Come &egrave; successo per l&rsquo;inizio di Tangentopoli con la mazzetta di Chiesa per il Pio Albergo Trivulzio, anche gli inquirenti di Catanzaro sono partiti da una vicenda, per poi arrivare a una grossa rete di affari. Ora, a quanto pare, sarebbero arrivati a quello pi&ugrave; grosso. Che si chiama Mutina&raquo;. Da svariati miliardi di euro, appunto. Un affare che la Voce ha denunciato e descritto nei suoi dettagli un anno e mezzo fa, per la precisione ad ottobre 2005. Ma ecco di cosa si tratta. 
Sul finire degli anni &rsquo;90 una serie di Popolari, soprattutto del centro sud, si trovano in una pesante situazione finanziaria. Emblematico il caso della Popolare dell&rsquo;Irpinia, balzata agli onori delle cronache col dopo terremoto del 1980, come &ldquo;lo sportello di casa De Mita&rdquo;, visto che un grosso pacchetto azionario era detenuto proprio da Ciriaco De Mita (oggi segretario regionale della Margherita e pezzo da novanta nel nascente Partito Democratico) e dai suoi familiari. Fa grossi affari, la Popolare guidata dal demitiano di ferro Ernesto Valentino, proprio con la ricostruzione post sisma; cos&igrave; come, sul versate lucano, sono tempi di vacche grasse per la Popolare di Pescopagano, cresciuta e pasciuta sotto l&rsquo;ala protettiva dell&rsquo;ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (oggi membro della commissione Antimafia), poi passata sotto l&rsquo;ombrello della Banca di Roma (ora Capitalia) dell&rsquo;andreottiano Cesare Geronzi. Finita la pacchia, dunque, anche per la Popolare avellinese arrivano i tempi duri, culminati con un&rsquo;ispezione al vetriolo di Bankitalia che mette a nudo una serie di magagne contabili e organizzative. A questo punto, spunta una nuova sigla, la Banca della Campania, che fa un sol boccone dell&rsquo;Irpinia e della consorella di Salerno, anch&rsquo;essa protagonista dello stesso copione (ispezioni, denunce, gestione allegra e via di questo passo). 
Nel 2003 il colpaccio. Cosa succede? Il gruppo BPER-Carime fa un sol boccone di 9 banche popolari: oltre a quelle dell&rsquo;Irpinia e di Salerno (gi&agrave; racchiuse nell&rsquo;unico scrigno di Banca Campana), quelle di Matera (da qui parte un filone-base dell&rsquo;inchiesta di Catanzaro), di Crotone, di Lanciano e Sulmona, di Aprilia, nonch&eacute; la Banca del Monte di Foggia, la Banca di Sassari, la Cassa di risparmio della provincia dell&rsquo;Aquila. &laquo;E&rsquo; la prova del 9 per il decollo della BPER sul grande mercato bancario nazionale&raquo;, commentano alcuni in Borsa. 
BOND &amp; FONTANE 
Ma vediamo meglio cosa in realt&agrave; &egrave; successo. Ecco come descriveva l&rsquo;operazione la Voce nel suo reportage di ottobre 2005. &laquo;Cosa fanno allora i vertici Bper-Carime? Pensano bene di cartolarizzare tutti i crediti, o presunti tali, delle nove banche incorporate. Come dire, Tot&ograve; e la fontana di Trevi: io metto nel mio attivo una montagna creditizia di cui non so un accidenti e subito butto sul mercato una valanga di obbligazioni. Proprio nel perfetto stile Cirio e Parmalat. E i bond, a quanto pare, nell&rsquo;arco dell&rsquo;ultimo biennio sono stati adeguatamente collocati presso la solita ignara, &ldquo;sprovveduta&rdquo; clientela di risparmiatori. Per un totale di circa 800 milioni di euro, viene precisato dalla sola Banca della Campania. Aggiungendo le altre sette banche, si arriva a sfiorare i 10 mila miliardi delle vecchie lire. Non male&raquo;. I meccanismi dell&rsquo;operazione di &ldquo;cessione dei crediti&rdquo;, tramite la Mutina, si svolgono lungo l&rsquo;asse Modena-Londra, in perfetto stile James Bond (visto che del resto si parla di titoli, di bond). 27 giugno 2002, Princes House, Gresham street, Londra: presso l&rsquo;elegante studio del notaio Sophie Jane Jenkins viene siglato il primo contratto di cessione dei crediti tra Popolare dell&rsquo;Irpinia, rappresentata da Antonio De Stefano, e Emilio Annovi, in quota Mutina. Il tutto fa seguito ad una delibera del cda dell&rsquo;istituto avellinese, dove si dava l&rsquo;ok alla cessione. Sorpresa! Fra tutte le carte accuratamente sottoscritte davanti al notaio londinese, manca l&rsquo;allegato fondamentale, quello relativo al maxi elenco dei crediti ceduti: al suo posto, due misere paginette sbarrate e con una inequivocabile scritta, &ldquo;omissis&rdquo;. &laquo;In realt&agrave; - spiegano i tecnici - secondo la legislazione britannica i notai sono tenuti ad autenticare le firme, a sapere che &egrave; realmente tizio che vende a Caio. Se poi si tratta della fontana di Trevi, al notaio poco interessa&raquo;. Miracolo dopo soli tre mesi. Quell&rsquo;allegato fantasma compare per incanto presso lo studio del notaio di Cavezzo, a un tiro di schioppo da Modena, Fabrizio Figurelli, al quale lo stesso Annoni aveva chiesto tutti gli atti autenticati da Jenkins. &laquo;Un falso, un falso in piena regola, quel documento&raquo;, tuona l&rsquo;ingegnere avellinese Giuseppe Testa, uno dei presunti &ldquo;debitori&rdquo; della Popolare dell&rsquo;Irpinia, una vita e una storia - ad 80 anni passati - per denunciare il malaffare del sistema bancario. In parole povere, BPER ha ceduto a Mutina una montagna di crediti in buona parte (si parla di almeno il 30-40 per cento) inesigibili, poi per&ograve; magicamente tramutati in moneta sonante via cartolarizzazione, alla faccia degli ignari risparmiatori. Anni fa Testa denunci&ograve; la banca irpina per &ldquo;tassi di usura&rdquo;. In seguito &egrave; stato un crescendo rossiniano, culminato in una raffica di denunce presentate da inizio 2005 in ben quattro procure: Avellino, Napoli, Roma e Modena. &laquo;Mai una risposta, niente - denuncia Testa - sempre, costantemente un muro di gomma&raquo;. 
E&rsquo; il 21 aprile 2005 quando l&rsquo;ingegnere denuncia alla procura di Modena, in sette esplosive pagine di eposto, che &laquo;alcun controllo la Mutina ebbe ad eseguire sui crediti dichiarati dalla Popolare dell&rsquo;Irpinia e riportati nel libro crediti posto a base della cessione; la Mutina accett&ograve; all&rsquo;oscuro la cessione di crediti pro soluto. Mutina, che aveva l&rsquo;obbligo di vigilanza, ha accettato la cessione e cartolarizzato questi crediti assumendosi finale responsabilit&agrave; di quanto sta accadendo&raquo;. Il 23 agosto denuncia alla procura di Avellino &laquo;l&rsquo;atto papocchio londinese&raquo; perch&eacute; proprio su quella scorta &laquo;si stanno commettendo in Italia meridionale una serie di gravi abusi, truffe, estorsioni e altri gravi reati sanzionabili penalmente&raquo;. Ma qualcun altro, ancora prima, aveva lanciato l&rsquo;sos. Un piccolo risparmiatore salernitano, Giovanni Pecoraro, oggi presidente del Sinpa, un sindacato nato a tutela dei piccoli risparmiatori taglieggiati dalle banche. Il primo campanello d&rsquo;allarme &egrave; addirittura del 1997, quando si rivolge a Bankitalia e Consob per vigilare sulle &laquo;opa lanciate dalla Popolare dell&rsquo;Emilia Romagna sulle popolari dell&rsquo;Irpinia e di Salerno&raquo;. L&rsquo;anno dopo denuncia quest&rsquo;ultimo istituto chiedendo &laquo;la restituzione di tutte le somme indebitamente percepite e inoltra il suo articolato esposto alla procura salernitana&raquo;. Il solito assordante silenzio. Passa poi, nel 2000, al Csm, chiedendo &laquo;come mai la procura di Salerno, malgrado nostri solleciti, non ci porti a conoscenze delle indagini sulle questioni prospettate&raquo;. Anche Pecoraro approda alla Procura di Modena, dove ad ottobre 2002 presenta un altro esposto, denso di cifre e circostanze inquietanti, sollevando pesantissimi dubbi sull&rsquo;operazione di marca BPER per il controllo delle popolari del Sud. L&rsquo;anno seguente, l&rsquo;ennesimo esposto, contro &laquo;quei magistrati che hanno insabbiato tutto&raquo;. Un vero e proprio muro di gomma, che va avanti da anni, coinvolge procure di mezza Italia e le autorit&agrave; di controllo (Bankitalia e Consob in prima fila). Riuscir&agrave; adesso la procura di Catanzaro a rompere quel muro? 
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Arcibaldo Show 
Da pm alle procure di Santa Maria Capua Vetere e poi Napoli, alla poltronissima di super 007 del ministero di Grazie e Giustizia, voluto da Castelli e riconfermato da Mastella, ovvero trasversale al punto giusto. Nel suo pedigree, inchieste bollenti come quella sulla ricostruzione post terremoto finita nella classica bolla di sapone. Ma vediamo come and&ograve; veramente. 
Chi &egrave; davvero il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, nominato dal leghista Roberto Castelli e riconfermato dal guardasigilli Clemente Mastella? Una carriera, la sua, che si sviluppa soprattutto all&rsquo;ombra del Vesuvio, visto che per i bollenti anni &rsquo;90 &egrave; uno dei pm di punta della procura partenopea. A lui l&rsquo;ex procuratore capo Agostino Cordova affida la leadership - &laquo;in quanto giudice anziano&raquo;, precisa l&rsquo;ex mastino di Palmi - dello strategico pool anticorruzione, composto da altre tre toghe (Antonio D&rsquo;Amato, Alfonso D&rsquo;Avino e Nunzio Fragliasso) e incaricato delle inchieste pi&ugrave; scottanti, dal post terremoto alla massoneria a sanitopoli. Quando nel &rsquo;98 scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei (fiancheggiati da Magistratura democratica) in realt&agrave; i bersagli sono due: Cordova e Miller, cui vengono dedicate una ventina di pagine al vetriolo del dossier redatto dalla Camera penale di Napoli. Nel mirino due procedimenti disciplinari a carico della toga di origini scozzesi. Fra i rilievi mossi ci sono &laquo;le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che &egrave; risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania&raquo;; frequentazioni - &egrave; precisato - insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e &laquo;ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987&raquo;. &laquo;Entrambi i procedimenti subiti dal dottor Miller - viene aggiunto nel documento - si sono conclusi con l&rsquo;archiviazione, ma residuano, nelle due vicende, fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l&rsquo;estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali&raquo;. Nel dossier, fra l&rsquo;altro, viene ricordato che &laquo;il procedimento per il reato previsto dall&rsquo;articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel &rsquo;94 l&rsquo;arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino&raquo;. Un procedimento, ovviamente, archiviato. Non rilevante sotto il profilo penale, la motivazione di rito. Ma sotto quello morale e deontologico? Boh. 
DOSSIER AL VETRIOLO 
Scrivevano ancora i penalisti nell&rsquo;infuocato dossier: &laquo;Non pu&ograve; che lasciare stupefatti chi si sia venuti a una situazione in cui un magistrato della procura di Napoli, che ha fatto parte delle commissioni di collaudo per la ricostruzione post terremoto, si occupa della maxi indagine su tale ricostruzione. Ancor pi&ugrave; preoccupante &egrave; apprendere che alla ricostruzione in Campania hanno certamente partecipato le imprese della famiglia Sorrentino - come risulta pacifico dagli atti provenienti dalla stessa procura di Napoli - che all&rsquo;epoca aveva stretti rapporti con uno dei magistrati che oggi conduce l&rsquo;indagine&raquo;. Fanno comunque presente, gli estensori del j&rsquo;accuse, che &laquo;il dottor Miller ebbe comunque a chiedere al dottor Cordova di potersi astenere dal proseguire le indagini riguardanti alcuni procedimenti ed in particolare &ldquo;la Sanit&agrave;&raquo;, la &laquo;Ricostruzione post terremoto&raquo; e &laquo;il Centro direzionale&raquo;. E&rsquo; proprio il maxi processo post sisma il clou della carriera professionale di Miller. Che con i tre colleghi raccoglie, in numerosi anni d&rsquo;indagine, una montagna di carte, attraverso le quali si dimostra in maniera inequivocabile come la classe politica locale riesce a drenare uno smisurato fiume di miliardi a proprio uso e consumo, creando un perfetto sistema a base di &ldquo;imprese di partito&rdquo;, scatole spesso e volentieri vuote ma opportunamente riempite di appalti pubblici milionari. E&rsquo; l&rsquo;applicazione, in salsa partenopea, dell&rsquo;azzeccato teorema-Di Pietro sulle &ldquo;acchiappa-appalti&rdquo;, sigle e societ&agrave; al servizio dei potenti di turno che hanno tutto il tempo - e i fondi - per tuffarsi sul proscenio nazionale, con un Paolo Cirino Pomicino prima alla Funzione pubblica e poi al Bilancio, un Francesco De Lorenzo alla Sanit&agrave;, il tandem Antonio Gava-Enzo Scotti agli Interni, Carmelo Conte alle Aree Urbane e &ldquo;compagnia bella&rdquo; continuando (secondo il colorito intercalare del patron di Icla, la regina degli appalti, Massimo Buonanno, davanti ai membri della commissione Scalfaro per indagare sugli sperperi post terremoto). 
PROCESSO IN FLOP 
Peccato che le mirate piste investigative sbaglino clamorosamente - strada facendo - gli obiettivi. Cadono come foglie al vento le accuse di concussione-corruzione, comunque tipiche di Tangentopoli. Ha facile gioco &lsquo;o ministro Pomicino nel descrivere i pi&ugrave; che amichevoli rapporti coi costruttori-amici napoletani. Poteva mai minacciarli se poi - come rivela con dovizia di dettagli - andava quotidianamente a pranzo con loro o era il &ldquo;padrino&rdquo; per il battesimo di loro figlio? &laquo;E&rsquo; proprio dai racconti di Pomicino - osserva un magistrato - che balza in tutta evidenza un altro tipo di rapporto con i mattonari: erano tutti impegnati in un solo scopo, fare affari, raccogliere fiumi di soldi per le proprie tasche e le correnti di riferimento. Insomma, un&rsquo;associazione&raquo;. A delinquere, come recita il classico articolo 416. Con l&rsquo;aggiunta di un piccolo particolare, il bis. S&igrave;, perch&eacute; al banchetto arcimiliardario del dopo terremoto (64 mila miliardi di vecchie, vecchissime lire anni &rsquo;80) ha preso parte un terzo convitato di pietra (ma soprattutto di pietrisco, cave, cemento, calcestruzzo e subappalti a raffica, un 25 per cento abbondante di tutto la torta), la camorra, che con l&rsquo;occasione ha trovato il propellente necessario per spiccare il grande salto e diventare vera e propria holding. Eppure il maxi pool capitanato da Miller non se ne accorge. Neanche una pagina, una sola, fra gli sterminato falconi dell&rsquo;inchiesta, fa riferimento a un nome, un&rsquo;impresa di camorra. Miracoli di San Gennaro, che hanno soprattutto il pregio di ridurre drasticamente i termini per la prescrizione, da 15 - in caso di 416 bis - a 7 e mezzo per la rituale concussione-corruzione (che nemmeno c&rsquo;&egrave;). &laquo;Al dibattimento &egrave; arrivato un cadavere&raquo;, fu il commento di un cancelliere quando part&igrave; il processo di primo grado, destinato a morire inesorabilmente di &ldquo;prescrizione&rdquo;. E a vedere tutti gli imputati felici, contenti e premiati: Paolo Cirino Pomicino e mister centomila Alfredo Vito con la poltrona di membri della commissione Antimafia&hellip; . 
E pensare che Pomicino, nel &rsquo;90, fu beccato con le mani nel sacco: un&rsquo;inchiesta della Voce - titolo &ldquo;Una bugia grossa come una casa&rdquo; - document&ograve; per filo e per segno il passaggio di propriet&agrave; di un lussuoso immobile nella zona chic di Napoli, a Posillipo, da una societ&agrave; dei Sorrentino ad una dei Pomicino. &laquo;Mia moglie ha trovato l&rsquo;annuncio sul Mattino&raquo;, ribatt&egrave; &lsquo;o ministro, il quale per&ograve; conosceva - e da anni - i fratelli Sorrentino, con uno dei quali (poi ucciso in un regolamento dei conti) intratteneva &ldquo;amichevoli&rdquo; rapporti, addirittura su carta ministeriale. Dopo alcune burrasche giudiziarie, i Sorrentino hanno trasferito il loro quartier generale a Lucca e generato una galassia societaria: fra i primattori Augusto Dresda, manager di spicco dell&rsquo;Icla. Arieccoci&hellip; Alle ultime amministrative partenopee, il nome di Miller &egrave; rimbalzato pi&ugrave; volte come possibile candidato alla poltrona di sindaco in quota Casa delle Libert&agrave;, da contrapporre a Rosa Russo Iervolino. &laquo;Un uomo d&rsquo;ordine per ripulire la citt&agrave;&raquo;, era il leit motiv che correva fra le truppe del cavaliere. &laquo;Gi&agrave; la citt&agrave; &egrave; un bordello...&raquo;, controbattevano altri, ricordando la storia della casa di appuntamenti di via Palizzi nella quale il nome di Miller venne tirato in ballo insieme a quello di altri magistrati: la storia non ha avuto alcun seguito penale, ma di quella casa si &egrave; a lungo parlato in occasione dell&rsquo;omicidio Siani (la pista Rubolino - il cui nome dopo la morte &egrave; tornato alla ribalta per alcune piste vaticane indagate dalla procura di Potenza - poi finita nella classica bolla di sapone). La candidatura di Miller alla fine salt&ograve;: al suo posto, comunque, un altro uomo d&rsquo;ordine, l&rsquo;ex questore di Napoli Franco Malvano. La figlia di Miller, Cristina, ha sposato Pietro Scaramella, fratello di Mario Scaramella, la &ldquo;spia&rdquo; in salsa partenopea coinvolta nel caso Livtinenko e braccio destro di Paolo Guzzanti nella Mitrokhin. Sotto il profilo professionale, Cristina segue le orme paterne. A dicembre 2006 ha preso parte al concorso per commissario di polizia con una tesi dal titolo &ldquo;L&rsquo;infiltrazione della criminalit&agrave; organizzata nel ciclo dei rifiuti: il caso Campania. Tecniche di investigazioni e strumenti di contrasto&rdquo;. A quando una tesina su &ldquo;007 o pataccari: la Scaramella story&rdquo;? </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/mikeburma" >mikeburma</a> | <a href="http://lavocedellacampania.splinder.com/post/14120777/LA+CHIAVE+DELL%27INCHIESTA+DE+MA#comment" >Commenti (1)</a>
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    <![CDATA[<p>NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI
Ottobre 2007 
di Rita Pennarola
Dopo un&rsquo;estate costellata dagli ennesimi gialli senza soluzione, a cominciare dall&rsquo;omicidio di Garlasco, portiamo alla luce una tormentata vicenda giudiziaria emblematica di un sistema giustizia in cui, troppo spesso, a definire le sentenze sono discusse e controverse perizie. Ma da questa storia emergono anche ipotesi sconcertanti di &ldquo;fuoco amico&rdquo;, in una girandola di stranezze che vedono al centro la Procura di Milano. 
Magari scoprire la verit&agrave; fosse cos&igrave; facile come dimostrare il falso! Lo sapeva bene Marco Tullio Cicerone (autore di questa massima), ma lo imparano ancora oggi, sulla propria pelle, i protagonisti dei casi giudiziari rimasti senza giustizia, o appesi a verit&agrave; processuali tormentate, lontane anni luce dai fatti e comunque costellate di buchi neri nelle ricostruzioni. Al centro di tutto, loro, i periti nominati dalla magistratura inquirente, nei cui sofisticati laboratori le scene del crimine rivivono mille volte come fiction impazzite, mentre la magistratura affida alla scienza (dagli esami del Dna alle analisi balistiche) l&rsquo;impossibile mission di offrire certezze assolute. 
Una dolorosa vicenda di questi ultimi mesi riporta in primo piano le figure di due big delle perizie balistiche, Pietro Benedetti e Paolo Romanini. Entrambi erano balzati alla ribalta mediatica per la funambolica ricostruzione dello scontro fra sasso e proiettile che, di fatto, provoc&ograve; l&rsquo;archiviazione delle indagini sull&rsquo;assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, a luglio 2001. Benedetti &egrave; stato inoltre superconsulente balistico del pm nel mistero - mai risolto - sull&rsquo;identit&agrave; degli assassini (e soprattutto dei mandanti) nel caso Ilaria Alpi. 
A tirare nuovamente in ballo Romanini e Benedetti &egrave; un detenuto condannato all&rsquo;ergastolo con sentenza definitiva, che proprio alle perizie firmate dai due esperti di grido aveva vanamente affidato le residue speranze di revisione del processo per ristabilire quella che, a suo dire, &egrave; ed &egrave; sempre stata la verit&agrave;. Si chiama Sebastiano Mazzeo, ha 50 anni ed un peso corporeo assottigliato di giorno in giorno dal lungo e silenzioso sciopero della fame cominciato a giugno per protestare contro quella che definisce una &ldquo;congiura architettata per coprire i veri responsabili dell&rsquo;omicidio&rdquo;, e che oggi lo vede recluso a vita nel carcere di Opera, vicino Milano. Mentre scriviamo il suo peso &egrave; arrivato a 45 chili &laquo;ma - fa sapere attraverso i suoi legali - le bevande zuccherate che assumo mi garantiscono piena efficienza al cervello e forza per continuare ancora a lottare&raquo;. Una vita infelice, la sua, con soli cinque anni di libert&agrave; su trenta di reclusione per reati contro il patrimonio. Per fame, come dice lui. E una scuola frequentata sempre dietro le sbarre fino alle soglie della maturit&agrave; superiore. 
Quello che oggi Sebastiano denuncia con esposti dettagliati giunti fino al Consiglio superiore della magistratura &egrave; uno scenario di presunte guerre interne alla Procura e alla Questura di Milano. Una ricostruzione che evoca storie vecchie di veleni e potrebbe forse, in futuro, richiedere assunzioni di responsabilit&agrave; da parte di grossi personaggi. Di certo, in questa storia che riporta alla luce frange della militanza armata di sinistra, vip dell&rsquo;apparato investigativo e, in qualche modo, lo stesso milieu in cui maturarono le inchieste di Mani pulite, tanti tasselli del mosaico accusatorio non trovano ancora oggi la giusta collocazione. 
I FATTI DI VIA IMBONATI 
Milano, via Imbonati. La mattina del 14 maggio 1999 nel corso della tentata rapina ad un furgone portavalori scoppia un conflitto a fuoco fra rapinatori e forze dell&rsquo;ordine. Viene gravemente ferito alla testa l&rsquo;agente di polizia Vincenzo Raiola, originario di Torre Annunziata, in servizio su una delle volanti intervenute sul posto. Ricoverato all&rsquo;ospedale Niguarda, il giovane viene sottoposto ad una tac per localizzare il proiettile nel cranio e poi ad un delicato intervento chirurgico. Morir&agrave; poche ore dopo. Scattano frenetiche indagini coordinate dalla Procura di Milano - retta all&rsquo;epoca da Francesco Saverio Borrelli - e dai vertici della Questura (ministro dell&rsquo;Interno era l&rsquo;attuale sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, premier Massimo D&rsquo;Alema). Si cercano i membri del commando che ha dato l&rsquo;assalto al furgone della Sefi ma le ricerche non portano, almeno all&rsquo;inizio, ad alcun risultato. Il 25 luglio, oltre due mesi dopo, per quell&rsquo;omicidio vengono arrestati nel corso di un blitz, fra gli altri, Sebastiano Mazzeo e Francesco Gorla, all&rsquo;epoca 38 anni, un passato nelle falangi armate di Prima Linea ed un presente, secondo le cronache dell&rsquo;epoca, fatto di sanguinarie rapine. Con Gorla viene tratta in arresto per favoreggiamento la sua compagna Rita Anna Sanvittore, assessore all&rsquo;ambiente del comune di Cusano Milanino. La pista investigativa, insomma, &egrave; orientata sulla &ldquo;conversione&rdquo; del gruppo dai reati di stampo terroristico alla criminalit&agrave; comune. 
Ad incastrare Gorla e Mazzeo - spiegano gli inquirenti - &egrave; la conversazione fra due pregiudicati, da tempo sottoposti dalla questura milanese ad intercettazioni ambientali e telefoniche. Dopo aver appreso dai mezzi d&rsquo;informazione della rapina di via Imbonati, i due avanzano fra loro ipotesi sui possibili artefici: tal &laquo;Francesco&raquo;, o &laquo;Sebastiano&raquo;, &laquo;Fabio&raquo;, &laquo;Nicola&raquo;... . Quello scambio di battute rester&agrave; il cardine intorno al quale ruoter&agrave;, in tre gradi di giudizio, l&rsquo;accusa che oggi vede Gorla e Mazzeo condannati al carcere a vita per l&rsquo;omicidio Raiola. 
Ed &egrave; da qui in poi che, nel lungo e complesso iter processuale, cominciano le stranezze. Tante. &laquo;Non volevo crederci prima di assumere questo caso - dice ad esempio l&rsquo;avvocato Sauro Poli di Firenze, che ha recentemente assunto la difesa di Gorla - poi me ne sono reso conto. Per fare un solo esempio: quanto sarebbe stato importante avere a disposizione la Volante su cui viaggiavano Raiola e gli altri due poliziotti per le rilevazioni balistiche? Eppure si scopr&igrave; che poco tempo dopo i fatti l&rsquo;auto era stata rottamata e tutte le perizie sono state eseguite quindi solo basandosi su foto&raquo;. 
TUTTO IN UNA TAC 
I due pregiudicati Francesco Gorla - che in quel periodo frequenta con Rita Anna locali new age del centro di Milano - e Sebastiano Mazzeo, in quegli anni titolare di una lavanderia insieme alla sua compagna, fin dal momento dell&rsquo;arresto si proclamano innocenti ed affermano di non aver mai preso parte a quella rapina di via Imbonati. Sebastiano, in particolare, non si d&agrave; pace: attraverso il suo avvocato Gianclemente Benenti, nel corso del processo chiede pi&ugrave; volte al pubblico ministero Lucilla Tontodonati, titolare dell&rsquo;accusa, che venga acquisita la tac preoperatoria cui era stato sottoposto Raiola. Perch&egrave; nel frattempo di stranezze ne &egrave; maturata un&rsquo;altra, ancor pi&ugrave; clamorosa: del proiettile estratto dal cranio dell&rsquo;agente ferito a morte non si riesce a trovare traccia, bench&egrave; nella relazione post operatoria del Niguarda si leggesse che era stato rimosso e consegnato, come di prassi, agli agenti della questura milanese. 
Il proiettile salta fuori a dibattimento chiuso nel giudizio di primo grado: viene esibito dal pm Tontodonati il 2 luglio 2002, a tre anni dai fatti: risulter&agrave; essere un&rsquo;ogiva di kalashnikov, l&rsquo;arma usata dai rapinatori in via Imbonati. Lo stesso giorno la Corte d&rsquo;Assise presieduta da Luigi Martino emette la sentenza di condanna. 
La comparsa sulla scena del proiettile riaccende per&ograve; le richieste pressanti avanzate dalle difese (per la compagna di Gorla era sceso in campo Giuliano Pisapia) perch&egrave; fosse acquisita la Tac preoperatoria di Raiola. La richiesta risulta disattesa anche nel giudizio di secondo grado, che si celebra dinanzi alla terza corte d&rsquo;Assise appello. Stavolta per&ograve; ad ottenere copia dell&rsquo;importante indagine diagnostica &egrave; la difesa di Mazzeo. L&rsquo;avvocato Benenti affida a due esperti di chiara fama - prima l&rsquo;anatomopatologo Carlo Montaperto dell&rsquo;ospedale San Carlo Borromeo di Milano, poi il neuroradiologo Luca Vavassori del Niguarda - il compito di valutare la compatibilit&agrave; fra il proiettile che la Tac mostra conficcato nel cranio dell&rsquo;agente di polizia e quello esibito in aula. Senza appello il risultato. Montaperto scrive: &laquo;il confronto fra le misure porta alla conclusione che i due oggetti sono dimensionalmente incompatibili (...). Si tratta quindi di due oggetti diversi&raquo;. 
Tutto questo non impedisce alla Corte d&rsquo;Assise appello di pronunciare la seconda condanna all&rsquo;ergastolo per Gorla e Mazzeo, che sar&agrave; poi confermata in Cassazione (presidente di sezione il giudice Mario Sossi) il 25 maggio del 2004. &laquo;Quando abbiamo prodotto dinanzi alla suprema corte i risultati della perizia Montaperto - ricorda l&rsquo;avvocato Benenti - era ormai impossibile scendere nuovamente nel merito dei fatti e verificare quella che doveva essere l&rsquo;unica, autentica prova di tutto il processo: il confronto fra il proiettile portato in aula e la Tac dell&rsquo;agente Raiola&raquo;. Perch&egrave; a risultare sul piano morfologico e dimensionale compatibile al millimetro con la Tac non era quell&rsquo;ogiva di kalashnikov. Ma un qualsiasi proiettile parabellum in dotazione a pistole e mitragliette M12 delle forze di polizia. 
Il povero Vincenzo Raiola - questo il sospetto che avanza Mazzeo nella pioggia di atti giudiziari tesi alla revisione del processo - sarebbe allora stato trafitto per sbaglio da &ldquo;fuoco amico&rdquo;, dal colpo sparato in direzione dei banditi da uno dei poliziotti intervenuti sul posto. Cos&igrave; - sempre stando a questa ipotesi, fatta propria anche da Gorla - si spiegherebbero le tante falle nella ricostruzione dei fatti, dalla scomparsa per tre anni del &ldquo;corpo del reato&rdquo;, il proiettile, alla precipitosa rottamazione dell&rsquo;auto, fino alle palesi contraddizioni emerse fra le due consulenze balistiche. La prima era stata affidata dal pm Tontodonati a Pietro Benedetti nel novembre 2004 proprio per comparare la compatibilit&agrave; fra la tac e il proiettile esibito in aula. Le conclusioni di Benedetti portarono il pm a parlare di &laquo;assoluta infondatezza di quanto teorizzato nell&rsquo;atto di denuncia di Mazzeo Sebastiano&raquo;. La pietra tombale &egrave; per&ograve; firmata da Paolo Romanini, cui il pubblico ministero dovette affidare una nuova perizia di confronto, dopo che era emersa l&rsquo;assenza del previsto contraddittorio con i consulenti di parte e con gli avvocati durante la prima perizia. Pur smentendo in parte il metodo adottato dal collega, anche Romanini lascia sostanzialmente spazio ad interpretazioni dubbie circa la misura del proiettile. 
E&rsquo; stato il gip Paolo Ielo, ex pm di Mani pulite, a disporre sugli esposti di Mazzeo l&rsquo;ultima archiviazione in ordine di tempo. 
QUESTIONE DI METRI 
Periti balistici di fama internazionale, tanto Benedetti quanto Romanini sembrano non aver tenuto conto di un particolare tutt&rsquo;altro che trascurabile. &laquo;Un proiettile di kalashnikov - spiega alla Voce l&rsquo;avvocato Poli - risulta micidiale nel raggio di ben 500 metri. In questo caso, invece, la distanza fra la Volante e l&rsquo;auto dei rapinatori era assai ridotta. Lo sappiamo con certezza perch&egrave; esiste agli atti il rapporto di servizio reso nell&rsquo;immediatezza dei fatti da Mauro Ceffalia, il poliziotto che, con l&rsquo;autista Denis Sartor e con Raiola, componeva la pattuglia accorsa sul posto&raquo;. 
Ceffalia dichiara che la distanza fra l&rsquo;auto della polizia e l&rsquo;Audi station wagon dei banditi era di circa 10 metri. Aggiunge che nel conflitto a fuoco rimase colpito ad un piede, quindi continu&ograve; a sparare in direzione dei malviventi dall&rsquo;interno dell&rsquo;auto in posizione leggermente distesa ed utilizzando la mitraglietta M12 in dotazione. Quella, appunto, caricata con proiettili di tipo parabellum. Ceffalia non sar&agrave; mai chiamato a testimoniare in aula durante l&rsquo;intero processo. Nell&rsquo;unica udienza in cui viene fatto il suo nome, il pm ne ricorda il trasferimento a Roma, aggiungendo che l&rsquo;agente risulta ancora provato da quella vicenda. 
FUOCHI AMICI 
Cosa accadde realmente in questura, a Milano, quando fu esaminato il proiettile estratto dal cranio di Raiola? Gorla e Mazzeo attribuiscono la sparizione di quel decisivo reperto alla preoccupazione di scongiurare ad ogni costo il fiume di polemiche e provvedimenti che sarebbero scaturiti dalle rivelazioni sul &ldquo;fuoco amico&rdquo;: un colpo di un collega che per sbaglio avrebbe ferito mortalmente il giovane agente della Polstato. In seguito il proiettile originale sarebbe stato sostituito con l&rsquo;ogiva di kalashnikov esibita tre anni dopo al processo. &laquo;Si tratta - osserva subito Gianclemente Benenti - di supposizioni che noi avvocati non possiamo avvalorare n&egrave; confermare. Restano per&ograve; le irregolarit&agrave; procedurali e le clamorose incongruenze, a cominciare proprio dalle perizie&raquo;. 
E restano i mille, inquietanti interrogativi che, al di l&agrave; di questa specifica vicenda, investono una certa parte del sistema investigativo e giudiziario nel nostro Paese, appiattito su pentiti &amp; periti, anche in presenza di elementi palesemente in contrasto fra loro. Resta l&rsquo;ormai incontenibile rabbia che ci coglie ogni volta che sentiamo parlare di &ldquo;fuoco amico&rdquo;, quasi sempre con relativi depistaggi: dal barbaro assassinio di Nicola Calipari dopo la liberazione di Giuliana Sgrena (che ha ricostruito l&rsquo;agghiacciante sequenza in un libro intitolato proprio &ldquo;Fuoco amico&rdquo;), alla tragica sorte di alcuni fra i militari italiani caduti a Nassirija come il caporal maggiore Emanuele Ferraro, ucciso - secondo le rivelazioni di Rai news 24 - dal &ldquo;fuoco amico&rdquo; di un deposito italiano di munizioni esploso subito dopo l&rsquo;autobomba. 
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DA VIA IMBONATI A SOFFIANTINI 
Ma, soprattutto, esaminando l&rsquo;iter giudiziario per i fatti di via Imbonati cos&igrave; come viene ricostruito dalle difese, torna alla mente quanto &egrave; accaduto per l&rsquo;omicidio dell&rsquo;ispettore dei Nocs Samuele Donatoni avvenuto il 17 ottobre 1997 nell&rsquo;ambito di un conflitto a fuoco con i rapitori dell&rsquo;imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Ci sono voluti otto anni per accertare che Donatoni, contrariamento a quanto affermato dalla prima perizia, &egrave; stato colpito dal fuoco amico. Lo ha stabilito nel 2005 il nuovo collegio di periti (Gerardo Capanesi, Antonio D&rsquo;Arienzo e Stefano Moriani) nominati dal collegio presieduto da Mario Almerighi nell&rsquo;ambito del processo a Giovanni Farina, gi&agrave; condannato a 28 anni e sei mesi di carcere per il sequestro, e poi a giudizio per concorso nell&rsquo;omicidio dell&rsquo;ispettore. Smentita dunque la precedente versione balistica secondo la quale l&rsquo;ispettore dei Nocs sarebbe stato ucciso da un colpo di kalashnikov sparato da Mario Moro, uno dei rapitori di Soffiantini. &laquo;Nessun commento - si legge su Repubblica del 22 giugno 2005 - da parte dei pubblico ministero Franco Ionta, il quale si &egrave; riservato di leggere la perizia e di rivolgere domande ai tre esperti nel corso della prossima udienza&raquo;. 
Nel 2006 la quarta Corte d&rsquo;Assise d&rsquo;Appello ha inviato gli atti processuali alla procura della repubblica di Roma perch&eacute; valuti se aprire un&rsquo;inchiesta &laquo;sui depistaggi, sulle gravi omissioni, sugli inquinamenti probatori e sulle false dichiarazioni testimoniali rese nell&rsquo;ambito del processo per l&rsquo;omicidio dell&rsquo;agente dei Nocs&raquo;. &laquo;L&rsquo;ufficio requirente - sottolinea il giudice - dovr&agrave; certamente occuparsi anche delle gravi violazioni di legge poste in essere da Paola Montagna con la assai verosimile copertura del suo superiore gerarchico Alfonso D&rsquo;Alfonso (entrambi sono esponenti dei nocs, ndr), che le consentirono di far sparire senza possibilit&agrave; di alcun controllo processuale reperti importantissimi ai fini della ricostruzione dei fatti&raquo;. A chi era stata affidata la prima perizia, quella che aveva &ldquo;inchiodato&rdquo; i banditi? Il pubblico ministero Ielo aveva ordinato rilievi di natura balistica a Pietro Benedetti (altro nome che torna). Ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;. Benedetti insieme al collega Carlo Torre aveva testimoniato davanti alla corte di assise di Roma che ad uccidere l&rsquo;ispettore dei Nocs era stato un proiettile sparato da uno dei componenti della banda. &laquo;Nel corso delle indagini i due esperti - scrive l&rsquo;Ansa - Carlo Torre e Pietro Benedetti, furono incaricati dal pm Franco Ionta di fugare le illazioni fatte da pi&ugrave; parti circa la possibilit&agrave; che Donatoni potesse essere stato colpito dal &ldquo;fuoco amico&rsquo;&rsquo;, cio&egrave; da un proiettile sparato accidentalmente da un poliziotto. I due consulenti, esaminato il cadavere ed i reperti, accertarono, e oggi lo hanno ribadito in aula, che ad uccidere l&rsquo;ispettore dei Nocs a Riofreddo la sera del 17 ottobre 1997 fu un proiettile calibro 7 e 62 sparato da un kalashnikov (arma non in dotazione alle forze dell&rsquo; ordine) abbandonato sul luogo della sparatoria dai banditi&raquo;. Ma guarda un po&rsquo;. 
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BENEDETTI PERITI 
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Pietro Benedetti, perito industriale, l&rsquo;esperto che ha eseguito la prima perizia sul proiettile prodotto in aula durante il processo per i fatti di via Imbonati, a Milano, &egrave; STATO capo del balipedio del Banco nazionale di prova (L&rsquo;ente nazionale di certificazione delle armi) di Gardone Val Trompia. Una carriera, la sua, costellata di consulenze su casi eccellenti, al punto che nel ricordarla si ripercorrono in ordine cronologico interi pezzi di storia italiana. Pillola Rossa, il gruppo di lavoro che ha minuziosamente ricostruito fatti e protagonisti degli scontri al G8 di Genova culminati nell&rsquo;assassinio di Carlo Giuliani, propone tappa dopo tappa il curriculum del perito Benedetti. Nel 1981 partecipa all&rsquo;istruttoria sulla colonna romana delle Brigate Rosse, nell&rsquo;84 alle indagini sull&rsquo;omicidio Pecorelli e sulla banda della Magliana. Nell&rsquo;88 si occupa degli omicidi Tarantelli, Ruffilli e Conti. Arrivano gli anni novanta e troviamo Benedetti fra i consulenti per casi come quelli del &ldquo;mostro&rdquo; Pacciani, poi ancora Uno bianca (per i tre carabinieri massacrati al Pilastro), quindi Sismi (colonnello Federico Mannucci Benincasa), ancora Pecorelli-Magliana nel &rsquo;96 e, nel 1999, il caso Ilaria Alpi, quando insieme a Carlo Torre riceve l&rsquo;incarico di accertare il calibro del proiettile che si era conficcato nel collo della giornalista. Fino al 2000, con l&rsquo;omicidio di Samuele Donatoni durante un&rsquo;operazione organizzata per liberare Giuseppe Soffiantini (vedi pagina 10) e al 2001, quando il pm di Genova Silvio Franz chiama Pietro Benedetti, lo specialista d&rsquo;immagini Nello Balossino e Paolo Romanini a stabilire l&rsquo;esatta dinamica dei fatti costati la vita a Carlo Giuliani. 
Classe 1954, nato e residente a Parma (quartier generale del Ris dei Carabinieri, con cui ha pi&ugrave; volte collaborato), Paolo Romanini prima di assumere l&rsquo;incarico dal pubblico ministero genovese Franz si era gi&agrave; espresso sulla rivista di &ldquo;cultura armiera&rdquo; che dirige, Tac Armi, sui fatti di piazza Alimonda, scagionando sostanzialmente in poche battute i militari, costretti a difendersi dall&rsquo; &ldquo;assalto&rdquo; dei manifestanti. Un particolare che venne fuori solo dopo la perizia nella quale Romanini, Benedetti e Balossino sentenziarono che il proiettile sparato verso l&rsquo;alto dal carabiniere Mario Placanica era stato deviato da un calcinaccio fin dentro la testa di Carlo. 
Oggi Romanini, che continua ad effettuare consulenze per numerose Procure nei casi pi&ugrave; delicati, si dedica contemporaneamente a due societ&agrave;. La prima &egrave; Editrice Leone, sede a Milano nella centralissima piazza San Babila, che pubblica fra l&rsquo;altro Tac Armi e che lo vede impegnato in veste di consigliere. Il pacchetto della societ&agrave; (50 mila euro) &egrave; nelle mani del manager di simpatie Lega Nord Carlo Rinaldini, sia a titolo personale, sia attraverso la sua corazzata Iprei (Italiana Programmi e Investimenti) da oltre 7 milioni di euro in dote, rilevata da Salvatore Ligresti. In tempi recenti Rinaldini &egrave; passato alle cronache per le turbolente vicende societarie della Richard Ginori, che aveva rilevato, e soprattutto come commissario straordinario di Volare, la compagnia aerea finita in crac. 
Quanto a Romanini, dal 2004 &egrave; socio accomandante nella SSB di Fontanellato (Parma), dedita a &laquo;sperimentazioni balistiche, valutazioni balistiche interne, esterne e terminali, riprese ultrarapide, misurazioni in generale e comparazioni miscoscopiche, noleggio delle attrezzature utilizzate a terzi&raquo;. Insieme a lui, nella societ&agrave;, il trentacinquenne Domenico Romanini e la bresciana Zemira Gagliandi, 49 anni, socio accomandatario. 
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DALLE ALPI A NOMISMA 
Dalla Procura di Milano al vertice dell&rsquo;ufficio indagini di Federcalcio, con uno sguardo alle sorti della corazzata che gestisce sciovie, funivie e ristoranti nell&rsquo;amata Courmayeur. Ecco passioni ed interessi, oggi, del &ldquo;pensionato&rdquo; Francesco Saverio Borrelli. 
Le indagini per i fatti di via Imbonati prendono il via in un momento particolarmente delicato per la Procura di Milano: in quel periodo, infatti, lo storico capo del pool di Mani Pulite Francesco Saverio Borrelli &egrave; alla vigilia del trasferimento al vertice della Corte d&rsquo;Appello. Intanto alla Questura, mobilitata per trovare una spiegazione alla morte del suo giovane agente scelto Vincenzo Raiola ferito a morte durante la rapina, comincia a farsi notare per l&rsquo;attivismo investigativo il vicequestore aggiunto Maria Jos&egrave; Falcicchia, poco pi&ugrave; di trent&rsquo;anni, origini pugliesi. 
Il tandem di inquirenti composto dal leggendario artefice del &ldquo;resistere, resistere, resistere&rdquo; e dalla brillante poliziotta si ricostituir&agrave; parecchi anni dopo, a maggio 2006, quando Borrelli sar&agrave; chiamato da Guido Rossi a guidare il pool investigativo della Federcalcio e sceglier&agrave; come suo braccio destro proprio il vicequestore Falcicchia. A settembre dello stesso anno arrivano le dimissioni-lampo di Borrelli e del suo team, poi rientrate per il capo ma non per Falcicchia, tornata in servizio alla Questura del capoluogo lombardo. 
Oltre che di indagini all&rsquo;interno di Federcalcio, il &ldquo;pensionato&rdquo; Francesco Saverio Borrelli si occupa - probabilmente - anche delle sorti di una importante societ&agrave; con sede in Valle d&rsquo;Aosta. L&rsquo;ex procuratore capo di Milano detiene infatti una quota del pacchetto azionario di Courmayeur Mont Blanc Funivie, spa da 7 milioni e ottocentomila euro nel capitale sociale che gestisce le principali sciovie e funivie dell&rsquo;importante localit&agrave; turistica, compresi hotel, bar e ristoranti della zona. Amministrata dal quarantasettenne Nicolino Perretta residente ad Annecy, in Francia, la societ&agrave; vede come azionisti di maggioranza l&rsquo;immobiliare Api Real Estate e la finanziaria Finref. Quest&rsquo;ultima &egrave; in prima fila fra gli azionisti di Nomisma, la creatura economica di Romano Prodi. 
Pi&ugrave; articolata l&rsquo;epopea di Api Real Estate, immobiliare da 750 mila euro in dote che rientra nella galassia API, vale a dire uno fra i pi&ugrave; potenti gruppi petroliferi privati in Europa. AD della Api Real Estate &egrave; il rampollo di famiglia Ugo Maria Brachetti Peretti, nelle vene sangue di antica nobilt&agrave; fuso alla mai sopita vocazione per il business. Per anni scapolo d&rsquo;oro dello star system internazionale, Ugo Maria &egrave; convolato a nozze nel 2005 con la leggiadra Isabella Borromeo, sorella di quella Lavinia Borromeo andata sposa, quasi contemporaneamente, con l&rsquo;erede della famiglia Agnelli John Elkann. 
Una favola che sta facendo sognare sulle pagine dei rotocalchi rosa intere generazioni di fanciulle in fiore. A guastare l&rsquo;armonia irrompe per&ograve; di tanto in tanto la vibrata protesta dei comitati civici per l&rsquo;ambiente di Falconara Marittima, nelle Marche, quartier generale delle raffinerie API. 
I disastri pi&ugrave; recenti risalgono a fine luglio. &laquo;Con l&rsquo;ennesimo spiaggiamento di idrocarburi versato in mare da una condotta dell&rsquo;API - si legge in un duro comunicato dei comitati cittadini capitanati da Loris Calcina - abbiamo assistito ad altre scene da anni &rsquo;60: bambini e bagnanti uscire dall&rsquo;acqua imbrattati di idrocarburi e &quot;trattati&quot; con benzina prima della doccia. Se rispetto a 47 anni fa la tecnologia ed i sistemi operativi e gestionali della sicurezza hanno fatto passi da gigante, le autorit&agrave; e gli Enti locali dovrebbero chiedersi se per la raffineria API occorreranno altri 47 anni per raggiungere standard di sicurezza adeguati. Intanto, per&ograve;, tutti devono dichiarare fallita la politica di credito concessa all&rsquo;API&raquo;. 
&nbsp;</p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/mikeburma" >mikeburma</a> | <a href="http://lavocedellacampania.splinder.com/post/14120719/NON+SOLO+GARLASCO+-+PERITI+SAT#comment" >Commenti</a>
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    <![CDATA[<p>NAPOLITANO, MANDA UN 'VAFFA' AGLI ABUSIVI DEL PALAZZO...
Ottobre 2007 

Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un meeting sull&rsquo;informazione al Quirinale, da paterno ammiraglio del vascello Italia, ha avvisato i naviganti-giornalisti: evitate i &ldquo;sensazionalismi&rdquo;, le &ldquo;rappresentazioni unilaterali della realt&agrave;&rdquo;, le &ldquo;denunce indiscriminate&rdquo;, perch&egrave; &ldquo;la situazione &egrave; pericolosa&rdquo;. Partiamo da qui: se ci sono rischi per la nostra democrazia, il capo dello Stato farebbe bene a far qualcosina di pi&ugrave;; rischiando, per&ograve;, un autogol, visto che la riforma dei Servizi segreti (si fa per dire, un mostruoso pateracchio) varata dal governo &egrave; passata nel pi&ugrave; assoluto silenzio dei media (ma quei discoli dei giornalisti, dov&rsquo;erano?). Napolitano, insomma, tira le orecchie ad una categoria che - come denuncia a chiare lettere Jacopo Fo in questo numero della Voce - le orecchie, gli occhi, il naso, le mani e la coscienza li ha persi da un bel pezzo, scodinzolante come al solito verso il Palazzo e i suoi onorevoli inquilini ormai abusivi da un pezzo. 
&nbsp;
Ed &egrave; proprio per difendere il Palazzo e la sua Casta che dai bastioni arrivano le bordate contro la presunta &ldquo;antipolitica&rdquo; di chi ha il coraggio di denunciare ladri e malfattori di Stato. Scendono in campo i padri della patria, che una volta avevano il volto di un Berlinguer, uno Zaccagnini o un Pertini; e oggi le facce di un D&rsquo;Alema (&laquo;quando si attacca cos&igrave; la politica arrivano i militari&raquo;), o di un Latorre (c&rsquo;era una volta, in casa Pci, un Pio La Torre morto sotto i colpi delle cosche, la colpa di aver firmato la legge - mai realmente attuata - per la confisca dei beni mafiosi), invece impegnato in conversazioni per scalate bancarie, e ora preoccupato di &laquo;una deriva fascista&raquo;. Ma ci faccia il piacere, direbbe Tot&ograve;. Il quale avrebbe centomila spunti, da un Mastella pronto a quotidiani cambi di bandiera, pi&ugrave; vicino ai detenuti che ai magistrati - come ha dipinto Travaglio nel suo ritratto per Anno Zero - ad amici di Provenzano in occasioni di nozze e a sodali ceppalonesi oggi inquisiti per 416 bis dalla magistratura. E&rsquo; sensazionalismo questo? O non &egrave; sensazionale il fatto che un ministro che dovrebbe garantire rigore e trasparenza sia implicato in una serie di vicende bollenti e resti inchiodato alla poltrona? Non pare al presidente Napolitano che siano personaggi del genere a massacrare le istituzioni, e non chi ne denuncia le malefatte? Non ritiene, il capo dello Stato, che una buona volta i filestei debbano essere cacciati dal tempio che hanno ormai reso bordello e bivacco? Non pensa che la presenza di un Vito e un Pomicino in commissione antimafia sia un insulto a quella democrazia che solo a parole si vuol garantire? Lorsignori, per&ograve;, quando sentono puzza di bruciato, che i muri del palazzo cominciano a scricchiolare, gridano alla congiura. Come capita per dalemiani e berlusconiani, stretti in un abbraccio continuo che dall&rsquo;inciucio per la &ldquo;non legge&rdquo; sul conflitto d&rsquo;interessi (fu il candido Violante ad ammetterlo sei anni fa in Parlamento: &laquo;abbiamo garantito a Berlusconi di non toccare le sue reti&raquo;) arriva fino agli attacchi ai gip De Magistris e Forleo, colpevoli di voler accertare alcune responsabilit&agrave; penali. Prove tecniche di Partito democratico, in fase di decollo? Una per tutte: in Campania in pole position per la segreteria regionale c&rsquo;&egrave; uno dei fedelissimi di Antonio Gava (lo ricordate?) e vecchio arnese dc, Salvatore Piccolo, che si presenta come &ldquo;il candidato della base&rdquo;. Rosa Russo Iervolino, intanto posa in copertina per Donna Moderna. Con un saccheto della spazzatura in braccio? No, con un mazzo di rose. Ma vaffa... </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/mikeburma" >mikeburma</a> | <a href="http://lavocedellacampania.splinder.com/post/14120630/NAPOLITANO%2C+MANDA+UN+%27VAFFA%27+A#comment" >Commenti</a>
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    <title type="html"><![CDATA[LA VOCE NEL MIRINO DEI SERVIZI]]></title>
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    <published>2007-08-31T09:44:47+02:00</published>
    <updated>2007-08-31T09:44:47+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>di Andrea Cinquegrani &amp; Rita Pennarola


Dal 2001 la Voce della Campania , i suoi redattori ed opinionisti sarebbero stati oggetto di costante attenzione e dossieraggio da parte del Sismi di Pio Pompa. Ripercorriamo alcune delle inchieste che potrebbero, in questi anni, aver messo in allarme qualcuno molto &ldquo;in alto&rdquo;, compreso qualche episodio che, alla luce di quanto emerge oggi, assume un significato inquietante. 
             
Ci siamo scoperti &ldquo;supercomplottisti&rdquo; - ma, soprattutto - super spiati, gioved&igrave; 5 luglio, ore 7 e 30. Un collega romano ci butta gi&ugrave; dal letto con un &ldquo;avete visto chi siete!&rdquo; e poi un colorito &ldquo;... eravate voi, allora...&rdquo;. E&rsquo; il day after la bufera al Csm, con i dossier del Sismi-Sismi sotto i riflettori, e non parto della sua fazione deviata. Nicol&ograve; Pollari, Pio Pompa, tutti e due a dossierare? Leggiamo di noi nel minuzioso resoconto di Repubblica. Dopo il titolo a tutta pagina, &ldquo;Quei giuristi militanti e il circo mediatico delegittimano il premier&rdquo;, ecco il sottotitolo, &ldquo;Una Voce da spegnere. Un inglese da spiare&rdquo;. Poi il testo. &laquo;Appunto per il direttore - Gennaio 2003: Attacchi contro il presidente del Consiglio alla vigilia del semestre italiano di presidenza Ue. Si &egrave; avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da alcune testate giornalistiche, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e &ldquo;giuristi militanti&rdquo; raccolto intorno alla &ldquo;Voce della Campania&rdquo; diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola; Michele Santoro (ma lo sapr&agrave; mister Pompa che ha diretto la Voce per un un intero anno, il 1979?); Giuseppe Giulietti, Paolo Serventi Longhi; Ignazio Patrone; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa; il presidente della stampa estera in Italia Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese &ldquo;Liberation&rdquo;&raquo;. Non &egrave; certo finita qui. &laquo;Quanto poi - scrive lo 007 del Sismi - al ruolo mediatico esercitato dalla &ldquo;Voce della Campania&rdquo; esso risulterebbe caratterizzato dalle forti connessioni stabilite con ambienti dei cosiddetti &ldquo;giuristi militanti&rdquo;, dal rappresentare una delle principali componenti del complesso circuito telematico facente congiuntamente capo ai siti &ldquo;Centomovimenti&rdquo; e &ldquo;Manipulite.it&rdquo; che alimenta il processo di delegittimazione del premier. Prestigiorsi opinionisti (sic) hanno scritto negli ultimi anni per la &ldquo;Voce&rdquo;. Tra questi &ldquo;Percy Allum&rdquo;, cittadino inglese il cui nome sarebbe Anthony Peter Allum che, oltre ad essere punto di riferimento di alcuni corrispondenti come quelli del Guardian, dell&rsquo;Economist e del Financial Times, godrebbe di solidi legami (in ci&ograve; agevolato dall&rsquo;essere docente presso l&rsquo;Orientale di Napoli) con ambienti del fondamentalismo islamico, fungendo anche da collegamento con quelli attivi in Gran Bretagna&raquo;. Il tutto, rigorosamente illustrato e corredato da grafici, come quello che vede in prima linea, oltre alla Voce e a Centomovimenti, altre sigle &ldquo;sovversive&rdquo; quali &ldquo;Democrazia e Legalit&agrave;&rdquo;, &ldquo;Communitas 2002&rdquo;, &ldquo;Societ&agrave; Civile&rdquo;, &ldquo;Opposizione Civile&rdquo;, &ldquo;Osservatorio sulla Legalit&agrave;&rdquo;, &ldquo;Information Guerrilla&rdquo;, &ldquo;Nuovi Mondi Media&rdquo;, &ldquo;www.resistere. it&rdquo;.
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    <title type="html"><![CDATA[CHI VUOLE INSABBIARE IL SISMIGATE?]]></title>
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    <published>2007-08-31T09:42:04+02:00</published>
    <updated>2007-08-31T09:42:04+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>di Ferdinando Imposimato
L&rsquo;impressione che si ricava dalle dichiarazioni dei leader di maggioranza e di opposizione &eacute; che si stia cercando di insabbiare l&rsquo;ennesimo Sismigate, lo spionaggio degli uomini di Pio Pompa su magistrati e giornalisti, non essendo interesse di nessuno dei due poli conoscere la verit&agrave;. Poco o nulla &egrave; cambiato dai tempi del Sifar del generale De Lorenzo. E la storia si ripete... 
 
Il Sismigate ha tenuto banco sulle prime pagine dei quotidiani per molti giorni. L&rsquo;impressione che si ricava dalle dichiarazioni dei leader di maggioranza e di opposizione &eacute; che si cerchi di insabbiarlo, non essendo interesse di nessuno dei due poli di conoscere la verit&agrave;. Quale &eacute; l&rsquo;essenza di questa storia? Semplice. Il Sismi, servizio segreto militare italiano, &eacute; sospettato di avere indagato e schedato abusivamente su magistrati e giornalisti, tra cui anche quelli che dirigono e scrivono sulla Voce della Campania accusata di essere &laquo;collegata al fondamentalismo islamico&raquo; (Corriere della Sera dell&rsquo;8 luglio 2007): si tratta di due categorie di persone che per mestiere sono impegnate nella ricerca della verit&agrave; al servizio dei cittadini. La schedatura da parte di una sede distaccata del Sismi di Niccol&ograve; Pollari di 250 magistrati di 13 paesi rappresenta un vulnus grave alla magistratura ed alla sua indipendenza: un modo per condizionarne l&rsquo;azione e la tutela della legalit&agrave; secondo il principio fondamentale che &ldquo;la legge &eacute; uguale per tutti&rdquo;, anche per i politici che governano.
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    <title type="html"><![CDATA[LA CURA OMEOPATICA PER LA MAFIA]]></title>
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    </author>
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    <![CDATA[<p>di Andrea Cinquegrani

Resistere, resistere, resistere, diceva l&rsquo;ex procuratore capo di Milano Borrelli. E ora devono resistere, resistere, assolutamente resistere a tutti gli assalti che stanno piovendo addosso - a cominciare quelli del guardasigilli Mastella, fino a prova contraria ministro della Giustizia e non dei Mascalzoni - toghe come de Magistris, Forleo, Woodcock, che stanno solo facendo il loro dovere: cio&egrave; quello di scoperchiare i pentoloni neauseabondi della malapolitica, della malafinanza, della malagestione che divorano l&rsquo;Italia come un cancro ogni giorno pi&ugrave; aggressivo. Quindici anni fa Tangentopoli, la speranza per tutti di voltare pagina dopo gli assalti alla diligenza dei Craxi e dei Pomicino, dei predatori della prima repubblica. La seconda si sta rivelando ancor peggio. Pi&ugrave; sofisticata, pi&ugrave; arrogante, capace di cloroformizzare i (presunti) elettori, di soffocare con ogni mezzo il dissenso (dal G8 di Genova alle svariate imprese targate Sismi il filo continua), d&rsquo;impedire la nascita di reali alternative (il referendum &egrave; un pannicello caldo, se poi a sponsorizzarlo &egrave; anche mister Montezemolo...). Clementina Forleo ha la colpa di puntare i riflettori su big del Potere - 3 dei Ds e 3 di Forza Italia, una giusta par condicio - &laquo;consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata, in una logica di manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale&raquo;? Ecco scattare in piedi il solito Mastella, che vede subito &laquo;una potenziale lesione dei diritti e dell&rsquo;immagine di soggetti estranei al processo&raquo;. Uniti nella lotta forzisti e (ormai ex) diessini: &laquo;un vero e proprio intervento politico&raquo;, quello di Forleo, per i primi, mentre i secondi lapidariamente osservano: &laquo;siamo estranei ai fatti&raquo;, con un Di Pietro pronto a &laquo;mettere la mano sul fuoco per Fassino&raquo;. Tutti d&rsquo;amore e d&rsquo;accordo, poi, per &laquo;denunciare le ricadute sull&rsquo;immagine del Paese e i danni per i risparmiatori&raquo;. Ci mancava solo la beffa: chi ha manovrato per privatizzarsi il suo mercato e fottere i risparmiatori, ora fa la morale. Ma Fassino ha dimenticato le difese d&rsquo;ufficio di &ldquo;imprenditori coraggiosi&rdquo; come Ricucci &amp; C, esattamente due estati fa?

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    <title type="html"><![CDATA[L'UNIONE FA LA FORZA (ITALIA)]]></title>
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    <published>2007-05-15T22:00:13+02:00</published>
    <updated>2007-05-15T22:00:13+02:00</updated>
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      <name>mikeburma</name>
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    </author>
    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>
di Andrea Cinquegrani
Siamo la coppia pi&ugrave; bella del mondo e ci dispiace per gli altri&hellip;! Ma checcefrega degli altri invidiosi della nostra Unione solo perch&eacute; io DICO al mondo che ti amo, degli Inciuci di tutte le zitelle acide. Ricordi, Margherita mia, quei primi compromessi, tu non lo dicevi ai tuoi io non lo dicevo ai miei, fino a quella fantastica notte in Bicamerale che ci raggiunse anche quel porcaccione di Silvio: fu veramente il Massimo, peccato poi doverla finire l&igrave;. Io sono Piero, sono fiero di te, di tutti questi anni di baci furtivi, a mangiare con gli altri coglioni a tavola che volevano portarci via qualche polpetta, noi a farci piedino, per riverderci di notte, a dividere il bottino. 
Ma checcefrega se i sondaggi non ci vedono bene insieme, se dicono che il 60% dei nostri amici non sono d&rsquo;accordo, se quando ci presentiamo in pubblico il 40% della gente ci volta le spalle. Noi, intanto, abbracciamoci pi&ugrave; forte, tutti azzeccati, una cosa sola, una cosa nostra, tutti al centro, ti ricordi che anche Francesco lo ha detto? Moderatevi, state al centro, tirate qualche calcio a destra e a sinistra che per gli altri non c&rsquo;&egrave; spazio. Ma checcefrega, noi ci sposiamo in chiesa, abito bianco, a proposito viene il Ciarra a prenderci con la sua Mercedes, te lo ricordi? Quello della Roma e delle acque minerali che poi ci prepara anche il rinfresco. A Margher&igrave;, lo vedi che bel Pantheon ti ho preparato? Ci stanno tutti gli amici di famiglia. C&rsquo;&egrave; zio Bottino, l&rsquo;ultima volta l&rsquo;hai visto sulla spiaggia ad Hammamet; da lass&ugrave; che ora vive in alta montagna arriva pure nonno Silvio, non te lo ricordi pi&ugrave;?, Gava, che poi il figlio Antonio ha fatto quella carriera. Enrico? Chi, il sardo? Famm&igrave; tocc&agrave;, che porta sfiga, ma chi ce lo vuole alle nostre nozze uno come lui che non mangia, non beve, non ruba? A proposito, vuoi vedere che all&rsquo;ultimo minuto arriva quel pazzo dalla Padania, che l&rsquo;ha promesso a Romano quando si sono visti giorni fa a Roma e il mortadella l&rsquo;ha invitato per la settimana prossima a casa sua? Te lo DICO, amore mio, pi&ugrave; &ldquo;stamm&rsquo; into &lsquo;o gioco e meglio &egrave;&rdquo;, come raccontano due miei amici napoletani, Aldo e Paolo. 
Ma checcefrega se gli altri non vogliono il nostro amore, e per ripicca si fidanzano, fanno cose sinistre, si rimettono insieme dopo anni di separazione, s&rsquo;ammucchiano, cercano gi&agrave; la nuova casa comune, tirano fuori dal sarcofago l&rsquo;animaccia di bisnonno Marx, piagnucolano come donnette alle note di Bella Ciao, parlano di amore, solidariet&agrave;, ambiente, comunismo, quei cornutacci. Ma checcefrega se l&rsquo;economia va a rotoli, abbiamo il nostro tesoretto da spenderci, ce lo insegna zio Tommaso. Solo per noi, a quello l&igrave; di Ceppaloni che viene ogni giorno a ringhiare o scodinzolare mollagli un ossobuco e una sberla. Ma checcefrega se arrivano gli spagnoli a casa nostra e ci fregano i telefoni, tanto a noi per capirci basta uno sguardo. Comunque, non siamo soli, ci stanno dentro le banche, c&rsquo;&egrave; l&rsquo;amico Geronzi (chiss&agrave; se poi arriva anche Moggi), c&rsquo;&egrave; quello tutto casa e chiesa Bazoli dell&rsquo;Intesa. Peccato solo, amore mio, che manchi Silvio (per ora) e l&rsquo;altro grande amico col pallino delle moto, il Colaninno. 
Ma checcefrega delle bombe, dei morti ammazzati in Iraq e in mezzo mondo, ma checcefrega se ora un coglione come quel Teney della Cia manda a fare in culo Cheney e dice che la guerra era tutta inventata, che Saddam non aveva neanche un tric trac. Ma checcefrega se quel pazzo di Strada se ne va da Kabul e sbraita come un ossesso contro di noi: gli sta bene un po&rsquo; di mal d&rsquo;Africa. Tanto noi, per la nostra luna di miele, abbiamo scelto Malindi, che l&igrave; stiamo tranquilli. A proposito, fai un colpo di telefono a Claudio: se abbiamo perso la falce, comunque, abbiamo sempre il Martelli. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/mikeburma" >mikeburma</a> | <a href="http://lavocedellacampania.splinder.com/post/12214060/L%27UNIONE+FA+LA+FORZA+%28ITALIA%29#comment" >Commenti (6)</a>
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    <title type="html"><![CDATA[BNL E MISTERI - I PRIMI DELLA CLASS]]></title>
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    <published>2007-05-15T21:59:10+02:00</published>
    <updated>2007-05-15T21:59:10+02:00</updated>
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      <name>mikeburma</name>
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    </author>
    <content type="html" >
    <![CDATA[<p>di Rita Pennarola
Parte in questi giorni la class action promossa negli Stati Uniti per ottenere i risarcimenti connessi al crack Parmalat. E si scopre che mentre la casa di Collecchio si chiama fuori, una sola banca italiana &egrave; gi&agrave; pronta a patteggiare per 25 milioni di dollari: la BNL, con una storia carica di misteri che cominciano proprio oltreoceano. 
Lacrime e sangue. Quasi un anno, da fine 2006 a met&agrave; 2007, segnato dall&rsquo;emorragia di milioni (in euro e anche in dollari) per chiudere le pendenze connesse al bubbone Parmalat. Stiamo parlando della Banca Nazionale del Lavoro che pure, nei mesi successivi al crack targato Tanzi, del gruppo di Collecchio risultava uno fra i principali creditori. Come se non fossero bastati i 112 milioni versati a fine dicembre (frutto delle azioni giudiziarie intraprese contro le banche dal risanatore Enrico Bondi), oggi arriva l&rsquo;annuncio che l&rsquo;istituto capitanato da Luigi Abete &egrave; pronto a rimborsare altri 25 milioni (stavolta in dollari) all&rsquo;agguerrito pool costituitosi in giudizio dinanzi al Tribunale distrettuale di New York. Proprio nelle ultime settimane sui quotidiani sono apparsi in tutta evidenza i primi avvisi per chiamare a raccolta i risparmiatori italiani beffati. E&rsquo; partito infatti lo scorso 22 marzo il programma multinazionale di informazione - rivolto a investitori di tutto il mondo che abbiano acquistato azioni ordinarie o obbligazioni Parmalat dal 5 gennaio &lsquo;99 al 18 dicembre 2003 - sull&rsquo;accordo parziale da 50 milioni di dollari che la Nazionale del Lavoro e Credit Suisse, chiamate come convenuti nella class action, si sono dichiarate gi&agrave; disposte a sottoscrivere. 
A qualcuno tutto questo suona come un&rsquo;implicita ammissione di colpa, bench&egrave; si legga nell&rsquo;atto giudiziarrio che &laquo;i convenuti patteggianti negano di aver violato alcuna legge o di essere coinvolti in alcuna condotta illecita e concluderanno questo Accordo per evitare i gravami e le spese di un ulteriore contenzioso&raquo;. Resta il fatto che secondo lo schema accusatorio numerosi istituti di credito avrebbero preso parte, insieme al colosso agroalimentare, ad un impianto finanziario fraudolento, consistito nel fornire una stima inferiore di circa 10 miliardi di dollari dell&rsquo;indebitamento di Parmalat e in una sopravvalutazione di oltre 16 miliardi del patrimonio netto, con il conseguente crollo dei titoli all&rsquo;indomani del fallimento. Ma mentre le due banche vengono subito a patti, il maggiore imputato non ci sta: lo scorso 30 marzo in un comunicato ufficiale l&rsquo;azienda parmense informa di &laquo;essere estranea all&rsquo;accordo parziale per circa 50 milioni di dollari intervenuto tra la Banca Nazionale del Lavoro e Cr&eacute;dit Suisse Group e gli investitori che hanno promosso l&rsquo;azione collettiva in Usa, la quale peraltro non &egrave; stata ancora confermata dal tribunale statunitense&raquo;. L&rsquo;udienza che si terr&agrave; al tribunale di New York il 19 luglio prossimo dovr&agrave; stabilire se approvare o meno l&rsquo;accordo con Bnl e Cr&eacute;dit Suisse, ma in qualsiasi caso - avvertono i promotori della class - continueranno tutte le azioni di recupero contro Parmalat. 
CREDITORI? NO, DEBITORI 
Un anno nero per la Bnl e soprattutto per la controllata Ifitalia: nel 2006 arriva l&rsquo;ora del redde rationem riguardo a quel fiume di accuse lanciato da Calisto Tanzi (e in seguito da altri suoi stretti collaboratori) fin dal maggio 2004. Rispondendo alle domande dei pm milanesi Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, che gli contestavano il reato di truffa aggravata e continuata in concorso con manager di Ifitalia &laquo;relativamente al factoring posto in essere dalla societ&agrave; Contal (del gruppo Parmalat, ndr) in amministrazione straordinaria e un gruppo di istituti di factoring (guidato da Ifitalia, ndr) per un finanziamento di 113 milioni di euro&raquo;, l&rsquo;ex presidente di Parmalat ammise che &laquo;quello con Ifitalia era un rapporto di mero finanziamento seppur mascherato da un apparente contratto di factoring&raquo;, aggiungendo che &laquo;in diverse occasioni, mi sembra due o tre volte, Gorreri e Tonna mi chiesero di intervenire, anche nel 2002, su Scium&eacute; perch&eacute; erano sorti dei problemi nei rapporti con Ifitalia. In particolare - ha continuato - mi venne detto che Ifitalia voleva rientrare dal finanziamento. Fu per questo che dovetti chiamare Scium&eacute; e chiedergli di intervenire per continuare nel rapporto&raquo;. Leader di Comunione e Liberazione, ex dirigente della berlusconiana Mediolanum, Paolo Scium&egrave; rappresentava dunque la potente organizzazione religiosa pi&ugrave; volte sponsorizzata a suon di milioni da Tanzi, soprattutto in occasione dei meeting a Rimini. Un feeling tra fede &amp; affari poi suggellato dalla proposta fatta a Scium&egrave; (&laquo;su richiesta di quest&rsquo;ultimo&raquo;, precisa Tanzi) di entrare nell&rsquo;organigramma di Parmalat Finanziaria. 

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    <title type="html"><![CDATA[BUBBONE ANAS - VARIANTE 1 A VARIANTE 2]]></title>
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    <published>2007-05-15T21:58:01+02:00</published>
    <updated>2007-05-15T21:58:01+02:00</updated>
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    <![CDATA[<p>di Andrea Cinquegrani
Sono trascorsi quasi quarant&rsquo;anni dal primo scandalo Anas che sfior&ograve; l&rsquo;ex segretario del Psi Giacomo Mancini, e il colosso delle strade continua a far parlare di s&eacute;. In uno slalom tra inchieste, affari, appalti, clientele e nepotismi, ecco un identikit dell&rsquo;azienda. E del suo &ldquo;nuovo&rdquo; management&hellip; 
16 aprile. Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro tiene a battesimo l&rsquo;Alba-Asti, 18 chilometri di autostrada &laquo;sognata per decenni e realizzata con la lentezza di una lumaca&raquo;, come raccontano in zona. Meglio tardi che mai. Pochi giorni prima il pm Vincenzo Paone aveva provato a rovinare la festa all&rsquo;ex collega di toga: una pattuglia delle fiamme gialle, infatti, aveva messo i sigilli a 6 chilometri del tracciato, perch&eacute; la pavimentazione - secondo l&rsquo;ipotesi accusatoria - non sarebbe conforme a quanto previsto dal capitolato d&rsquo;appalto. L&rsquo;asfalto, secondo le primissime verifiche, sarebbe molto pi&ugrave; sottile del dovuto, addirittura alcuni centimetri in meno: tradotto in soldoni, un bel risparmio per chi ha realizzato i lavori. L&rsquo;Anas - che ha chiuso gli occhi e si &egrave; ben guardata dall&rsquo;effettuare i controlli dovuti - ora si sveglia dal letargo e annuncia che &laquo;eseguir&agrave; i lavori di risanamento sfruttando le ore notturne&raquo;. A due giorni dal fatidico taglio del nastro, il primo incidente, tre feriti per un tamponamento. Ciliegina sulla torta, le prime indiscrezioni su alcune indagini condotte dai carabinieri del NOE di Alessandria, il Nucleo operativo ecologico: sotto il gi&agrave; sottile manto di asfalto sarebbero state interrate tonnellate di rifiuti, forse anche tossici. Insomma, sotto l&rsquo;autostrada, una autentica discarica. 
LE VIE DELLA MUNNEZZA 
Tutto il mondo &egrave; paese. Ad esempio, in molte aree della Campania - soprattutto del casertano - il mix rifiuti tossici-materiali bituminosi per un moderno lifting delle arterie autostradali &egrave; la regola, come ha dimostrato una ponderosa inchiesta portata avanti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. &laquo;Un enorme danno ambientale - sottolinea uno dei pm di punta nella lotta alle ecomafie, Donato Ceglie, oggi tra i consulenti del ministro per l&rsquo;Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio - si somma ai giganteschi profitti che realizzano le imprese e la camorra, che controlla i subappalti, il movimento terra, senza contare il ciclo dei rifiuti, compresi quelli nocivi. Un modo perfetto, del resto, per riciclare danaro sporco&raquo;. Sporche sono le vie del rifiuto, sporche sono le strade, e, adesso, il ventre di autostrade, bretelle, raccordi che gi&agrave; in passato hanno fatto la fortuna di cosche e clan. Resta epica, sempre in Campania, la storia della bretella di Sant&rsquo;Antimo, una delle tante opere che hanno caratterizzato il dopo terremoto da quasi 70 mila miliardi delle vecchie lire: il percorso raddoppia strada facendo, i costi quintuplicano, la mappa precisa - e modificata - del tracciato viene rinvenuta a casa di un boss, a far festa sono imprese di casa nostra e anche di Cosa nostra. 

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    <title type="html"><![CDATA[UN NUOVO GIORNALE PER LE NOSTRE VOCI : ARRIVANO LE VOCI]]></title>
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    <published>2007-03-14T22:15:03+01:00</published>
    <updated>2007-03-14T22:15:03+01:00</updated>
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    <![CDATA[<p>Una primavera di libera informazione arriva da oggi per tutti gli italiani che, sempre pi&ugrave; numerosi, scelgono forme composite di auto-organizzazione. Articolati anche gli obiettivi: difesa dei diritti negati, forme diverse di lotta ai poteri forti e alle mafie, resistenza ad istituzioni politiche sempre pi&ugrave; autoreferenziali, sostegno alla memoria storica collettiva, formazione di gruppi solidali come contrasto allo scivolamento del Paese verso nuove povert&agrave;. Non solo, dunque, sigle legate al mondo del consumo consapevole o del volontariato, ma una galassia variegata di soggetti auto-organizzati che va via via trasformandosi in un soggetto sociale forte e strutturato, al punto che lo intravediamo gi&agrave; all&rsquo;orizzonte come protagonista diatettico nelle prossime vicende politiche del Paese, se riuscir&agrave; a trovare forme significative di coordinamento.
&nbsp;
Affinch&eacute; questa moltitudine di soggetti, pronti a combattere in tutte le possibili forme democratiche per arginare il degrado politico e l&rsquo;arretramento dei diritti, possa diventare una vera &ldquo;massa critica&rdquo;, capace di far sentire forte la sua voce, nasce oggi un giornale interamente dedicato a diffondere, coniugare e promuovere le istanze di fondo che animano gruppi, movimenti, associazioni e, come gi&agrave; spesso accade, anche le super-associazioni. Una vivacit&agrave; finora limitata alle praterie del web, che trova ora in Voci un canale d&rsquo;informazione capace di raggiungere anche quei tre quarti degli italiani tuttora di fatto esclusi dalla comunicazione via internet, ma non per questo meno desiderosi di mettersi in gioco.
Buon lavoro a tutti noi.
Rita Pennarola

Ecco alcune fra le zone di ROMA e di MILANO dove potere trovare LA VOCE di marzo dal 14 marzo:&nbsp;
MILANO - Librerie Rizzoli (corso Vittorio Emanuele) - Piazza Bertarelli - Piazza Fontana - Piazza Meda &ndash; via California - Largo Cairoli - Piazza Morselli - Foro Bonaparte - Via San Giovanni - Piazzale Stazione Genova - Via Verdi - Via Orefici - Piazza Duomo - Corso Venezia - Piazza S. Stefano - Via Beltrame &ndash; Via Cant&ugrave; &ndash; Via Bocconi &ndash; Via Ripamonti - Corso Buenos Aires &ndash; P.le Cadorna - Via Carducci &ndash; Via Brera &ndash; P.le Loreto &ndash; P.tta Bossi - Corso Sempione. 
ROMA - Via Cavour - Via Nazionale - Via del Vicinale - Via Solferino - Via XX Settembre - Via S. Susanna - Piazza Venezia - Via del Corso &ndash; Piazza Colonna &ndash; Via Colonna Antonina &ndash; Piazza S. Lorenzo in Lucina - Largo Torre Argentina - Piazza del Ges&ugrave; &ndash; Piazza Campo dei Fiori - Piazza S. Eustachio - Piazza Capranica - Piazza Pantheon - Piazza S. Maria in Trastevere &ndash; Piazza Trilussa - Via Veneto - Via del Tritone - Largo Chigi &ndash; Piazza di Spagna - Piazza Martiri di Belfiore - Piazza Euclide - Largo Goldoni &ndash; Piazza Fontanella Borghese &ndash; Piazza S. Silvestro - Piazza dell&rsquo;Unit&agrave; &ndash; Piazza Risorgimento &ndash; Via Fani &ndash; Via Cortina d&rsquo;Ampezzo &ndash; Via Fani &ndash; Via Po &ndash; Via Tagliamento &ndash; Via San Pio X &ndash; Via Villa San Filippo &ndash; Via Veneto - NELLE EDICOLE DELLA STAZIONE TERMINI. </p>Pubblicato da <a href="http://www.splinder.com/profile/mikeburma" >mikeburma</a> | <a href="http://lavocedellacampania.splinder.com/post/11358531/UN+NUOVO+GIORNALE+PER+LE+NOSTR#comment" >Commenti (1)</a>
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